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Rivista di Letteratura, Alpinismo e Arti Visive  

Tre romani e una corda

di Paolo Diotallevi
 

Gran Sasso d'Italia, Massiccio del Corno Grande, Vetta Occidentale: tre amici di Roma si avventurano su una classica della Parete Est (giugno 1986).

 

 

Giugno di una estate di tanti, tanti anni fa. Siamo tre giovani ragazzi, io Attilio e Mino.
Obiettivo: massiccio del Gran Sasso, Vetta Occidentale, parete Est.
Via SUCAI, 350 metri di camini e placche, mediamente 4° grado, con passaggi di 5°-.
Partiamo un sabato pomeriggio alla volta di Campo Imperatore, allegri e baldanzosi. Cioè loro allegri e baldanzosi, io invece fingo soltanto di esserlo, dato che so che sarò il capocordata per tutta la via e come al solito ho il mio bravo sorcio nello stomaco, fenomeno credo ben noto a tutti gli alpinisti, ma non fa niente, so già che al dunque mi passerà, mi conosco. Mentre risaliamo con l'auto i ripidi tornanti del versante Sud guardo rapito e silenzioso le montagne che sfilano sotto i miei occhi: Camicia, Brancastello,
Prena, che spettacolo fantastico, è come se le vedessi per la prima volta. Peccato che non potrò vedere la Nord del Camicia, quella la si ammira soltanto dall'altro versante, qui siamo a Sud.
Per ultimo eccolo, il Gran Sasso, il Corno Grande, siamo arrivati.

E' tardo pomeriggio, fa molto freddo.
Piantiamo la tenda sui prati sotto il rifugio, sembra una postazione comoda, ma la notte la passo praticamente in bianco tra il sorcio nello stomaco, il rumore del vento e il beato russare dei miei compagni.
La mattina dopo di buon ora smontiamo tutto. Decidiamo di fare colazione al rifugio ma il gestore chissà perché non c'è, arriva dopo un bel po', io sono decisissimo ad aspettarlo, voglio caffè, tanto caffè, poi quando arriva ci mettiamo anche a chiacchierare e così perdiamo tempo.

Fino all'attacco della via ci sono almeno due ore e mezza di cammino (in parte faticoso), ma noi ci impieghiamo molto di più: non è ancora estate piena e in molti passi c'è nevischio scivoloso. Inoltre ci attardiamo fatuamente a fare fotografie dal cosiddetto “balcone del belvedere”, poi ci fermiamo a mangiare i panini, insomma tra una cosa e l'altra siamo all'attacco della via nel primo pomeriggio (!), contro ogni buonsenso: sul Gran Sasso significa maltempo, metti che in Italia è sereno dappertutto, l'unica nuvola stai sicuro che la trovi sul Corno Grande intorno alle 3 del pomeriggio. A volte è difficile decifrare i comportamenti umani...

Eccola finalmente la parete Est, è sopra di noi.
Forse non va più tanto di moda, ma fa ancora la sua figura, 350 metri di roccia verticale incombente, un immenso muraglione di calcare che sta lì dai tempi del Giurassico, immutabile, eterno, impassibile, molto prima e molto dopo di noi, il Gran Sasso è lì da sempre e per sempre e a noi neanche ci calcola, noi siamo solo un piccolo episodio.

Dai sbrighiamoci che è lunga ancora, siamo appena all'inizio, finalmente qualcuno si accorge che è tardi.
Isolamento totale, non c'è nessuno, non una cordata nelle pareti che ci circondano, nemmeno sul Torrione Cambi, siamo soli.
Meglio, nessuno che rompe le palle.
Ci imbraghiamo velocemente, io da bravo primo di cordata mi carico la ferraglia, per ultimo mi metto le scarpette da arrampicata.
Accidenti, ma perché ho portato quelle vecchie e schife? Ah, già, perché non volevo rovinare quelle belle e nuove, ricordo di avere pensato: le uso un'ultima volta e poi le butto, ma guarda te, sono mezze rotte, le scarpette nuove erano bellissime, perfette, ma perché faccio queste cose? Gli alpinisti muoiono perché sono tirchi, chi è che l'ha detto?
Va be', andiamo va', tanto sono fatalista.

I primi tiri di corda scorrono velocemente, tutti intorno al terzo grado, una barzelletta. Salgo bene, deciso, preciso, quasi mi sembra di far parte della parete, solo i piedi mi fanno male, ti credo, con questi cessi di scarpette, neanche tengono in aderenza, speriamo bene dopo sulla placconata.
Arriviamo alla nicchia, finalmente stiamo un po' comodi, da qui comincia il primo traverso a sinistra. Ci fermiamo un po' a fare nulla, è bello essere qui, nessun essere vivente nel raggio di chilometri, solo un'aquila anatraia volteggia alta, dicono che qui ci siano anche due coppie di aquile reali, io mai viste però, sarà vero? Ma ora andiamo che è tardi.
Riparto.
Il traverso è semplice, lo concludo con facilità, metto un dado e riparto verso l'alto. Ed ecco le placche, siamo costantemente sul 4° grado, 4° superiore, nessun problema, salgo fischiettando, con movimenti rapidi ed eleganti, mi sento sicuro. Arrivo al punto dove inizia il secondo traverso a sinistra. Recupero i miei compagni ma non ci fermiamo, la sosta è scomodissima, riparto subito.
Il traverso è semplice, ma non riesco bene a individuare il punto dove ricominciare a salire in verticale, la guida qui non è molto chiara (anzi, siamo sinceri, sono io tardo di comprendonio, Antonioli è sempre chiarissimo). Faccio pochi metri di traverso ed ecco, si, forse è qui. Mi consulto con i compagni, loro sono d'accordo. In effetti sopra ci sono ancora placche, però mi sembrano complicate viste dal basso, ma forse è una impressione, ma sì dai, meglio andare che è tardi.
Pianto un chiodo, mi sembra canti bene, si, è un chiodo buono. Salgo.
Le difficoltà aumentano, gli appigli si riducono a piccole rugosità e a minuscoli buchetti, buoni per un dito, sono su un passo molto difficile, ben più del 5° grado, la guida non parla di passaggi così duri.
Ho sbagliato itinerario? Mmh...
Continuo a salire, ma i problemi aumentano. Ora la roccia strapiomba, la mia passione... Il passo è durissimo, 6° grado secco, sicuro, forse 6° superiore, ed ecco che sono al mio limite tecnico. Non c'è alcuna possibilità di piantare un chiodo, non esiste che lascio una mano, la cosa si fa divertente davvero.
E' chiaro che ho sbagliato, ma forse più su è meglio, se riesco a passare di qui poi mi ricongiungo alla via originale traversando di sopra, su passaggi più facili. Avvicino il più possibile il bacino alla roccia, azzardo un incrocio di piedi e in equilibrio veramente precario mi alzo di altri 30 centimetri, sfruttando una piccola reglette per la mano destra e minute rugosità della roccia per i piedi.
Adesso non c'è veramente più nulla, solo roccia liscia strapiombante.
Comincio a realizzare la situazione.
Sono nei guai.
Ho paura? No, forse no.
No, sono a posto.
Ma avanti non riesco, la placca è al di sopra delle mie possibilità.
Nel cervello i pensieri cominciano a girare vorticosamente, da soli.
Dunque, facciamoci due calcoli, l'ultimo chiodo l'ho messo circa 7-8 metri sotto, il volo sarà dunque 15-16 metri, davvero una goduria, ma il chiodo sembrava buono mentre lo piazzavo, mi ricordo che cantava. Deve essere buono per forza, sotto c'è la sosta! Se il chiodo non tiene forse possiamo considerarci morti tutti e tre.
Almeno è una situazione chiara, lampante.
Adesso sì che ho paura.
Chiudo gli occhi, penso a un prato verde e regolo il ritmo del respiro, di solito funziona. Funziona anche stavolta, quando riapro gli occhi sono calmo, ma la situazione oggettiva non è cambiata. Sono io quello appeso in parete, certamente cadrò e se il chiodo non tiene morirò. E' una cosa impossibile da razionalizzare.

La gamba destra inizia a tremare leggermente, FIGURA DI MERDA, speriamo che dalla sosta Attilio e Mino non mi stiano guardando. Sicuramente hanno già capito che sono in grande difficoltà, è parecchio tempo che sono bloccato qui, le mani cominciano ad acciaiarsi. Nessuno mi grida: come va?, brutto segno.
Non c'è niente da fare, non riuscirò a passare da qui, non riesco nemmeno a spostare le mani dagli appigli, per tentare qualcosa. Tornare indietro è impensabile, sarebbe ancora più complicato che andare avanti.
Ricomincio a respirare affannosamente, sono solo e nessuno mi aiuterà, non è un sogno, non mi sveglierò, chi cavolo me l'ha fatto fare, se stavolta me la cavo non arrampicherò più, cosa c'entro io con l'alpinismo, da ora in poi mi accontenterò delle piccole cose della vita, tutto ciò che prima non sopportavo da ora in poi mi sembrerà bello, basta che torno a casa, voglio tornare a casa... ho paura, ma non è ancora panico, mi accorgo che riesco a ragionare.
Almeno questo.
Sono al limite estremo della resistenza.
E va bene, vaffanculo, visto che devo cadere voglio essere io a decidere il momento esatto. Se avessi più carattere forse tenterei un'ultima volta di passare, azzarderei movimenti delicatissimi, ma non sono il tipo, preferisco volare piuttosto che tentare oltre, preferisco scappare. Che razza di coglione sono...
D'accordo, andiamo a farci un giretto. «ATTILIO; CADO», avverto, e poi
lascio.
Si parte.
Prima sensazione: dopo pochi metri di volo la testa sta in giù rispetto alle gambe, non si cade rimanendo dritti, in teoria lo sapevo già, no? E' affascinante, meraviglioso, vederlo in pratica.
Seconda sensazione: quanto è lungo questo volo, non finisce mai!
Terza sensazione: uno strappo secco, brutale, scarsamente ammortizzato dalla elasticità della corda, un dolore molto forte alla colonna lombare irradiato alle gambe, il fiato che per un po' mi manca.
Sono arrivato, il chiodo ha retto, non ho toccato la roccia, sono vivo, non sono ferito, la colonna vertebrale è ancora integra.

Raggiungo i compagni alla sosta, sopra di me. Sono impressionati, anche io sono molto scosso e mi rendo conto che devo ripartire subito. Non mi devo fermare a pensare né a commentare. Le chiacchiere dopo.
Faccio il disinvolto: «ragazzi ho sbagliato, non è di qua, dobbiamo traversare ancora qualche metro a sinistra, sbrighiamoci». Loro non parlano, altro brutto segno, hanno paura, in fondo siamo solo tre alpinisti amatoriali.
So già che Mino non si farà prendere dal panico, ma Attilio? Ma no, che neanche lui.
Salgo un metro e, raggiunto il chiodo, traverso per facili roccette. Fatta una decina di metri individuo il punto giusto. E' qui. E inizio a scalare. Trovo quasi subito una clessidra di roccia e ci schiaffo un cordino. Questo semplice gesto rinnova in me la sicurezza e mi permette di salire con più tranquillità fino al passaggio chiave, che non mi sembra superi il quarto grado superiore.
Subito dopo c'è la sosta, che con mia grande gioia trovo già pronta, due bei chiodi e un vecchio cordino che provvedo subito a rinforzare.

Recupero Attilio e Mino e riparto per i tiri successivi, tutti su placchette
di terzo e quarto grado. Riacquisto sicurezza, salgo bene, sicuro e sciolto, metto poche assicurazioni, come se non fosse successo nulla, addirittura faccio deliberatamente una quarantina di metri senza mettere né chiodi né altro, il tempo si dilata, i sensi sono tutti all'erta, mi sento bene, il cuore è saldo, i movimenti armoniosi precisi e decisi, nulla più esiste se non io e le placche, sono grande, il mondo è il mio palcoscenico e la mia platea, sono libero, invincibile, splendido. Non c'è passato, non c'è futuro, c'è un solo presente intenso, fantastico, vorrei fosse per sempre, sono onnipotente. Sono io Dio?

Buio.
Sta facendo buio. Come, così presto? No, che non è presto, il tempo passa veloce quando ci si diverte, e io mi sono sganasciato parecchio con quel passaggio.
Abbiamo portato le lampade frontali? No, naturalmente, figuriamoci.
Va beh, si sale al buio, anche perché tanto c'è la luna piena e ormai il peggio è passato, sto su passaggi di 3° grado.
Nuvole.
No, dai, anche le nuvole! Non verrà mica il temporale? Adesso sono preoccupato, salgo veloce, e improvvisamente comprendo di essere stanco, molto stanco.
Mani e piedi mi fanno male, la schiena mi fa male, vedremo dopo i danni causati dal volo, ora sono spossato.
Finalmente una buona notizia: non arrampico più, sto camminando, sono sul plateau sommitale, sono in vetta.
2912 metri, c'è chi sostiene 2914. Una disputa davvero interessante.
Nessuno fa i salti dalla gioia. E' notte, fa freddo, siamo stremati e non si vede una sega, siamo al buio in mezzo alle nuvole.
Pura follia pensare di scendere passando dalla “direttissima”, ma anche dalla cresta, significherebbe rischiare davvero di brutto. Dobbiamo bivaccare qui sulla vetta, che palle.
Abbiamo la tenda? No. Abbiamo un sacco a pelo? No. Abbiamo un telo, una coperta? No. Abbiamo panini? No. Abbiamo acqua? No. In compenso abbiamo molta, molta sete. Qualcosa abbiamo.

La notte si preannuncia divertente, di sicuro non rischiamo un colpo di
calore. Abbiamo anche un altro problema: se non diamo notizie entro le undici, siamo formalmente dispersi, con quanta gioia dei familiari è facile immaginare. A ciò si aggiunga che il papà di Mino ha già avuto due infarti, e infatti Mino tra noi quello più in apprensione. A quell'epoca, inutile dirlo, niente cellulari.  Poi tra la stanchezza, il buio e il freddo pungente, si fa strada una folle speranza: forse andranno a letto senza aspettarci, domani mattina alle prime luci dell'alba scendiamo e alle 6:30 gli telefoniamo dal rifugio, non faranno a tempo ad accorgersi che non siamo tornati stanotte. Ma sì dai, vedrai che andrà così.

All'improvviso vediamo nella nebbia una macchia rossa. Cos'è? Ci avviciniamo e scopriamo che sono due teloni stesi da due ragazzi saliti a piedi dal sentiero, a mo' di tenda.
Meglio di niente, ci accomodiamo anche noi nell'improvvisato rifugio, solo che loro hanno i sacchi a pelo, noi no. E' anche normale, quando si arrampica non si porta peso inutile, loro sono saliti camminando sulla cresta Nord-Ovest, e potevano permetterselo. Sono due ragazzi dell'Aquila, simpatici.
Scopriamo con gioia che hanno l'acqua, però poca. La sete resta.

La notte passa ovviamente insonne, la seconda consecutiva per me. Ma fa troppo freddo, veramente tremendo, ci stringiamo, ci abbracciamo, mettiamo i piedi negli zaini con tutte le scarpe, ma non c'è nulla da fare, di riposare non se ne parla. Rabbrividiamo continuamente. Meno male che regge, non piove.
La notte è lunga, infinita, non passa più, vera sofferenza.
A un tratto mi alzo per riscaldarmi muovendomi e vedo la Madonna. Non è possibile, penso, ma no che infatti è una statuetta. Mi pareva strano.
Chissà chi ce l'ha messa.
Nessuno parla, cosa dovremmo dirci poi? Gli Aquilani riposano, nei loro sacchi himalayani. Beati loro.
Non ci sono neanche le stelle, siamo in mezzo alle nuvole.
A proposito, dovrò buttare la corda, dopo un volo del genere sarà buona solo per fare anelli di cordino, tra l'altro era già vecchia.
Finalmente, dopo un'eternità, ecco le prime luci dell'alba.
Scendiamo come siluri per la direttissima, arriviamo al rifugio correndo.
Scopriamo subito che la speranza che nutrivamo (ovviamente) era vana: anche i nostri familiari hanno passato la notte svegli, nel panico, compreso il papà di Mino che per fortuna non ha avuto nessun infarto supplementare.
Va detto inoltre, per la cronaca, che all'epoca ero fidanzato con la figlia di un magistrato, la quale tramite il padre aveva mobilitato i Carabinieri di mezza Italia. Figura di merda, non si capisce poi che cosa dovrebbero fare i Carabinieri. Va beh, dai, allarme cessato, meglio così.

Il gestore del rifugio è perentorio: i Carabinieri di Fonte Cerreto hanno detto che dovete subito passare in Caserma, per il verbale. Noi annuiamo, seri.
Saliamo in macchina ed eccoci a Fonte Cerreto, ma sti cazzi dei Carabinieri...
Andiamo a casa.

 

Roma, Autunno 2003
© Novembre 2003 intraisass

Paolo Diotallevi

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