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 la recensione letteraria di intra i sass 

Titolo: Scommessa col vento - Vita avventurosa di un pilota dei ghiacciai
Autore: James Greiner
Traduzione di Mary Archer
Pagg. 254 con illustrazioni b/n e colori
Lire 34.000
Editore: Centro Documentazione Alpina (Torino) - Novembre 2000
Collana: "Le Tracce" a cura di Mirella Tenderini

 

Scommessa col vento recensione di Alberto Pezzini

La vita di Don Sheldon raccontata da un amico personale. Un racconto a puntate fatto di minuscoli frammenti legati a spezzoni di ricordo leggeri come l'aria. Sheldon è stato uno dei più generosi ed abili piloti della “bush-aviation”, l'aeronautica della boscaglia e, per esteso, di tutto ciò che è spinoso e difficile da penetrare. Il nostro pilota impavido imparò l'arte del volo sui ghiacciai, in particolare sul Monte McKinley che amava definire “casa”. Un personaggio alla Martin Eden che si è creato con le proprie mani facendosi aviatore e pilota di minuscoli super-cub con i quali è atterrato praticamente ovunque sui ghiacciai dell'Alaska. E' interessante e travolgente come la narrazione - sempre lanciata a trecento all'ora - la vita di Sheldon. Inizia a lavorare come bracciante da giovane e poi, un bel giorno, mentre termina di collaborare all'installazione delle traversine per una ferrovia intravede nel sole un aereo. Decide immediatamente di iscriversi alla scuola per piloti civili: fa un duro tirocinio e successivamente, con il raziocinio limpido che lo ha soccorso negli innumerevoli atterraggi compiuti su piccoli sci lanciati dall'alto, parte per la seconda guerra mondiale dove riesce a sopravvivere e si comporta in modo onorevole. Torna a casa e non può fare a meno di volare ogni giorno, per 365 giorni, sui ghiacciai azzurrini e traslucidi dell'Alaska dove la temperatura si abbassa a -35 normalmente e sale fino a toccare picchi ghiacciati di -75 quando si è in volo. Ogni mattina, quando l'alba cominciava a far trascolorare le nevi, filtrava attraverso un drappo di camoscio pulito l'olio che diversamente avrebbe potuto ghiacciarsi per la presenza di minuscole gocciole d'acqua facendo bloccare il motore a quattromila e più metri; quindi partiva con ai piedi le irrinunciabili calze di spessa lana. Avrebbe compiuto il giro classico delle montagne della zona scrutando attentamente dal finestrino con la sua vista acuminata come uno Zeiss d'alta quota e poi sarebbe atterrato a prendere i clienti che lo aspettavano. Dapprima pescatori, in seguito cacciatori ed, infine, alpinisti, sempre più numerosi ed attirati dal richiamo di quel pilota indiavolato ma preciso come un orologio. La narrazione non molla il lettore neanche un istante ed il personaggio che ne emerge è davvero un sorprendente tipo umano alla Jack London. Un uomo dotato di cuore, generosità cieca, e di un cosciente e vigile raziocinio. L'arma sua migliore. Quella che lo ha aiutato negli atterraggi compiuti con gli sci ai piedi dei suoi quaranta e passa aerei acquistati in vita. Gli episodi si susseguono senza un attimo di tregua: dalla donna di quasi centotrenta chilogrammi di peso che correva nuda in mezzo ai ghiacci sventolando le vesti per farsi individuare più facilmente dall'aereo di Sheldon, alle partite a carte nei rifugi tormentati dalla neve furente e da tempeste affilate come lance, fino ai pesci ammucchiati nei galleggianti degli idroplani per non fargli perdere la freschezza. Si arriva a toccare certe vette di bizzarria fiabesca quando in un volo un corpo d'uomo inanimato viene anch'esso trasportato - per le sue dimensioni - non all'interno dell'abitacolo, bensì all'esterno e saldamente steccato ad un giaciglio di fortuna realizzato con sottili tronchi di legno. Inoltre, sempre con la sensazione di essere all'interno di quel minuscolo aereo dove la luce accecante del cielo si fonde con il bagliore che sale su dai ghiacciai, pranzava all'interno dell'aereo mantenendo una linea invidiabile. E ancora gli alpinisti e tra i migliori: tutti coloro che hanno voluto scalare il McKinley, un 6000 metri di ghiaccio e freddo inaspettato. Cassin e gli intrepidi italiani riuscirono a scalare la Sud del McKinley restando tre giorni incollati alla parete mentre il ghiaccio faceva annerire la carne dei loro corpi congelandone le inerti estremità. I salvataggi compiuti da Sheldon sono innumerevoli e portati fino quasi al sacrificio personale. I morti su quella montagna sono stati molteplici ed altrettanti i sopravvissuti grazie all'abilità che quest'uomo aveva nell'atterrare con leggerezza sul ghiaccio di cui conosceva ed intuiva anche il più nascosto avvallamento. Ogni tanto accadeva che la luce non fosse così fedele come sarebbe stato necessario, oppure la neve - negli Stati Uniti la chiamano champagne powder per la sua leggerezza e la sua somiglianza con la polvere - ricoprisse dei crepacci aguzzi e l'aereo si infilasse con gli sci all'interno di questi oppure subisse qualche improvvisa imbardata provocata da una raffica inattesa: l'aereo a volte si incravattava come le automobili da corsa ma Sheldon ne usciva vivo e con lui i suoi passeggeri. Il suo vanto era che nessun cliente fosse mai morto con lui. Quando quest'uomo si è spento di cancro, all'età di cinquantatre anni, la vetta del McKinley era circondata e ricoperta dalle nubi: è bello pensare che una montagna così massiccia abbia pianto l'uomo che l'ha conosciuta come un instancabile amante a bordo del suo minuscolo aeroplano. Ogni miglio percorso a bordo del suo aereo lo ha avvicinato al regno dei cieli.

Alberto Pezzini
Sanremo, maggio 2001


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Recensione precedente: Paul Pritchard, Totem Pole

 

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