Charles Gos nasce a Ginevra nel 1885,
verso la fine di un secolo in cui chi andava in montagna raramente lo
faceva per diletto. Fortunatamente Gos è di nobile schiatta e in casa si
respira aria di montagna (il padre, Albert Gos, è uno dei migliori pittori
di montagna d'Europa, della scuola di Calame e Didier); è ufficiale
dell'esercito svizzero ma, al posto delle frequentazioni salottiere, il
suo tempo libero è dedicato alla montagna.
Alpinista esteta ed esplorativo è un “senza guida” ovvero fa parte di
quello sparuto gruppo di alpinisti che agli inizi del 1900 salgono le
montagne senza l'ausilio di una guida, comportamento considerato all'epoca
perlomeno stravagante, quando non censurato severamente come irrispettoso
dell'etica dell'alpinismo.
Tra le sue ascensioni: la prima salita dello spigolo Zmutt al Cervino e la
prima traversata dei Drus, della quale il libro riporta la relazione.
Alla passione per la montagna unisce il mestiere di scrittore nel quale
riversa, con uno stile brillante, le proprie esperienze alpinistiche.
(tra i libri scritti “Propos d'un Alpiniste”, “Pres des Neves et del
Glaciers”).
Il tema del libro è il bivacco,
argomento frequente nella letteratura alpina fin dagli esordi, tanto che
anche l'autore si chiede se valga la pena di parlarne; eppure il bivacco
come evento, imprevisto o cercato, rappresenta sempre una lettura
interessante dove l'alpinista trova riscontro alle sensazioni provate.
La notte dei Drus è l'avventura di un inglese zoppo e alle prime
armi, Doug, che ha letto sull'Alpine Journal le imprese di Mummery e viene
travolto dalla passione per la montagna frequentandola con Gos (che gli fa
dire: «questa inclinazione irresistibile, e quasi sempre definitiva,
s'innesta sui tuoi sentimenti come nella valle il torrente...») e di un
compagno più esperto, il medesimo Charles. Entrambi si lanciano con entusiasmo nella
prima traversata dei Drus che finisce, inevitabilmente, in un bivacco.
Il bivacco di Gos non è il bivacco
descritto usualmente sui testi alpini, ancoraggi, tende, fornello e neve
che fonde, vento che scuote la tenda ecc. ecc.; è più la storia di un
bivacco interiore che si popola, nei sogni dei protagonisti, di scrittori,
Madonne, ballerine e jazzisti, che sorprende il lettore e lo rende
partecipe dell'ansia e della speranza che il fiammifero che si accende
nella notte del bivacco illumini l'orologio all'ora dell'alba, ed invece è
solo e sempre mezzanotte!!
(quante volte è così!!)
Simile, per il carattere introspettivo, al più famoso Il Monte Analogo
di Daumal del 1952, del quale ne anticipa le riflessioni e ci offre, come
riporta la prefazione al libro di Daumal, una “metafisica dell'alpinismo”
che è anche un itinerario minuzioso, lentamente maturato nelle esperienze
dell'autore, verso un “centro”, verso una vetta dove ciascuno possa
diventare ciò che è.
Credo non si possa fare il riassunto
di un libro di montagna, che non sia la storia di un'impresa alpinistica,
senza perdere per strada la parte più importante che il libro trasmette:
le sensazioni. Per cui proverò a riassumere non già la trama, ma la
tensione che lo pervade, riportando pezzi del testo qua e là raccolti, da
leggere anche fine a se stessi per dare un'idea dei tratti poetici che le
descrizioni raggiungono, tralasciando gli incontri ginevrini e le gite
alpine per arrivare all'impresa che fin da subito era loro balenata nella
mente: la traversata dei Drus.
«...arrivammo alle Aiguilles du Dru,
o meglio, sbalorditi, ci urtammo, per così dire contro di esse...»
«...arrivati al rifugio Montenvert le finestre inquadravano lo slancio
verticale, colore di partigiana arrugginita del Piccolo Dru...»
«...Ecco il nostro gran giorno; nessuno conosce i nostri piani; è inutile
far sapere che due alpinisti, di cui uno zoppo, tentano – senza guida - la
traversata dei Drus...»
«...Il sole appena sorto sfiora, nobile, iridescente, porporino, le cime più
elevate, torri di pietra qua e là fiammeggiano come torce...
ora il ghiacciaio è finito, alla neve succede la pietra, alla dolce
inclinazione del nevaio il piano verticale della roccia...»
«...un viso rovesciato sulla nuca, interroga il metro quadrato che si
offre. Il corpo, come in ascolto, distende i muscoli contratti, s'innalza
d'un passo, e rifà un movimento che poi è subito disfatto.
Il nostro respiro ansima contro la roccia scabra.
Nessun altro rumore.
Una parola appena, perduta...»
«...trenta metri ci separano dalla vetta; il cielo scende incontro a noi;
e fui in piedi contro il cielo, a viso a viso con un altro cielo, e dagli
orizzonti lontani, apparsi or ora, la spazio venne a battere l'orlo della
cresta, come l'onda la riva...»
«...dunque la vetta è tutta qui!
Il disordine di alcune pietre al di sopra delle quali non c'è più
niente...»
L'avventura per i due alpinisti è appena cominciata, il Piccolo Dru è
separato dal Gran Dru da una profonda breccia che il compagno di Gos non è
in grado di affrontare per lo sfinimento, e, data l'ora tarda non è
pensabile neanche un ritorno per la stessa via che comporterebbe un
bivacco in parete. L'unica soluzione è calarsi nella breccia e cercare
qualche cengia per bivaccare, in attesa dell'alba per riprendere la
salita.
La sera arriva e bisogna far presto a trovare la cengia; le pile frontali
non fanno parte dell'attrezzatura e intanto la nebbia sale...
«...poi l'oscurità cala insieme alla nebbia, la cupa marea ci raggiunge
e sosta, poi, d'un tratto, siamo sommersi, andiamo a fondo.. siamo
annegati...»
Segue una calata da brivido che termina fortunatamente su un terrazzino
sufficiente a contenere a malapena due persone, ma con un po' di neve da
sciogliere per fare il tè; con le gambe penzoloni nel vuoto Gos commenta
incupito ma anche ammirato:
«...paesaggio di caos, in una immobilità eterna; architetture in rovina
di superfici metalliche, diritte; fascio di linee verticali; dovunque
l'abisso; dovunque lo spazio.
Occorre proprio essere duri, risolutamente duri con se stessi, e dirsi e
ripetersi che questo vuoto non ci spaventa più, che questo abisso non ci
interessa...»
«...fino a poco fa, lo spazio era cosa nostra. Ora le parti sono
rovesciate: siamo noi prigionieri di un pezzo di orizzonte, la cui
circonferenza ha un raggio di tre metri di corda sulla parete...»
«...guardo l'orologio: non sono che le sette e minuti...»
Doug si addormenta sfinito battendo i denti per il freddo, arrotolato
nella corda con la quale Gos lo ha pazientemente “bendato” come estrema
difesa dal freddo, poi inizia la lotta contro il tempo, i tentativi per
dormire, i ricordi che corrono ad altri bivacchi, le preoccupazioni per
l'indomani.
Il tempo sembra dilatarsi, tanto scorre lentamente e i movimenti del
bivacco sono regolati dalla periodica verifica dell'ora, che aggiunge
sconforto alla già precaria situazione.
«...esito ad accendere un altro zolfanello.
Perché rischiarare ancora la nostra indigenza?
Ma Doug insiste, gemendo per saper l'ora. E sia.
La breve fiammella illumina l'orologio...
Le otto!! Le otto e venti minuti...!!»
Il buio, oltre al freddo, provoca la maggior sofferenza nella veglia del
bivacco; bisogna scaldarsi, ma bisogna avere anche un po' di luce per
sollevare il morale; le piccozze dell'epoca erano pesanti e ingombranti ma
avevano un meraviglioso pregio, erano di legno...
Ben presto un allegro fuocherello crepitò tra due sassi...
«...Così, fino al sorgere del giorno, arse in quel triste bivacco la
reliquia delle mie ore alpine... la neve, forando l'oscurità volteggiava
anemica sciogliendosi a terra.
E la notte continuava a camminare verso il giorno...»
Verso l'alba, come spesso accade dopo i mille sforzi della notte per
addormentarsi, improvvisamente Gos si appisola e sogna... e la cengia si
anima dei personaggi del dancing di Pigalle a Parigi; ballerine,
camerieri, musicisti... una vera festa!
«...Attenzione, attenzione per carità!!
Non spingete così! Stiamo per fare un gran salto!...
Nessuno mi ascolta.
In tenuta di alpinista, con i calzoni a brandelli, gli scarponi ferrati,
su questo pavimento lucido su cui vacillo, mi prendono per una maschera.
Applaudono intorno a me. Scoppiano a ridere.
Nessuno mi prende sul serio e la folla aumenta... che gazzarra!!
Una ballerina rovescia un cocktail...
Mai, capite, mai avrei creduto che il nostro bivacco potesse accogliere e
contenere tanta gente... Attenzione, attenzione, ve ne scongiuro.
Il ghiacciaio è qui sotto, un chilometro a picco, e non c'è parapetto...
Qualcuno mi prende per un braccio, mi libero bruscamente...»
«...Se continuate ad agitarvi così, bisognerà che vi leghi, Claudio.
Dormite un po' più tranquillamente!...»
«...Ora son sveglio. Doug lascia il mio braccio e ride. Ridiamo anzi
insieme...»
Ora sono svegli entrambi, ridono, come sempre succede la luce dell'alba ha
ridato alle cose la loro vera dimensione; spesso nel “tirar mattino” le
condizioni fisiche del bivacco sono più sopportabili del tumulto di
sentimenti che si rincorrono; sarà bel tempo?, come sarà la parete?, ce la
faremo? riusciremo a tornare?
Ma le paure e le ansie se ne sono andate con la notte; è ora di andare!