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 la recensione storica di intra i sass 

Titolo: La notte dei Drus
Autore: Charles Gos
Traduzione di Giuseppe Zoppi
Pagg. 209
Lire 10
Editore: L'Eroica di Milano
– 1931
Collana: "MONTAGNA"

 

La notte dei Drus recensione di Giovanni Busato

Charles Gos nasce a Ginevra nel 1885, verso la fine di un secolo in cui chi andava in montagna raramente lo faceva per diletto. Fortunatamente Gos è di nobile schiatta e in casa si respira aria di montagna (il padre, Albert Gos, è uno dei migliori pittori di montagna d'Europa, della scuola di Calame e Didier); è ufficiale dell'esercito svizzero ma, al posto delle frequentazioni salottiere, il suo tempo libero è dedicato alla montagna.
Alpinista esteta ed esplorativo è un “senza guida” ovvero fa parte di quello sparuto gruppo di alpinisti che agli inizi del 1900 salgono le montagne senza l'ausilio di una guida, comportamento considerato all'epoca perlomeno stravagante, quando non censurato severamente come irrispettoso dell'etica dell'alpinismo.
Tra le sue ascensioni: la prima salita dello spigolo Zmutt al Cervino e la prima traversata dei Drus, della quale il libro riporta la relazione.
Alla passione per la montagna unisce il mestiere di scrittore nel quale riversa, con uno stile brillante, le proprie esperienze alpinistiche.
(tra i libri scritti “Propos d'un Alpiniste”, “Pres des Neves et del Glaciers”).

Il tema del libro è il bivacco, argomento frequente nella letteratura alpina fin dagli esordi, tanto che anche l'autore si chiede se valga la pena di parlarne; eppure il bivacco come evento, imprevisto o cercato, rappresenta sempre una lettura interessante dove l'alpinista trova riscontro alle sensazioni provate.
La notte dei Drus è l'avventura di un inglese zoppo e alle prime armi, Doug, che ha letto sull'Alpine Journal le imprese di Mummery e viene travolto dalla passione per la montagna frequentandola con Gos (che gli fa dire: «questa inclinazione irresistibile, e quasi sempre definitiva, s'innesta sui tuoi sentimenti come nella valle il torrente...») e di un compagno più esperto, il medesimo Charles. Entrambi si lanciano con entusiasmo nella prima traversata dei Drus che finisce, inevitabilmente, in un bivacco.

Il bivacco di Gos non è il bivacco descritto usualmente sui testi alpini, ancoraggi, tende, fornello e neve che fonde, vento che scuote la tenda ecc. ecc.; è più la storia di un bivacco interiore che si popola, nei sogni dei protagonisti, di scrittori, Madonne, ballerine e jazzisti, che sorprende il lettore e lo rende partecipe dell'ansia e della speranza che il fiammifero che si accende nella notte del bivacco illumini l'orologio all'ora dell'alba, ed invece è solo e sempre mezzanotte!!
(quante volte è così!!)
Simile, per il carattere introspettivo, al più famoso Il Monte Analogo di Daumal del 1952, del quale ne anticipa le riflessioni e ci offre, come riporta la prefazione al libro di Daumal, una “metafisica dell'alpinismo” che è anche un itinerario minuzioso, lentamente maturato nelle esperienze dell'autore, verso un “centro”, verso una vetta dove ciascuno possa diventare ciò che è.

Credo non si possa fare il riassunto di un libro di montagna, che non sia la storia di un'impresa alpinistica, senza perdere per strada la parte più importante che il libro trasmette: le sensazioni. Per cui proverò a riassumere non già la trama, ma la tensione che lo pervade, riportando pezzi del testo qua e là raccolti, da leggere anche fine a se stessi per dare un'idea dei tratti poetici che le descrizioni raggiungono, tralasciando gli incontri ginevrini e le gite alpine per arrivare all'impresa che fin da subito era loro balenata nella mente: la traversata dei Drus.

«...arrivammo alle Aiguilles du Dru, o meglio, sbalorditi, ci urtammo, per così dire contro di esse...»

«...arrivati al rifugio Montenvert le finestre inquadravano lo slancio verticale, colore di partigiana arrugginita del Piccolo Dru...»

«...Ecco il nostro gran giorno; nessuno conosce i nostri piani; è inutile far sapere che due alpinisti, di cui uno zoppo, tentano – senza guida - la traversata dei Drus...»

«...Il sole appena sorto sfiora, nobile, iridescente, porporino, le cime più elevate, torri di pietra qua e là fiammeggiano come torce...
ora il ghiacciaio è finito, alla neve succede la pietra, alla dolce inclinazione del nevaio il piano verticale della roccia...»

«...un viso rovesciato sulla nuca, interroga il metro quadrato che si offre. Il corpo, come in ascolto, distende i muscoli contratti, s'innalza d'un passo, e rifà un movimento che poi è subito disfatto.
Il nostro respiro ansima contro la roccia scabra.
Nessun altro rumore.
Una parola appena, perduta...»

«...trenta metri ci separano dalla vetta; il cielo scende incontro a noi;
e fui in piedi contro il cielo, a viso a viso con un altro cielo, e dagli orizzonti lontani, apparsi or ora, la spazio venne a battere l'orlo della cresta, come l'onda la riva...»

«...dunque la vetta è tutta qui!
Il disordine di alcune pietre al di sopra delle quali non c'è più niente...»


L'avventura per i due alpinisti è appena cominciata, il Piccolo Dru è separato dal Gran Dru da una profonda breccia che il compagno di Gos non è in grado di affrontare per lo sfinimento, e, data l'ora tarda non è pensabile neanche un ritorno per la stessa via che comporterebbe un bivacco in parete. L'unica soluzione è calarsi nella breccia e cercare qualche cengia per bivaccare, in attesa dell'alba per riprendere la salita.
La sera arriva e bisogna far presto a trovare la cengia; le pile frontali non fanno parte dell'attrezzatura e intanto la nebbia sale...

«...poi l'oscurità cala insieme alla nebbia, la cupa marea ci raggiunge e sosta, poi, d'un tratto, siamo sommersi, andiamo a fondo.. siamo annegati...»

Segue una calata da brivido che termina fortunatamente su un terrazzino sufficiente a contenere a malapena due persone, ma con un po' di neve da sciogliere per fare il tè; con le gambe penzoloni nel vuoto Gos commenta incupito ma anche ammirato:

«...paesaggio di caos, in una immobilità eterna; architetture in rovina di superfici metalliche, diritte; fascio di linee verticali; dovunque l'abisso; dovunque lo spazio.
Occorre proprio essere duri, risolutamente duri con se stessi, e dirsi e ripetersi che questo vuoto non ci spaventa più, che questo abisso non ci interessa...»

«...fino a poco fa, lo spazio era cosa nostra. Ora le parti sono rovesciate: siamo noi prigionieri di un pezzo di orizzonte, la cui circonferenza ha un raggio di tre metri di corda sulla parete...»

«...guardo l'orologio: non sono che le sette e minuti...»


Doug si addormenta sfinito battendo i denti per il freddo, arrotolato nella corda con la quale Gos lo ha pazientemente “bendato” come estrema difesa dal freddo, poi inizia la lotta contro il tempo, i tentativi per dormire, i ricordi che corrono ad altri bivacchi, le preoccupazioni per l'indomani.

Il tempo sembra dilatarsi, tanto scorre lentamente e i movimenti del bivacco sono regolati dalla periodica verifica dell'ora, che aggiunge sconforto alla già precaria situazione.

«...esito ad accendere un altro zolfanello.
Perché rischiarare ancora la nostra indigenza?
Ma Doug insiste, gemendo per saper l'ora. E sia.
La breve fiammella illumina l'orologio...
Le otto!! Le otto e venti minuti...!!»


Il buio, oltre al freddo, provoca la maggior sofferenza nella veglia del bivacco; bisogna scaldarsi, ma bisogna avere anche un po' di luce per sollevare il morale; le piccozze dell'epoca erano pesanti e ingombranti ma avevano un meraviglioso pregio, erano di legno...
Ben presto un allegro fuocherello crepitò tra due sassi...

«...Così, fino al sorgere del giorno, arse in quel triste bivacco la reliquia delle mie ore alpine... la neve, forando l'oscurità volteggiava anemica sciogliendosi a terra.
E la notte continuava a camminare verso il giorno...»


Verso l'alba, come spesso accade dopo i mille sforzi della notte per addormentarsi, improvvisamente Gos si appisola e sogna... e la cengia si anima dei personaggi del dancing di Pigalle a Parigi; ballerine, camerieri, musicisti... una vera festa!

«...Attenzione, attenzione per carità!!
Non spingete così! Stiamo per fare un gran salto!...
Nessuno mi ascolta.
In tenuta di alpinista, con i calzoni a brandelli, gli scarponi ferrati, su questo pavimento lucido su cui vacillo, mi prendono per una maschera.
Applaudono intorno a me. Scoppiano a ridere.
Nessuno mi prende sul serio e la folla aumenta... che gazzarra!!
Una ballerina rovescia un cocktail...
Mai, capite, mai avrei creduto che il nostro bivacco potesse accogliere e contenere tanta gente... Attenzione, attenzione, ve ne scongiuro.
Il ghiacciaio è qui sotto, un chilometro a picco, e non c'è parapetto...
Qualcuno mi prende per un braccio, mi libero bruscamente...»

«...Se continuate ad agitarvi così, bisognerà che vi leghi, Claudio.
Dormite un po' più tranquillamente!...»
«...Ora son sveglio. Doug lascia il mio braccio e ride. Ridiamo anzi insieme...»


Ora sono svegli entrambi, ridono, come sempre succede la luce dell'alba ha ridato alle cose la loro vera dimensione; spesso nel “tirar mattino” le condizioni fisiche del bivacco sono più sopportabili del tumulto di sentimenti che si rincorrono; sarà bel tempo?, come sarà la parete?, ce la faremo? riusciremo a tornare?
Ma le paure e le ansie se ne sono andate con la notte; è ora di andare!

Giovanni Busato
Arsiero, maggio 2003

 

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Libri correlati
Di alpinismo:
- GOS, Propos d'un Alpiniste
- GOS, Pres des Neves et del Glaciers
- DAUMAL, Il Monte Analogo

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