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Rivista di Letteratura, Alpinismo e Arti Visive |
Parete Nordovest |
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di Carlos Buhler | |
Ande Centrali, Pucahirca Norte (6046 m), Parete Nordovest: cronaca di una prima ascensione (luglio 2003).
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E' stato sorprendente arrampicare con il giovane, forte Thaddeus. E' veramente un bravo alpinista, sebbene fosse totalmente nuovo a questo genere di esperienze. Ha retto alla sfida giorno dopo giorno, impugnandola con grazia. E' stato impressionante. Non aveva idea cosa comportasse affrontare un itinerario come questo. Dopo 4 giorni sulla via, ha cominciato a capire. Mi sono reso conto che uno dopo aver letto sulle riviste potrebbe pensare «Ok, si va giù in Perù e si risolve uno di questi itinerari in una settimana o 10 giorni. Siccome abbiamo a disposizione 7 settimane, dovremmo essere capaci di tirar fuori almeno 4, forse 5 itinerari come questo». Divertente... Siamo stati fortunati a portarne a casa uno di buono! C'è stato un incerto e complicato approccio alla parete. Le pareti Nordovest dei Pucahiricas sono protette da ripidi zoccoli di roccia con incassate enormi cascate di ghiaccio che arrivano fino alla zona superiore del Lago Safuna. La nostra prima maggiore impresa consisteva nel trovare una via d'accesso al nostro itinerario. Dopo 8 giorni della nostra iniziale esplorazione di Safuna, in giugno, non avevamo trovato un accesso plausibile all'interno del circo. Al secondo, più focalizzato, viaggio a Safuna, in luglio, risolvemmo il problema. Il 21 scoprimmo un canale marcio di roccia, alto 200 metri e tecnico, che portava a un piccolo dente (5080 m) di una cresta che segnava il confine del grande ghiacciaio del Pucahirca. Dal Dente osservammo che potevamo calarci sopra l'ininterrotta sezione superiore del ghiacciaio (il quale si chiudeva in circolo, meravigliosamente), sottostante l'enorme parete Ovest del Pucahirca Norte. Il 22 di luglio fissammo 120 metri di corde fisse (le nostre due corde d'arrampicata) nel canale, per ridiscendere giù e risalire mediante prusik trasportando i nostri pesanti zaini attraverso l'insidioso tratto friabile. Dal Dente ci calammo sul ghiacciaio per 50 metri, lo attraversammo per 1 ora e mezza e arrivammo all'inizio del nostro sperone, a circa 5100 metri. Arrampicammo 2 lunghezze e mezzo di ghiaccio attraverso uno stretto e poco ripido spigolo di un piccolo seracco, dove passammo la notte. Era giunto il momento di affrontare la parete seriamente. Thaddeus cominciò a condurre su un salto di ghiaccio fragile, alto 15 metri a 85°, proseguendo su 40 metri di neve profonda improteggibile. Su sei lunghezze di corda le protezioni erano solamente profondi buchi scavati nel ripido pendio nel quale si doveva avanzare lentamente, a quattro zampe, per trovare un po' di sicurezza. Il nostro itinerario si è svolto per lo più su neve e ghiaccio inclinati tra i 50 e i 65 gradi. Abbiamo dovuto divincolarci tra due muri di ghiaccio per salire la nostra linea. Un terzo formava un'ampia barriera sopra le rocce che delimitano la sommità della parete. La grazia salvifica è stata, in generale, che il ghiaccio avrebbe dovuto distaccarsi direttamente dai nostri piedi per scrollarci di dosso. Se si distaccava a destra o a sinistra ci avrebbe mancato poiché è stato come se arrampicassimo su uno sperone. Dettaglio assai differente rispetto a molti coluoir in Perù che scaricano detriti all'interno dei canali in cui stai arrampicando (come la via Ferrari sulla parte Sudovest dell'Alpamayo dove 8 alpinisti sono morti a fine luglio. Questa orribile tragedia è accaduta mentre eravamo sul Pucahirca, a nostra insaputa, benché avessimo sott'occhio la montagna per l'intero periodo).
La parte superiore della
parete era caratterizzata da una lunga barriera di rocce, alta 120 metri,
che s'inclinava verso destra (vedi foto). Intuimmo che il punto cruciale
della salita sarebbe stato superare le rocce all'esrtrama destra, dove la
parete si congiunge direttamente alle cornici della cresta Ovest. Certi di
questo, passai più di 5 ore per condurre due corte lunghezze di corda
sopra un ripido, friabile, contorto dal vento, canalino di ghiaccio e per
superare 8 metri di muro roccioso ricoperto da ghiaccio e neve
inconsistenti. Attrezzammo le due lunghezze con una corda fissa, per poi
ridiscendere su una piccola piattaforma sottostante una grande cornice.
Il giorno seguente il tempo girò al brutto. Iniziò a nevicare e il vento a sbattere. Risalimmo con i prusik la nostra linea di 7, 5 mm e Thaddeus condusse l'ultima lunghezza di 60 metri su ghiaccio per sbucare su un più facile pendio di neve. Ci trovammo di colpo immersi in un totale white out, tra una tormenta di neve. Scavalcammo una facile cresta nevosa, progredendo in conserva, fin quando ci fu impossibile decifrare cosa ci aspettasse oltre. Incapaci di vedere, ci sedemmo e aspettammo. Ma seduti per un'ora nella neve non ci aiutò se non che ad avvertire che cominciavamo a gelare. Constatato che non saremmo usciti in vetta quel giorno, iniziammo a scavare. Armati di sole picche, ci vollero sei ore di lungo lavoro per realizzare una truna di emergenza (dalla base della parete avevamo portato con noi solo i sacchi da bivacco, non la tenda). Il nuovo mattino, 27 di luglio, spuntò meravigliosamente limpido. Ci accolse un'alba spettacolare. Rosa e sontuosa. Ci trovavamo a un solo tiro dalla vetta, sopra una ripida, affilata ed esposta cresta. Alle 8.25 calcammo la cima gettandoci le braccia uno sull'altro, stretti in un emozionante abbraccio. Dopo aver considerato la lunghezza delle possibili discese, decidemmo di scendere per il versante Est della montagna attraverso l'ampio sistema di crepacci affrontati per la prima volta dal giapponese Nakamura nel 1961... Ma dopo 250 metri la discesa si rivelò impraticabile. Già le nuvole in arrivo da est coprivano la montagna. Ci bloccammo ai piedi di un enorme crepacciata! Ci immaginammo già di dover scendere nel sottostante labirinto per non uscirne mai più. Dissi a Thaddeus: «O scegliamo di morire lentamente nel ghiacciaio, incapaci di trovare una via d'uscita, oppure potremmo morire velocemente travolti da un seracco mentre scendiamo l'itinerario appena salito. Quale scegliere?». Decidemmo per l'ultima opzione. Piuttosto esausti ora, riguadagnammo la truna dalla quale iniziammo a calarci in doppia per tutta la parete Nordovest. La notte che seguì fu la peggiore dell'ascensione. I vortici di neve dell'incessante bufera ci sferzarono per tutta la notte, fradici, riparati a bivaccare dentro a un crepaccio. Fu un'esperienza orribile e non chiudemmo mai occhio. Il 28 di luglio terminammo le 19 calate, attraversammo il ghiacciaio per risalire 50 metri fino al Dente, eseguire le ultime due doppie sul canale e approdare al nostro primo campo a 4880 metri. Whew! Con altre due ore riuscimmo a raggiungere il nostro Campo Base e il nostro meraviglioso cuoco, Mauro, che non era stato più capace di seguirci con il binocolo nonostante la cima non fosse stata ricoperta completamente dalle nuvole. Eravamo euforici di essere fuori dalla montagna. Passammo gli ultimi giorni giù al Lago Safuna, a pescare e a gustare le trote della regione finemente cucinate da Mauro. Il quale fu pienamente soddisfatto di poter completare il lavoro.
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Bozeman (Montana, USA) Agosto 2003 © settembre 2003 intraisass (traduzione di Alberto Peruffo) >> pagina extra intraisass con GALLERIA FOTO
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Carlos Buhler |
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