Non sono preparato a morire
Stralci e appunti del protagonista di
«Un volo in Valsugana»
 

 

di Onofrio Baggio

 

Altipiano d'Asiago, Sasso Rosso, parete Sud: il protagonista di «Un volo in Valsugana» racconta in prima persona la sua straordinaria esperienza (gennaio 1983).

 

Durante i giorni e le notti di questo primo scorcio di stagione (inverno 1983), prende corpo e si struttura in modo ben definito e preciso l'idea di ripetere la via Massarotto-Roman sul Sasso Rosso in Valsugana, aperta nella primavera dell'81 e non ancora ripetuta. Ne parlo all'amico Claudio Callegarin, il quale si dimostra interessato e motivato. Decidiamo per Domenica 16 gennaio. Siamo ben preparati e informati su quello che ci aspetta.

Domenica 16, molto presto, sono fedele all'appuntamento all'incrocio di Rosà: ma il Caio non arriva; l'attesa è inutile. Durante la notte una colica renale l'ha costretto al ricovero in ospedale. Mi dispiace molto, soprattutto per Caio. Ma non mi do per vinto, tanto più che ho davanti una settimana di ferie; sul Sasso Rosso ci andrò lo stesso, e questa volta da solo. Informo in serata l'amico Ortensio sulle mie intenzioni; si dichiara disposto ad accompagnarmi e a seguirmi dal basso durante l'ascensione e a venirmi a prendere nei prati di Foza al ritorno.

Detto fatto. Il giorno dopo, di buon mattino, siamo sullo sperone d'attacco; ci salutiamo e... comincia l'avventura. Senza particolari problemi, sempre ben autoassicurato, mi alzo tranquillo, fino alla famosa placca grigia che rappresenta uno dei tratti chiave della salita; il tempo di concentrarmi e raccogliere l'energia e la decisione sufficienti e, senza lasciarmi troppo intimorire dalla notevole esposizione, parto sicuro e deciso; giungo al punto sosta molto soddisfatto. Ma il bello deve ancora venire: guardo in su, la qualità complessiva della roccia non mi convince più di tanto... riparto, mi porto obliquamente a sinistra verso il diedrino fessurato leggermente strapiombante dove in alcuni punti mi sembra di arrampicare sul gesso; provo qualche chiodo... uno mi resta in mano... do un'occhiata in giro, verso l'alto, guardo anche l'ora... sento venire un po' meno tutta la sicurezza che avevo dentro e realizzo che certamente in giornata non ce la faccio ad uscire dalla via. Ritorno al punto sosta e, mentre scendo, lascio una corda fissa sul tratto chiave superato in mattinata. Ortensio intanto osserva e fotografa le mie evoluzioni, finché con alcune doppie lo raggiungo alla base della parete. Sono sicuro che le difficoltà tecniche della via sono alla mia portata; l'unica cosa che non mi convince è la qualità della roccia. In serata riesco a mettermi in contatto con Leopoldo Roman, al quale racconto il tentativo e le mie perplessità; ma lui mi assicura che la roccia non è poi tanto malvagia, anzi; i chiodi, invece, quelli sì, bisogna controllarne la tenuta... Tanto basta per ritentare il giorno successivo, che, ne sono sicuro, sarà quello decisivo.

L'indomani ad accompagnarmi, oltre ad Ortensio, c'è anche l'amico Franco. Parto molto deciso e veloce. Poco dopo le 9 ho già raggiunto il punto sosta dov'è ancorata la corda fissa. Dopo un momento di pausa, riparto, supero il diedrino giallo strapiombante e la parete sovrastante fino ad uno scomodo punto sosta alla base di un bel diedro grigio: amara sorpresa! su tre chiodi di sosta, uno lo tolgo con due dita... sento che qualcosa dentro si sta sgretolando e ho la netta sensazione di aver rischiato anche troppo, di aver fatto qualche passo in più, più in là, sfidando la montagna e me stesso. Capisco che devo tornare indietro... con l'amaro in bocca, a due tiri dall'uscita dalle forti difficoltà, sentendo di avere ormai in mano la via...
Con alcune doppie su un vuoto impressionate, perdendomi in riflessioni e considerazioni che giocano con sensazioni profonde, raggiungo i due amici rimasti pazientemente ad osservare.

Domenica 23 Gennaio è un bellissimo mattino di sole... sono con Piero Salvestro ancora sul Sasso Rosso... Ridendo e scherzando, superiamo difficoltà a me già note. Siamo sull'ultimo tiro già percorso, sul diedrino giallo, quando in fondo, su uno speroncino oltre il ghiaione alla base della via, spunta uno spettatore conosciuto, il Mauro (informato delle nostre intenzioni - dirà poi - durante la notte non è riuscito a dormire...).
Ed è Mauro l'unico spettatore di quello che sta per accadere... mentre mi trovo sull'ultimo gradino della staffa e sto facendo leva con la mano destra su un chiodo da me piantato, tentando di raggiungere il chiodo di progressione successivo, il chiodo sul quale faccio leva fuoriesce... sono completamente sbilanciato indietro, cado sfiorando la parete per 12 metri, finché uno strappo violento, determinato dalla trazione improvvisa sul chiodo di sosta, mi devia dalla traiettoria di caduta (sarei finito su uno sperone di roccia) e vado a finire in prossimità dell'enorme diedro a destra dello sperone stesso... il chiodo di sosta viene strappato via (anche questo piantato da me)... Piero, impotente, si brucia le mani nel tentativo di frenare la caduta, aspettando il momento in cui, esaurita la corda, lo strappo avrebbe sicuramente rotto quel misero cordino da 5 millimetri con il quale è assicurato ai due chiodi di sosta (la sua assicurazione è questa: imbragatura-cordino da 5mm-moschettone-due cordini agganciati ai due chiodi)... il cordino non si rompe... le corde tengono... i due chiodi tengono... io vado a toccare appena con i piedi la roccia sottostante, dopo aver sfiorato la parete... sembra tutto quasi “perfetto”, un volo millimetrato, calcolato, “telecomandato”... tutto “troppo” perfetto... sono circa 60 metri di volo...

Le “sensazioni” provate durante la caduta? Saranno molti in seguito a chiedermelo. Qualche giorno dopo questo volo, che alcuni amici hanno definito “storico”, ho buttato giù alcuni appunti, di getto, senza preoccuparmi tanto della forma, della logicità; solo un tentativo di dare parola a sensazioni fugaci, profonde e intense...
- tutto succede in un periodo di tempo talmente breve per cui l'impressione è quella di non avere il tempo di “pensare a niente”: sono sensazioni profonde e superficiali allo stesso tempo;
- tuttavia, dopo il primo strappo, ho provato la netta sensazione che “è veramente finita”;
- incredulità...
- e sensazione di “morte”...
- piena lucidità e consapevolezza: è finita!!
- e un'impotenza assoluta...
- nell'attesa del colpo finale...
- devo essere preparato a cadere, pronto all'impatto...
- e ho paura di farmi male al momento dell'impatto con la roccia... non posso morire così, non posso farmi male... eppure vedo che è così, che sto morendo...
- ma non c'è assolutamente panico: non un grido o una richiesta di aiuto: è tutto molto freddo, realistico, vero...
Parete, roccia, vuoto, cielo, la parete ancora vicinissima... poi... il miracolo! un violento strappo, e mi ritrovo, assolutamente incredulo, a penzolare nel vuoto, con i piedi che appena accarezzano le placche inclinate... nessun dolore... ma, dopo l'incredibile strappo, mi sento come risollevare, risucchiare, riemergere... mi sembra anche molto normale e naturale ritrovarmi integro, appeso alle corde... vivo!!
Guardo verso l'alto, vedo dei sassi che cadono, ma non mi interessa più niente: ormai non posso più morire!
Respiro profondamente, con calma; rispondo ai richiami degli amici e, molto stupidamente, quasi in trance, alzo le mani e rispondo a Mauro:
«mi arrendo!»...
“Al diavolo - dico tra me - anche la via del Massarotto”...

E' tutto abbastanza strano... i miei pensieri, per un momento, sono ancora tutti concentrati sulla via... Sfilo la macchina fotografica e scatto una diapositiva, con molta calma... è tutto bianco: la polvere di magnesio, qualche sasso che continua a cadere...
Gli amici continuano a fare richiami, soprattutto Piero...

Ho avuto modo, a breve distanza di tempo, di scambiare impressioni e sensazioni provate con Piero... lui, dal suo terrazzino di sosta, ha vissuto momenti di attesa, paura e impotenza molto forti...
- appena mi ha visto “partire”, mi ha “visto già morto”, ha dato subito per scontato che sarebbe successo l'irreparabile...
- quando poi ha visto levarsi anche il chiodo di sosta, ha avuto subito ben chiara la situazione: eravamo entrambi affidati ad un cordino che non avrebbe assolutamente sopportato lo strappo successivo... momenti indescrivibili, mentre la matassa delle corde si svolgeva rapidissimamente: “l'attesa” del colpo e, poi, sarebbe precipitato nel vuoto... no! non è successo! quel cordino miracolosamente ha tenuto...
- incredulità!...e, poi, guardando i due chiodi di assicurazione collegati al cordino, ha l'impressione di “vederli uscire lentamente dalla roccia”...e comincia a chiamarmi...
Io non rispondo. Ora... mi rendo finalmente conto di essere stato “salvato”... una percezione chiara, nitida; adesso, i miei pensieri, in pochi momenti, “si aprono” e “vedo” più chiaramente:
- stavo morendo sul Sasso Rosso
- in un'attività meravigliosa, ma anche molto individualista
- mi sembra assurdo rischiare la vita e perderla così... è una “bella morte”, ma in fondo, vale la pena?
- ho la chiara consapevolezza di essere stato “graziato”, “salvato”, “miracolato”
- e poi a casa c'è la Gabry, la Erika e la Paoletta di appena sei mesi... e il Piero ha la Morena in attesa...
- ho un sacco di cose da fare ancora...
- ho coscienza di essere in qualche modo debitore, di non appartenermi più...
- i giorni che mi restano da vivere sono tutti regalati... donato ancora a me stesso, per farmi dono... mi è stata ridata la vita per ridarla agli altri...
Poi, ancora, con molta calma e consapevolezza...“la paura della morte” ...non mi sento preparato alla stessa, ho la sensazione di non aver fatto ancora niente, o molto poco, per dare un senso pieno alla mia vita, di aver sempre rimandato nel tempo la decisione di vivere a tempo pieno per un grande e forte ideale di vita, profondamente umano e, come credente, autenticamente cristiano; di aver rubato troppo tempo a me stesso, alla famiglia, agli altri... sento la necessità di ridare un senso, un significato ad una vita un po' troppo distratta, distolta da un centro unificatore... la necessità di ridimensionare questa attività che ha assunto effettivamente uno spazio troppo ampio nella mia vita. Vado in montagna, certamente, anche per cercare me stesso; ma tutta la vita è un cercare e trovare se stessi...“non sono preparato a morire” ...è questa una delle sensazioni più forti ...pochi momenti, ma “profondissimi”, più profondi di quelli provati durante la caduta.

La cronaca, ancora.
Mi aggrappo alla parete. Piero insiste nel chiedere come sto; Mauro risponde che arrampico ancora. Mi porto verso sinistra in alto fino a raggiungere un alberello dove fare sosta. Qui comincio ad avvertire più distintamente il dolore al fianco sinistro e mi sembra quasi di avere qualche problema respiratorio (cadendo, inizialmente ero leggermente inclinato, per cui lo strappo mi ha procurato una contusione al fianco sinistro). Penso alla milza; rifiuto l'idea di dover morire per una rottura di milza dopo quel volo... mi impongo di respirare profondamente e tranquillamente... sono molto calmo, ma devo sforzarmi continuamente di allontanare l'idea di una possibile emorragia interna, che so essere possibile... ma tanto non serve a niente... prima che arrivino i soccorsi!?
Sono un po' preoccupato per Piero: so che è senza materiali e ha una mano inservibile... speriamo bene. L'attesa è lunga, molto lunga, interminabile; finalmente lo vedo scendere molto lentamente... lo fotografo addirittura mentre scende a corda doppia; mi raggiunge all'alberello di sosta. Ci guardiamo increduli e sconcertati; mi mostra le mani ustionate... Cominciamo a recuperare le corde: amara sorpresa... nonostante tutti i nostri sforzi, le corde non vogliono saperne di venire giù: tentiamo e ritentiamo... ma è inutile! Piero ha passato le corde su una fettuccia: più forte è la trazione, più la fettuccia stringe le corde... Non possiamo rimanere lì immobili. Le soluzioni possibili sono due: o mandare Mauro a chiamare il soccorso oppure risalire completamente le corde e rifare l'ancoraggio. Piero in quelle condizioni non può risalire. Senza tanta esitazione, decido di risalire con i prusik, nonostante il dolore al fianco sempre più insistente. Risalgo pazientemente tutta la corda fino a raggiungere la piazzola con i chiodi di ancoraggio. Lavoro un bel po' per creare un ancoraggio a tutta prova e ridiscendo. Altre due doppie, e siamo alla base della parete.

Nel frattempo sopraggiunge dai ghiaioni sottostanti il mio amico Ortensio, salito quassù assieme al cognato per un'escursione “interessata”; mi dice che salendo il ghiaione ad un certo punto aveva notato un punto rosso in parete e, poco dopo, perlustrando nuovamente con lo sguardo la parete, aveva notato con un certo disappunto che non c'era più nessuno: “per l'ennesima volta - aveva pensato - è tornato indietro”. Rimane molto male quando Mauro l'informa dell'accaduto. La sera precedente eravamo stati a cena assieme, a casa sua.

Scendiamo. Ho il cuore in tempesta. Mi sento dentro sconvolto, svuotato, sento che dentro qualcosa si è rotto. Comincio a zoppicare; comincio adesso, a distanza di un paio d'ore, a sentire male alle caviglie.
Sull'ultima casa dei terrazzi abbandonati incontriamo un anziano del posto al quale raccontiamo l'avventura; ricordo il suo monito severo:
«lassù, non ci torni più!».
Al paese, una telefonata alla Gabry, per dire che è andato tutto bene e presto sono a casa (!?). Non sarà così invece. Al Pronto Soccorso, dove accompagniamo Piero per medicare le mani, sono invitato a trattenermi in osservazione clinica per la notte. Qui mi raggiunge la Gabry. E' una notte densa, piena di pensieri, sentimenti, percezioni, propositi... in attesa del nuovo giorno, carico di attese e prospettive, ma anche incertezze e paure, colorato di un sentimento profondo di gratitudine.
 

Bassano, 1983-2003
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Onofrio Baggio

 

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