Una sottile striscia bianca

 

di Leonardo Giorgi

 

Alpi Orobie, Grigna Meridionale, versante Est: ascensione di un canale dimenticato nel versante orientale della Grignetta (primavera 1992 e inverno 2001).

 

Un sottile striscia bianca

La prima volta che lo vidi, sarà stato verso la fine dell'inverno 1986, era uno degli ultimi con molta neve.
Una domenica, tornando da Barzio dopo aver salito il Canalone dei Camosci ai Campelli, lungo la strada che da Moggio porta al colle di Balisio, il mio sguardo affascinato dalla vista della Grignetta in veste invernale fu attratto da una sottile striscia bianca che, solcante il versante Est andava a finire su una cresta senza nome.
Chissà come si chiama quel canale? Certamente è già stato salito, è troppo logico ed evidente, e in Grigna le vie logiche sono state salite da anni.

Va detto che in quegli anni la documentazione era piuttosto scarsa e, per quanto riguarda le Grigne, tendente a privilegiare le arrampicate su roccia, lasciando così le salite invernali a poche note scritte qua e là e, soprattutto, alla tradizione orale. Infatti, nonostante le numerose ricerche sul poco scritto disponibile e molte domande agli amici più esperti, nulla e nessuno riportava notizie su quella striscia di neve.
Eppure c'era, l'avevo vista bene. In quell'anno tuttavia non insistetti a causa di una visibile strozzatura senza neve che, interrompendo la continuità della linea di salita, faceva sembrare il canale un po' difficoltoso. Così l'inverno venne ben presto salutato da una primavera esageratamente piovosa e da un'estate da dimenticare.

Seguirono anni con inverni secchi e freddi, e naturalmente l'interesse fu catturato dalle molte cascate che senza neve diventavano terribilmente attraenti. Ogni tanto però passavo di là e lungo la strada per Moggio mi soffermavo a guardare quella striscia di neve così invitante.
Le notizie sempre scarne parvero finalmente darmi un barlume quando, non ricordo in che anno, su una rivista, apparve un articolo sul ghiaccio nelle Grigne, ma letto e riletto, questo non pubblicava alcun'altra informazione di là dei più che conosciuti canalini del versante Sud-Sudovest (Piccioni, Caminetto, Lingua ecc.). A quel punto si rafforzò in me la convinzione che quel canale, pur così evidente, non fosse ancora stato salito.

Questa convinzione mi diede l'impulso a cercare la salita ad ogni costo, e così, nell'aprile del '92, Francesco ed io, di ritorno da una gita in mountain bike nei dintorni del Culmine di San Pietro, scendendo verso la Valsassina, avemmo modo di notare che grazie alle abbondanti nevicate di quell'inverno, tra i prati delle Rive di Corda e il dirupato versante Est della Grignetta, si allungava solitario quel canalino nevoso.
Rotti gli indugi decidemmo seduta stante che il sabato successivo, 25 Aprile, non ci sarebbero più stati misteri su di esso, e ci accordammo per l'azione.

 

Una scheggia dal passato

Anche se la stagione era ormai tarda per una salita in stile invernale, sulle pendici della Grignetta persisteva una certa quantità di neve che, considerate le temperature di sotto alla media stagionale, ci avrebbe garantito un discreto fondo. L'avvicinamento, dapprima lungo la Traversata Bassa e poi risalendo il Gerone, si svolge senz'altra difficoltà che il districarsi in una fitta selva di mughi priva di tracce da seguire se non il riferimento della nostra linea di salita.

Giunti sotto al canale ci fermiamo in vista di quella che pensavamo una strozzatura senza neve, ed invece rivelatosi essere un grosso masso. Incastrato ostruisce l'accesso alla parte superiore del pendio.
Poco male ci diciamo, l'inclinazione del canale non è superiore ai 40 gradi e quel masso sembra che sia possibile passarlo sulla destra. Immersi nei nostri pensieri posiamo a terra gli zaini e cominciamo a prepararci per la salita. 
D'improvviso, accanto all'imbragatura scorgo qualcosa di strano: sembra un sasso ma il colore ruggine mi rimanda a quei reperti che spesso si ritrovano sui monti dove fu combattuta la grande guerra.
Lo raccolgo e con stupore non posso fare altro che constatare ciò che da subito avevo sospettato: mi trovo in mano una grossa scheggia di proiettile di artiglieria, probabile residuato della guerra di liberazione.
Che combinazione! E' il 25 Aprile, forse siamo su una via nuova e troviamo una testimonianza di quel periodo. Metto la scheggia nello zaino e velocemente mi preparo; ho fretta di andare a vedere quel masso.

 

Sorpresa

Saliamo i primi cento metri su neve facile fino a giungere al passaggio obbligato, cerchiamo un punto per attrezzare una sosta e, sorpresa, c'è un chiodo. Con un pizzico di delusione trovano conferma i miei timori: qualcuno ci aveva preceduti e continuare ad illudersi di essere i primi sarebbe ora un grosso peccato di presunzione.
Il chiodo non è un granché messo bene; infatti, mentre mi accingo a preparare la sosta lo saggio per vedere di utilizzarlo, ma dopo un paio di trazioni me lo ritrovo in mano. Lo scruto con attenzione fino a scorgerne il marchio del fabbricante: una “C” racchiusa da un rombo, segno che dimostra che chi ci ha preceduto non lo ha fatto molto tempo prima di noi.

Parte Francesco e nonostante gli scarponi non sembra che i primi metri gli oppongano grosse difficoltà. E' invece il superamento della sporgenza che gli richiede il maggiore impegno; in ogni caso si tratta di un solo passo e la sua statura lo aiuta a superare meglio l'ostacolo. Qualche problema in più potrei averlo io poiché sono un bel po' più piccolo!
Ora non lo vedo più, ma dalla velocità con cui mi chiede corda immagino che le difficoltà siano già finite e, infatti, poco dopo lo sento chiodare la sosta.

Adesso tocca a me. In effetti il primo pezzo non è difficile, lo supero in un balzo e subito d'istinto mi getto sulla placca che supera a destra la sporgenza del masso; ma dove cavolo hai messo le mani, per uscire da qui? Un breve pensiero a mia mamma che con il suo metro e cinquanta non poteva certamente regalarmi un paio di gambe più lunghe e poi scrutando più su, vedo l'appiglio a diversi centimetri dal punto più alto che posso raggiungere con la mano.
Non ci penso molto, estraggo la piccozza che in questi casi tengo tra lo zaino e la schiena, e delicatamente la uso al posto di quei centimetri che non ho. E' proprio un passo! Lo supero e in un attimo sono in sosta. Ci scambiamo uno sguardo soddisfatto: ora c'è solo neve. Liberiamo la sosta, accorciamo la corda e di conserva proseguiamo lungo un pendio che a stento raggiunge i 50 gradi. La neve è ottima, calciando si riesce a far penetrare il piede per metà  e lasciamo così inutilizzati nello zaino i ramponi.

Proseguiamo alternandoci al comando. Ad un certo punto guardando in basso notiamo che alcune persone sulla Traversata Bassa ci hanno visto e ci stanno seguendo con lo sguardo. Certo che da sotto sembra più ripido. Dopo uno scambio di battute riprendiamo la salita fino ad una strozzatura dove la poca neve rimasta ci regala qualche decina di metri sui 60 gradi e oltre: è l'ultima neve che pestiamo, ora solo un ripido prato ci separa dalla cresta che raggiungiamo in prossimità della quota 1950 (tavola IGM 1/25.000).
Siamo stanchi ma soddisfatti, almeno questa via non è più un mistero e poco conta se altri sono già saliti prima di noi.

 

La discesa

Ci avviamo lungo la cresta anche se non sappiamo bene dove va a finire, la cartina non dà molti dubbi, dovremmo congiungerci alla cresta Sinigaglia poco prima del canalino Federazione, ma non sappiamo se troveremo ostacoli e di quale tipo.
Oramai sono le due del pomeriggio, la neve si è fatta molle e sfondiamo fino al ginocchio, così dopo poche centinaia di metri ci interroghiamo su quanto vale la pena salire ad ogni costo in quelle condizioni, discutiamo un po' e alla fine decidiamo di scendere dal sentiero delle Rive di Corda poiché è privo di neve e non presenta alcuna difficoltà.

Ci volgiamo dunque al ritorno certi di ritornare, magari in inverno, per tentare gli altri canali che solcano questo versante talmente poco frequentato da essere privo totalmente di luoghi e riferimenti, privo dei nomi a volte pittoreschi che invece altrove questa stessa montagna possiede così in abbondanza.
In breve tempo raggiungiamo la Traversata Bassa e attraversando il Gerone troviamo un accesso più comodo al canale. Meglio così, almeno la prossima volta non perderemo tanto tempo a cercare la traccia. 
Ci avviamo verso la macchina, sui prati prima della stanga, dove una splendida fioritura di crochi ci riporta alla primavera oramai sbocciata.
Non lo possiamo sapere ma passeranno anni prima che qualcuno di noi possa ritornare su questi pendii.

 

Inverno 2001

Sono passati un po' di anni da quel 1992, Francesco non viene più in montagna e io stesso rubo al tempo che dovrei dedicare a mia moglie e mia figlia Arianna le giornate per le poche uscite che riesco a fare con un gruppo di amici.
Nel frattempo è uscita la nuova guida del C.A.I. sulle Grigne, ma invece di svelare il mistero questa contribuisce ad infittirlo ulteriormente: infatti è riportata la sola relazione di un non ben precisato Canale Est alla cima principale e le scarne note non sembrano combaciare con la salita da noi effettuata, non è citato il superamento del masso, la relazione parla di facili roccette in uscita e non dice esattamente dove si esca, mentre noi uscimmo su prato e in prossimità di un punto trigonometrico riportato sulle carte ufficiali.

E' un po' che ne parliamo e finalmente quest'anno sembra esserci la neve giusta per ripetere la salita, così un sabato pomeriggio mi trovo con Pierangelo (Pier) presso un noto negozio di articoli sportivi, scambiamo quattro parole e alla fine ci diamo per impegno che la domenica successiva andremo a salire il fantomatico Canale Est. Così nella settimana che segue ci accordiamo e domenica 18 febbraio ci troviamo ben in sette a partire per un'altra avventura.

Questa volta fa più freddo e il sentiero della Traversata Bassa è coperto di neve indurita dal gelo e ci lascia ben sperare sulle condizioni in cui potremo trovare la via.
Arriviamo in fretta al Gerone e al punto in cui lasciamo il sentiero per raggiungere l'attacco; ancora una volta mi aggiro fra i mughi che con la neve formano un vero labirinto nel quale si fatica non poco a trovare la linea di salita. E aggirando la vegetazione mi trovo un'altra volta davanti a qualcosa che riporta al passato: sotto ad un masso in un punto che la neve non è riuscita a ricoprire riconosco al volo i segni di una filettatura arrugginita, allungo la mano e mi ritrovo con un'altra scheggia di proiettile. La mostro ai miei amici giusto il tempo per ricordare i fatti che qui avvennero più di 50 anni fa, poi subito la metto in tasca e riparto per la nostra meta.

 

Una vecchia conoscenza

La neve è perfetta, ci fermiamo all'imboccatura del canale per legarci e calzare i ramponi, giusto il tempo di scattare qualche foto e Pier, galvanizzato dalla salita parte come un treno. Per tutta la giornata lo richiamerò all'ordine perché non riesco a stargli dietro, e così in un attimo ci ritroviamo sotto al masso, giusto il tempo per constatare che il passaggio è completamente ricoperto da un sottile spessore di ghiaccio.
Riparte subito all'attacco e solo quando lo vedo in difficoltà mi accorgo che alle due piccozze ha collegato i cordini che si usano sulle cascate e che ora gli danno fastidio. Non l'avevo notato altrimenti glieli avrei fatti togliere.
Comunque, anche se con un po' di difficoltà, riesce ad alzarsi nella nicchia; ora c'è da superare la sporgenza e il ghiaccio, pur se poco, aiuta a stabilizzarsi sui ramponi. E dal momento che siamo in sette, per sveltire le cose, decidiamo di utilizzare la nostra corda come fissa una volta che Pier avrà attrezzato una sosta sicura. Io salirò per ultimo a recuperare il materiale lasciato.

Salgono tutti e quando arriva il mio turno il ghiaccio rimasto è veramente poco. Tuttavia riesco a superare il passaggio abbastanza agevolmente e in un attimo sono in sosta assieme ai miei compagni.

 

La cresta Nordest

Non mi lasciano nemmeno il tempo di tirare il fiato che subito si riparte. Evidentemente il nostro Pier non sopporta l'idea di avere altri davanti e così si rimette a correre: sarà contento solo quando li avrà nuovamente superati tutti.

Così, senza particolari problemi, raggiungiamo la strozzatura, 60-65 gradi con una neve splendida, circondati da una natura selvaggia e, cosa inusuale per le nostre montagne, senza altre tracce umane.
Più o meno brevemente raggiungiamo il colletto a quota 1950, e sempre senza riprendere fiato sono letteralmente trascinato lungo la cresta perché nel frattempo Elio e Cristina sono passati avanti: per il maschilismo di Pier essere dietro ad una donna è l'umiliazione peggiore che egli possa subire.

La cresta è stupenda, inizia con una schiena di mulo per poi diventare sempre più sottile. Saliamo per qualche centinaio di metri, quindi due dei nostri rinunciano a completare la salita e si incamminano lungo la via di discesa. Sono almeno tre ore che siamo in marcia, mi accorgo che non ho ancora bevuto e ho le gambe che cominciano a reclamare, inoltre devo pure considerare il traino della corda dal momento che il mio ‘socio’ davanti non accenna a ridurre l'andatura.
Ad un certo momento non ce la faccio più a sostenere il ritmo, tiro giù i santi del paradiso e mi slego: proseguirò da solo con il mio passo!

La mia incazzatura deve aver sortito l'effetto desiderato. Ora, ad un piccolo ripiano, si fermano Elio e Cristina dando così modo a Pier e Stefano di raggiungerli: poco dopo arrivo anch'io. Avendo nel frattempo raffreddato l'animo non è proprio il caso di prendersela; in passato ero io quello che trascinava i compagni di cordata! Beviamo qualcosa e Pier, forse per farsi perdonare, mi offre dei fichi secchi, ottimo rimedio per i crampi che si sono presentati prima che mi slegassi.

Ci guardiamo attorno e non vediamo nessuno. A sinistra riconosciamo i Magnaghi e la cresta Sinigaglia che, come previsto, si raccorda in alto con il nostro itinerario; sotto ai nostri piedi si apre il pendio del versante Est, che da qui è solcato da diversi canali sconosciuti. Improvvisamente scorgiamo in prossimità del Salto del Gatto altri due alpinisti: anche loro ci osservano, forse stupiti di vedere gente su una cresta così bella e senza nome. Oramai manca poco alla vetta, dietro alle quinte formate da cornici spettacolari riconosciamo la sagoma del bivacco Ferrario. Raggiungiamo la traccia della cresta Sinigaglia e, poco dopo, il canalino Federazione. Superiamo gli ultimi salti attrezzati e siamo in vetta. Sono le 14 e trenta. 
Una breve sosta e tolti i ramponi scendiamo ai Resinelli per la cresta Cermenati.

Ci fermiamo a bere una birra dalla Cornelia, giusto il tempo per assistere allo sguardo stupito degli amici che dopo averci domandato dove siamo stati non riescono a capacitarsi. Questo canale è in pratica sconosciuto anche a chi abita ai Resinelli; l'unica certezza che abbiamo è quella che non si tratta sicuramente del Canalone Est descritto nella Guida dei Monti d'Italia.

Marzo 2001

Leonardo Giorgi

 

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Relazione (n.d.a.)

Dai Piani dei Resinelli seguire il sentiero della Traversata Bassa fino a quando questo interseca il Gerone, lasciare il sentiero sulla destra e seguendo alcune labili tracce portarsi all'imboccatura dell'evidente canale che solca l'estrema destra del versante Est.
Seguirlo sino ad una strozzatura formata da un grosso masso incastrato (200 metri, 45 gradi).
Superare il masso sulla destra fino ad un buon punto di sosta sulle rocce a destra del canale (10 metri, 4°/4°sup., sosta da attrezzare).
Proseguire tenendosi al centro e superando alcune facili roccette (50 metri, 2°).
Portarsi al centro del canale con l'inclinazione che via via aumenta fino a toccare i 60 gradi in prossimità di una strozzatura lunga una ventina di metri, dopodiché il canale si allarga a ventaglio fino a raggiungere la cresta Nordest in prossimità della quota 1950 (300 metri, 45/60 gradi).
Si prosegue a sinistra seguendo la cresta dapprima larga e in seguito più affilata, fino a congiungersi con la cresta Sinigaglia poco prima del canalino Federazione (400 metri, 40/50 gradi).
Dislivelli: 500 metri per il canale più altri 400 per la cresta.
E' un peccato che un itinerario così interessante non debba avere nessun nome e proponendo i nomi di “Cresta della Liberazione” e “Canale del Sasso Incastrato” mi auguro che altri salendo questo canale possano rivivere la nostra stessa avventura.

 

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE

EUGENIO PESCI, Le Grigne, GUIDA DEI MONTI D'ITALIA C.A.I. - T.C.I., Milano 1998.

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