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Giugno di una estate
di tanti, tanti anni fa. Siamo tre giovani ragazzi, io Attilio e Mino.
Obiettivo: massiccio del Gran Sasso, Vetta Occidentale, parete Est.
Via SUCAI, 350 metri di camini e placche, mediamente 4° grado, con
passaggi di 5°-.
Partiamo un sabato pomeriggio alla volta di Campo Imperatore, allegri e
baldanzosi. Cioè loro allegri e baldanzosi, io invece fingo soltanto di
esserlo, dato che so che sarò il capocordata per tutta la via e come al
solito ho il mio bravo sorcio nello stomaco, fenomeno credo ben noto a
tutti gli alpinisti, ma non fa niente, so già che al dunque mi passerà, mi
conosco. Mentre risaliamo con l'auto i ripidi tornanti del versante Sud
guardo rapito e silenzioso le montagne che sfilano sotto i miei occhi:
Camicia, Brancastello,
Prena, che spettacolo fantastico, è come se le vedessi per la prima volta.
Peccato che non potrò vedere la Nord del Camicia, quella la si ammira
soltanto dall'altro versante, qui siamo a Sud.
Per ultimo eccolo, il Gran Sasso, il Corno Grande, siamo arrivati.
E' tardo pomeriggio, fa molto freddo.
Piantiamo la tenda sui prati sotto il rifugio, sembra una postazione
comoda, ma la notte la passo praticamente in bianco tra il sorcio nello
stomaco, il rumore del vento e il beato russare dei miei compagni.
La mattina dopo di buon ora smontiamo tutto. Decidiamo di fare colazione
al rifugio ma il gestore chissà perché non c'è, arriva dopo un bel po', io
sono decisissimo ad aspettarlo, voglio caffè, tanto caffè, poi quando
arriva ci mettiamo anche a chiacchierare e così perdiamo tempo.
Fino all'attacco della via
ci sono almeno due ore e mezza di cammino (in parte faticoso), ma noi ci
impieghiamo molto di più: non è ancora estate piena e in molti passi c'è
nevischio scivoloso. Inoltre ci attardiamo fatuamente a fare fotografie
dal cosiddetto “balcone del belvedere”, poi ci fermiamo a mangiare i
panini, insomma tra una cosa e l'altra siamo all'attacco della via nel
primo pomeriggio (!), contro ogni buonsenso: sul Gran Sasso significa
maltempo, metti che in Italia è sereno dappertutto, l'unica nuvola stai
sicuro che la trovi sul Corno Grande intorno alle 3 del pomeriggio. A
volte è difficile decifrare i comportamenti umani...
Eccola finalmente la parete
Est, è sopra di noi.
Forse non va più tanto di moda, ma fa ancora la sua figura, 350 metri di
roccia verticale incombente, un immenso muraglione di calcare che sta lì
dai tempi del Giurassico, immutabile, eterno, impassibile, molto prima e
molto dopo di noi, il Gran Sasso è lì da sempre e per sempre e a noi
neanche ci calcola, noi siamo solo un piccolo episodio.
Dai sbrighiamoci che è
lunga ancora, siamo appena all'inizio, finalmente qualcuno si accorge che
è tardi.
Isolamento totale, non c'è nessuno, non una cordata nelle pareti che ci
circondano, nemmeno sul Torrione Cambi, siamo soli.
Meglio, nessuno che rompe le palle.
Ci imbraghiamo velocemente, io da bravo primo di cordata mi carico la
ferraglia, per ultimo mi metto le scarpette da arrampicata.
Accidenti, ma perché ho portato quelle vecchie e schife? Ah, già, perché
non volevo rovinare quelle belle e nuove, ricordo di avere pensato: le uso
un'ultima volta e poi le butto, ma guarda te, sono mezze rotte, le
scarpette nuove erano bellissime, perfette, ma perché faccio queste cose?
Gli alpinisti muoiono perché sono tirchi, chi è che l'ha detto?
Va be', andiamo va', tanto sono fatalista.
I primi tiri di corda
scorrono velocemente, tutti intorno al terzo grado, una barzelletta. Salgo
bene, deciso, preciso, quasi mi sembra di far parte della parete, solo i
piedi mi fanno male, ti credo, con questi cessi di scarpette, neanche
tengono in aderenza, speriamo bene dopo sulla placconata.
Arriviamo alla nicchia, finalmente stiamo un po' comodi, da qui comincia
il primo traverso a sinistra. Ci fermiamo un po' a fare nulla, è bello
essere qui, nessun essere vivente nel raggio di chilometri, solo un'aquila
anatraia volteggia alta, dicono che qui ci siano anche due coppie di
aquile reali, io mai viste però, sarà vero? Ma ora andiamo che è tardi.
Riparto.
Il traverso è semplice, lo concludo con facilità, metto un dado e riparto
verso l'alto. Ed ecco le placche, siamo costantemente sul 4° grado, 4°
superiore, nessun problema, salgo fischiettando, con movimenti rapidi ed
eleganti, mi sento sicuro. Arrivo al punto dove inizia il secondo traverso
a sinistra. Recupero i miei compagni ma non ci fermiamo, la sosta è
scomodissima, riparto subito.
Il traverso è semplice, ma non riesco bene a individuare il punto dove
ricominciare a salire in verticale, la guida qui non è molto chiara (anzi,
siamo sinceri, sono io tardo di comprendonio, Antonioli è sempre
chiarissimo). Faccio pochi metri di traverso ed ecco, si, forse è qui. Mi
consulto con i compagni, loro sono d'accordo. In effetti sopra ci sono
ancora placche, però mi sembrano complicate viste dal basso, ma forse è
una impressione, ma sì dai, meglio andare che è tardi.
Pianto un chiodo, mi sembra canti bene, si, è un chiodo buono. Salgo.
Le difficoltà aumentano, gli appigli si riducono a piccole rugosità e a
minuscoli buchetti, buoni per un dito, sono su un passo molto difficile,
ben più del 5° grado, la guida non parla di passaggi così duri.
Ho sbagliato itinerario? Mmh...
Continuo a salire, ma i problemi aumentano. Ora la roccia strapiomba, la
mia passione... Il passo è durissimo, 6° grado secco, sicuro, forse 6°
superiore, ed ecco che sono al mio limite tecnico. Non c'è alcuna
possibilità di piantare un chiodo, non esiste che lascio una mano, la cosa
si fa divertente davvero.
E' chiaro che ho sbagliato, ma forse più su è meglio, se riesco a passare
di qui poi mi ricongiungo alla via originale traversando di sopra, su
passaggi più facili. Avvicino il più possibile il bacino alla roccia,
azzardo un incrocio di piedi e in equilibrio veramente precario mi alzo di
altri 30 centimetri, sfruttando una piccola reglette per la mano destra e
minute rugosità della roccia per i piedi.
Adesso non c'è veramente più nulla, solo roccia liscia strapiombante.
Comincio a realizzare la situazione.
Sono nei guai.
Ho paura? No, forse no.
No, sono a posto.
Ma avanti non riesco, la placca è al di sopra delle mie possibilità.
Nel cervello i pensieri cominciano a girare vorticosamente, da soli.
Dunque, facciamoci due calcoli, l'ultimo chiodo l'ho messo circa 7-8 metri
sotto, il volo sarà dunque 15-16 metri, davvero una goduria, ma il chiodo
sembrava buono mentre lo piazzavo, mi ricordo che cantava. Deve essere
buono per forza, sotto c'è la sosta! Se il chiodo non tiene forse possiamo
considerarci morti tutti e tre.
Almeno è una situazione chiara, lampante.
Adesso sì che ho paura.
Chiudo gli occhi, penso a un prato verde e regolo il ritmo del respiro, di
solito funziona. Funziona anche stavolta, quando riapro gli occhi sono
calmo, ma la situazione oggettiva non è cambiata. Sono io quello appeso in
parete, certamente cadrò e se il chiodo non tiene morirò. E' una cosa
impossibile da razionalizzare.
La gamba destra inizia a
tremare leggermente, FIGURA DI MERDA, speriamo che dalla sosta Attilio e
Mino non mi stiano guardando. Sicuramente hanno già capito che sono in
grande difficoltà, è parecchio tempo che sono bloccato qui, le mani
cominciano ad acciaiarsi. Nessuno mi grida: come va?, brutto segno.
Non c'è niente da fare, non riuscirò a passare da qui, non riesco nemmeno
a spostare le mani dagli appigli, per tentare qualcosa. Tornare indietro è
impensabile, sarebbe ancora più complicato che andare avanti.
Ricomincio a respirare affannosamente, sono solo e nessuno mi aiuterà, non
è un sogno, non mi sveglierò, chi cavolo me l'ha fatto fare, se stavolta
me la cavo non arrampicherò più, cosa c'entro io con l'alpinismo, da ora
in poi mi accontenterò delle piccole cose della vita, tutto ciò che prima
non sopportavo da ora in poi mi sembrerà bello, basta che torno a casa,
voglio tornare a casa... ho paura, ma non è ancora panico, mi accorgo che
riesco a ragionare.
Almeno questo.
Sono al limite estremo della resistenza.
E va bene, vaffanculo, visto che devo cadere voglio essere io a decidere
il momento esatto. Se avessi più carattere forse tenterei un'ultima volta
di passare, azzarderei movimenti delicatissimi, ma non sono il tipo,
preferisco volare piuttosto che tentare oltre, preferisco scappare. Che
razza di coglione sono...
D'accordo, andiamo a farci un giretto. «ATTILIO; CADO», avverto, e poi
lascio.
Si parte.
Prima sensazione: dopo pochi metri di volo la testa sta in giù rispetto
alle gambe, non si cade rimanendo dritti, in teoria lo sapevo già, no? E'
affascinante, meraviglioso, vederlo in pratica.
Seconda sensazione: quanto è lungo questo volo, non finisce mai!
Terza sensazione: uno strappo secco, brutale, scarsamente ammortizzato
dalla elasticità della corda, un dolore molto forte alla colonna lombare
irradiato alle gambe, il fiato che per un po' mi manca.
Sono arrivato, il chiodo ha retto, non ho toccato la roccia, sono vivo,
non sono ferito, la colonna vertebrale è ancora integra.
Raggiungo i compagni alla
sosta, sopra di me. Sono impressionati, anche io sono molto scosso e mi
rendo conto che devo ripartire subito. Non mi devo fermare a pensare né a
commentare. Le chiacchiere dopo.
Faccio il disinvolto: «ragazzi ho sbagliato, non è di qua, dobbiamo
traversare ancora qualche metro a sinistra, sbrighiamoci». Loro non
parlano, altro brutto segno, hanno paura, in fondo siamo solo tre
alpinisti amatoriali.
So già che Mino non si farà prendere dal panico, ma Attilio? Ma no, che
neanche lui.
Salgo un metro e, raggiunto il chiodo, traverso per facili roccette. Fatta
una decina di metri individuo il punto giusto. E' qui. E inizio a scalare.
Trovo quasi subito una clessidra di roccia e ci schiaffo un cordino.
Questo semplice gesto rinnova in me la sicurezza e mi permette di salire
con più tranquillità fino al passaggio chiave, che non mi sembra superi il
quarto grado superiore.
Subito dopo c'è la sosta, che con mia grande gioia trovo già pronta, due
bei chiodi e un vecchio cordino che provvedo subito a rinforzare.
Recupero Attilio e Mino e
riparto per i tiri successivi, tutti su placchette
di terzo e quarto grado. Riacquisto sicurezza, salgo bene, sicuro e
sciolto, metto poche assicurazioni, come se non fosse successo nulla,
addirittura faccio deliberatamente una quarantina di metri senza mettere
né chiodi né altro, il tempo si dilata, i sensi sono tutti all'erta, mi
sento bene, il cuore è saldo, i movimenti armoniosi precisi e decisi,
nulla più esiste se non io e le placche, sono grande, il mondo è il mio
palcoscenico e la mia platea, sono libero, invincibile, splendido. Non c'è
passato, non c'è futuro, c'è un solo presente intenso, fantastico, vorrei
fosse per sempre, sono onnipotente. Sono io Dio?
Buio.
Sta facendo buio. Come, così presto? No, che non è presto, il tempo passa
veloce quando ci si diverte, e io mi sono sganasciato parecchio con quel
passaggio.
Abbiamo portato le lampade frontali? No, naturalmente, figuriamoci.
Va beh, si sale al buio, anche perché tanto c'è la luna piena e ormai il
peggio è passato, sto su passaggi di 3° grado.
Nuvole.
No, dai, anche le nuvole! Non verrà mica il temporale? Adesso sono
preoccupato, salgo veloce, e improvvisamente comprendo di essere stanco,
molto stanco.
Mani e piedi mi fanno male, la schiena mi fa male, vedremo dopo i danni
causati dal volo, ora sono spossato.
Finalmente una buona notizia: non arrampico più, sto camminando, sono sul
plateau sommitale, sono in vetta.
2912 metri, c'è chi sostiene 2914. Una disputa davvero interessante.
Nessuno fa i salti dalla gioia. E' notte, fa freddo, siamo stremati e non
si vede una sega, siamo al buio in mezzo alle nuvole.
Pura follia pensare di scendere passando dalla “direttissima”, ma anche
dalla cresta, significherebbe rischiare davvero di brutto. Dobbiamo
bivaccare qui sulla vetta, che palle.
Abbiamo la tenda? No. Abbiamo un sacco a pelo? No. Abbiamo un telo, una
coperta? No. Abbiamo panini? No. Abbiamo acqua? No. In compenso abbiamo
molta, molta sete. Qualcosa abbiamo.
La notte si preannuncia
divertente, di sicuro non rischiamo un colpo di
calore. Abbiamo anche un altro problema: se non diamo notizie entro le
undici, siamo formalmente dispersi, con quanta gioia dei familiari è
facile immaginare. A ciò si aggiunga che il papà di Mino ha già avuto due
infarti, e infatti Mino tra noi quello più in apprensione. A quell'epoca,
inutile dirlo, niente cellulari. Poi tra la stanchezza, il buio e il
freddo pungente, si fa strada una folle speranza: forse andranno a letto
senza aspettarci, domani mattina alle prime luci dell'alba scendiamo e
alle 6:30 gli telefoniamo dal rifugio, non faranno a tempo ad accorgersi
che non siamo tornati stanotte. Ma sì dai, vedrai che andrà così.
All'improvviso vediamo
nella nebbia una macchia rossa. Cos'è? Ci avviciniamo e scopriamo che sono
due teloni stesi da due ragazzi saliti a piedi dal sentiero, a mo' di
tenda.
Meglio di niente, ci accomodiamo anche noi nell'improvvisato rifugio, solo
che loro hanno i sacchi a pelo, noi no. E' anche normale, quando si
arrampica non si porta peso inutile, loro sono saliti camminando sulla
cresta Nord-Ovest, e potevano permetterselo. Sono due ragazzi dell'Aquila,
simpatici.
Scopriamo con gioia che hanno l'acqua, però poca. La sete resta.
La notte passa ovviamente
insonne, la seconda consecutiva per me. Ma fa troppo freddo, veramente
tremendo, ci stringiamo, ci abbracciamo, mettiamo i piedi negli zaini con
tutte le scarpe, ma non c'è nulla da fare, di riposare non se ne parla.
Rabbrividiamo continuamente. Meno male che regge, non piove.
La notte è lunga, infinita, non passa più, vera sofferenza.
A un tratto mi alzo per riscaldarmi muovendomi e vedo la Madonna. Non è
possibile, penso, ma no che infatti è una statuetta. Mi pareva strano.
Chissà chi ce l'ha messa.
Nessuno parla, cosa dovremmo dirci poi? Gli Aquilani riposano, nei loro
sacchi himalayani. Beati loro.
Non ci sono neanche le stelle, siamo in mezzo alle nuvole.
A proposito, dovrò buttare la corda, dopo un volo del genere sarà buona
solo per fare anelli di cordino, tra l'altro era già vecchia.
Finalmente, dopo un'eternità, ecco le prime luci dell'alba.
Scendiamo come siluri per la direttissima, arriviamo al rifugio correndo.
Scopriamo subito che la speranza che nutrivamo (ovviamente) era vana:
anche i nostri familiari hanno passato la notte svegli, nel panico,
compreso il papà di Mino che per fortuna non ha avuto nessun infarto
supplementare.
Va detto inoltre, per la cronaca, che all'epoca ero fidanzato con la figlia
di un magistrato, la quale tramite il padre aveva mobilitato i Carabinieri
di
mezza Italia. Figura di merda, non si capisce poi che cosa dovrebbero fare
i Carabinieri. Va beh, dai, allarme cessato, meglio così.
Il gestore del rifugio è perentorio: i Carabinieri di Fonte Cerreto hanno
detto che dovete subito passare in Caserma, per il verbale. Noi annuiamo,
seri.
Saliamo in macchina ed eccoci a Fonte Cerreto, ma sti cazzi dei
Carabinieri...
Andiamo a casa.
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