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la recensione letteraria di intra i sass |
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Titolo: I tre
ultimi problemi delle Alpi |
I tre ultimi problemi delle Alpi recensione di Alberto Pezzini |
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Avete presente Assassinio sull'Eiger con Clint Eastwood?
Una pellicola tutto sommato “antica” ma da riguardare
praticamente con un immutato piacere visto che è stata girata su una
delle montagne più aspre al mondo. Il volumetto in questione
sprigiona la stessa maliziosa aura ed in più non cade in difetti e/o
debolezze cinematografiche. Scritto quasi di getto da chi ha scalato
davvero da primo, senza un'esitazione, la Nord dell'Eiger - Harrer è
sempre stato secondo di cordata in questa ascensione ghiacciata - il
resoconto di Heckmair va centellinato nella sua velocità furiosa. La
narrazione è infatti rapidissima. Se si pensa alle difficoltà
insormontabili che la spedizione guidata dall'autore ha dovuto
superare, non si può non restare a bocca aperta dinanzi alla
risolutezza con cui l'alpinista tedesco ha voluto fortissimamente
risolvere uno dei problemi delle Alpi. Gli altri - che restano un poco
in ombra sullo sfondo delle pagine secche e vibranti come le saette
sul ghiaccio - sono la Nord del Cervino e la Punta Walker delle
Grandes Jorasses, risolta poco dopo con altrettanta maestria e
coraggio dal nostro intramontabile Cassin, peraltro ammirato
fortemente dal tedesco. L'Orco resta tuttavia il tema dominante
dell'opera che - lo si ripete - è decisamente smilza, sia per il
dislivello (circa 1.800 metri in parete) sia per le condizioni
infauste in cui la salita venne compiuta, ma mantiene
intatta la sua freschezza pur a distanza di cinquant'anni dalla
sua apparizione (la 1a edizione risale al 1949). Inoltre non
vengono dimenticati tutti gli alpinisti che prima l'avevano tentata
rimettendoci la pelle, non facendo più ritorno se non con i piedi
giunti - quando andava di lusso - oppure restando prigionieri
del ghiaccio che addormenta ed uccide, nel resto dei casi. Sull'Eiger
si è scritto moltissimo e la sua fama sinistra di massacratore di
alpinisti sembra qui un poco sminuita dalla rapidità efficacissima
con cui il tedesco ha saputo imbrigliare le mille difficoltà
incontrate sul suo percorso. Il bello è che Heckmair riesce a farle
apparire in una dimensione umana, più mite del ghiaccio terribile che
gli ha infestato la salita. Curiose ancora oggi restano alcune note
tecniche di indubbio sapore storico. Sapevate che allora si utilizzava
l'ovatta termogena per riscaldare estremità e giunture, curando di non lasciarla a lungo a contatto con tali punti perché
si rischiava di ustionarle? La penna scarna ma coinvolgente
dell'autore sa scalinare bene, dal tratto di impegno tecnico dove non
tralascia di descrivere con attenzione quanto sia necessario per
superare un tetto di puro ghiaccio, al passo in cui si lascia andare a
descrivere le terribili coliche causategli da un'abbuffata solitaria, in
parete,di aringhe affumicate. Il fatto è che questo volumetto non
potete non leggerlo anche se andate a camminare soltanto la domenica:
chi si picca di conoscere un poco la montagna e la sua letteratura non
può sedersi a leggiucchiare in una confortevole stube di montagna con
qualche antico alpinista se non può ricordare i passi narrati
da queste pagine. Rischiereste di sembrare fuori luogo e, soprattutto,
perdereste una delle perle più fresche ed avvincenti della letteratura di montagna.
P.S. Provate a guardare il film con Eastwood e poi
leggete il libro. Vorreste scagliare la pellicola in un crepaccio e
conservarne soltanto la fotografia.
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Alberto
Pezzini
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