Totenkirchl Specchio di un'evoluzione
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di Ivo Rabanser | |
Kaisergebirge, Totenkirchl, parete Ovest: un viaggio sulle tracce di Dülfer e nell'evoluzione dell'alpinismo (luglio 1999).
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L'andare a ripetere certi itinerari di croda, che nell'alpinismo hanno rivestito un'importanza storica, può essere simile ad una visita in un museo. Quale modo migliore per confrontarsi con il passato e mettere a fuoco la valenza degli arrampicatori che ci hanno preceduto. E' un accertarsi di persona, toccando con mano, passaggio dopo passaggio, le creazioni di alpinisti che in epoca passata seppero risolvere problemi di notevole levatura, con attrezzature e materiali che oggi ci sembrano arcaici. Del periodo che precede il primo conflitto mondiale, i protagonisti che mi
affascinano maggiormente sono Hans Dülfer e Angelo Dibona, due
capiscuola che come pochi altri hanno influenzato il futuro dell'alpinismo.
Sono del parere che sopratutto Dülfer abbia
spalancato le porte allo stile d'arrampicata che successivamente si è
imposto. Siamo al culmine della diatriba che contrapponeva Dülfer, più
propenso ad accettare l'utilizzo di mezzi artificiali pur di
raggiungere il proprio scopo, a Paul
Preuss, “cavaliere dell'ideale”, che acconsentiva all'uso del chiodo
soltanto e solo nel caso di pericolo imminente. Dopo avere conosciuto in Dolomiti alcune vie firmate da Hans Dülfer, ero desideroso di precisare le mie convinzioni su quello che Domenico Rudatis dichiarò “il più autentico genio dell'arrampicamento”. Decidemmo allora di fare una breve campagna nel Kaisergebirge, per ‘visitare’ quello che è considerato il suo capolavoro: la diretta Ovest del Totenkirchl. Parete austera quella là, di placche chiare d'ottimo calcare, che con un'altezza di 600 metri si alza da una suggestiva conca. Al termine della prima salita, Willy von Redwitz ebbe a dire: “siamo passati come se già conoscessimo l'itinerario. Non ho mai visto Dülfer faticare, neanche nelle fessure più atletiche. Era sempre in piedi, mai appeso alle mani”. ---------- Partimmo un tardo pomeriggio di fine luglio. Pernottammo alla Griesner Alm, ed il giorno seguente ci incamminammo di buon ora lungo la mulattiera. Al Stripsenjochhaus facemmo una frugale colazione, quindi giù per il sentiero in parte attrezzato, che conduce alla suggestiva conca sotto la parete Ovest del Totenkirchl. Il cono di valanghe che si ammassava all'attacco della via era pieno di buchi, provocati dalle scariche di sassi. Senza legarci in cordata risalimmo il tratto iniziale della Winklerschlucht, prestando attenzione a dove la via Dülfer parte verso sinistra per attaccare la ripida parete che ci sovrastava. Ben presto le rocce si raddrizzarono. Non c'è una logica a priori che indica il percorso e ciò mi fa apprezzare particolarmente l'intuito e l'astuzia del giovane Dülfer, allora ventunenne, che su questa parete fornì prova di notevole grinta e determinazione. Al termine del “17 Meter Riss” trovammo un vecchio chiodone ad anello, che presumo sia dei primi salitori. Lo accarezzai con riverenza. Un'aerea traversata ci porta a destra nella sezione centrale della parete, dove una serie di fessure discontinue sale verso l' alto. Ad un certo punto però queste fessure si perdono nelle ripide placche, dove in ogni direzione si possono notare chiodi con cordini e moschettoni, segno inequivocabile di interpretazioni errate del percorso da seguire. Qui il giovane Dülfer dimostrò la sua genialità. Con un'ardita traversata a corda, aggirò una sporgenza rocciosa a forma di naso, ristabilendosi in alto su una stretta cengia. Provai ad immaginare la sua figura longilinea che in posizione scomodissima riuscì ad infiggere quel chiodo in alto, che gli permise di calarsi in obliquo verso sinistra, aggirando l'ostacolo. Prodigioso ragazzo dall'animo fine e sensibile, chi lo sa cosa avrebbe saputo fare in seguito se la guerra non avesse strappato la sua giovane vita. Resto convinto che alcune grandi ed importanti pareti dolomitiche sarebbero state superate con alcuni anni di anticipo. Il “Zickzakwandl” ci riporta al centro della parete. Con un'altra ardita traversata raggiungiamo una gola con alcune nicchie profonde con piccoli muretti di sassi, costruiti da cordate costrette a bivaccare. Di nuovo una traversata, questa volta verso destra, moto esposta sopra un grande strapiombo, e ci immettiamo nella serie di verticali fessure finali che filano dritto verso la cima. Occorre accelerare poiché il tempo si sta guastando. Nelle ultime lunghezze veniamo colti da un temporale, con fulmini e forti folate di vento. Raggiungiamo la cima del Totenkirchl e senza perdere tempo iniziamo subito la discesa sotto l'acqua. La sera nel Stripsenjochhaus il gestore mi domandò come avessimo trovato la via. Un po' rattristato ci spiegò che negli ultimi anni la Ovest del Totenkirchl era un po' trascurata, ma per la prossima primavera era prevista un'azione di riattrezzatura delle soste a spit, che sicuramente avrebbe dato nuovo lustro alla salita. Anche Dülfer durante la prima salita aveva portato un punteruolo e presumo che lo avrebbe anche usato in caso di necessità. C' è però una sostanziale differenza fra l'utilizzo di un mezzo artificiale, seppure estremo, per forzare un passaggio, ed il pianificare una riattrezzatura sistematica a spit, inoltre superflua, poiché la via è del tutto chiodata. ---------- Il giorno seguente saliamo in tutta comodità la via Dülfer alla parete Est della Fleischbank, altro capolavoro di intuizione, liquidata all'epoca dagli oppositori come “un successo atletico”...
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Dicembre 2001 | |
Ivo Rabanser
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BIBLIOGRAFIA ESSENZIALESCHMITT FRITZ, Hans Dülfer, Bergsteiger, Markstein, Legende, Bruckmann Verlag 1985. PIT SCHUBERT, Kaisergebirge, Rudolf Rother Verlag 1999. RICHARD GOEDEKE, Kletterziele Bayrische Alpen und Nordtirol, Rother Multimedia 2000. WALTER PAUSE - JÜRGEN WINKLER, 100 Scalate Estreme, pp. 102-105, Milano 1975. ----------------------------------------------------------------------------------------------------
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