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la recensione letteraria di intra i sass |
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Titolo: Scommessa
col vento - Vita avventurosa di un pilota dei ghiacciai |
Scommessa col vento recensione di Alberto Pezzini |
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La
vita di Don Sheldon raccontata da un amico personale. Un racconto a
puntate fatto di minuscoli frammenti legati a spezzoni di ricordo
leggeri come l'aria. Sheldon è stato uno dei più generosi ed abili
piloti della “bush-aviation”, l'aeronautica della boscaglia e, per
esteso, di tutto ciò che è spinoso e difficile da penetrare. Il nostro
pilota impavido imparò l'arte del volo sui ghiacciai, in particolare
sul Monte McKinley che amava definire “casa”. Un personaggio alla
Martin Eden che si è creato con le proprie mani facendosi aviatore e
pilota di minuscoli super-cub con i quali è atterrato
praticamente ovunque sui ghiacciai dell'Alaska. E' interessante e
travolgente come la narrazione - sempre lanciata a trecento all'ora - la
vita di Sheldon. Inizia a lavorare come bracciante da giovane e poi, un
bel giorno, mentre termina di collaborare all'installazione delle
traversine per una ferrovia intravede nel sole un aereo. Decide
immediatamente di iscriversi alla scuola per piloti civili: fa un duro
tirocinio e successivamente, con il raziocinio limpido che lo ha
soccorso negli innumerevoli atterraggi compiuti su piccoli sci lanciati
dall'alto, parte per la seconda guerra mondiale dove riesce a
sopravvivere e si comporta in modo onorevole. Torna a casa e non può
fare a meno di volare ogni giorno, per 365 giorni, sui ghiacciai
azzurrini e traslucidi dell'Alaska dove la temperatura si abbassa a -35
normalmente e sale fino a toccare picchi ghiacciati di -75 quando si è
in volo. Ogni mattina, quando l'alba cominciava a far trascolorare le
nevi, filtrava attraverso un drappo di camoscio pulito l'olio che
diversamente avrebbe potuto ghiacciarsi per la presenza di minuscole
gocciole d'acqua facendo bloccare il motore a quattromila e più metri;
quindi partiva con ai piedi le irrinunciabili calze di spessa lana.
Avrebbe compiuto il giro classico delle montagne della zona scrutando
attentamente dal finestrino con la sua vista acuminata come uno Zeiss
d'alta quota e poi sarebbe atterrato a prendere i clienti che lo
aspettavano. Dapprima pescatori, in seguito cacciatori ed, infine,
alpinisti, sempre più numerosi ed attirati dal richiamo di quel pilota
indiavolato ma preciso come un orologio. La narrazione non molla il
lettore neanche un istante ed il personaggio che ne emerge è davvero un
sorprendente tipo umano alla Jack London. Un uomo dotato di cuore,
generosità cieca, e di un cosciente e vigile raziocinio. L'arma sua
migliore. Quella che lo ha aiutato negli atterraggi compiuti con gli sci
ai piedi dei suoi quaranta e passa aerei acquistati in vita. Gli episodi
si susseguono senza un attimo di tregua: dalla donna di quasi
centotrenta chilogrammi di peso che correva nuda in mezzo ai ghiacci
sventolando le vesti per farsi individuare più facilmente dall'aereo di
Sheldon, alle partite a carte nei rifugi tormentati dalla neve furente e
da tempeste affilate come lance, fino ai pesci ammucchiati nei
galleggianti degli idroplani per non fargli perdere la freschezza. Si
arriva a toccare certe vette di bizzarria fiabesca quando in un volo un
corpo d'uomo inanimato viene anch'esso trasportato - per le sue
dimensioni - non all'interno dell'abitacolo, bensì all'esterno e
saldamente steccato ad un giaciglio di fortuna realizzato con sottili
tronchi di legno. Inoltre, sempre con la sensazione di essere
all'interno di quel minuscolo aereo dove la luce accecante del cielo si
fonde con il bagliore che sale su dai ghiacciai, pranzava all'interno
dell'aereo mantenendo una linea invidiabile. E ancora gli alpinisti e
tra i migliori: tutti coloro che hanno voluto scalare il McKinley, un
6000 metri di ghiaccio e freddo inaspettato. Cassin e gli intrepidi
italiani riuscirono a scalare la Sud del McKinley restando tre giorni
incollati alla parete mentre il ghiaccio faceva annerire la carne dei
loro corpi congelandone le inerti estremità. I salvataggi compiuti da
Sheldon sono innumerevoli e portati fino quasi al sacrificio personale.
I morti su quella montagna sono stati molteplici ed altrettanti i
sopravvissuti grazie all'abilità che quest'uomo aveva nell'atterrare
con leggerezza sul ghiaccio di cui conosceva ed intuiva anche il più
nascosto avvallamento. Ogni tanto accadeva che la luce non fosse così
fedele come sarebbe stato necessario, oppure la neve - negli Stati Uniti
la chiamano champagne powder per la sua leggerezza e la sua
somiglianza con la polvere - ricoprisse dei crepacci aguzzi e l'aereo si
infilasse con gli sci all'interno di questi oppure subisse qualche
improvvisa imbardata provocata da una raffica inattesa: l'aereo a volte
si incravattava come le automobili da corsa ma Sheldon ne usciva vivo e
con lui i suoi passeggeri. Il suo vanto era che nessun cliente fosse mai
morto con lui. Quando quest'uomo si è spento di cancro, all'età di
cinquantatre anni, la vetta del McKinley era circondata e ricoperta
dalle nubi: è bello pensare che una montagna così massiccia abbia
pianto l'uomo che l'ha conosciuta come un instancabile amante a bordo
del suo minuscolo aeroplano. Ogni miglio percorso a bordo del suo aereo
lo ha avvicinato al regno dei cieli. |
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Alberto
Pezzini
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__________ Recensione precedente: Paul Pritchard, Totem Pole
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