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la recensione storica di intra i sass |
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Titolo: Le
mie scalate nella Alpi e nel Caucaso |
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Le mie scalate nella Alpi e nel Caucaso recensione di Marco Bellini E' in pena e
di passaggio, |
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Albert Frederik Mummery (1855-1895) fu «uno dei più grandi alpinisti di tutti i tempi», come ebbe a definirlo Gian Piero Motti nella sua Storia. Forte ghiacciatore, rocciatore audace, penna raffinata e, soprattutto, grandissimo esploratore. Quello che vorrei dipingervi qui è proprio l'uomo, senza passare necessariamente per la lente, forse parziale, dei suoi scritti. Il linguaggio. Forse si tratta, ad oggi, dell'ostacolo maggiore che si frappone tra noi e la vera personalità di Mummery. Come ogni opera scritta più di un secolo addietro, anche il suo libro rimane ostico a leggersi, specie per chi alla letteratura ottocentesca non è più molto avvezzo. Ciononostante lo stile non risulta gonfio di retorica e pedante, simil-eroico e esacerbante come quello di altri scrittori, alpinisti e non, del suo tempo. Il gusto per la narrazione completa, unitamente allo humor inglese e ad una penna assai snella, veloce e priva di retorica, fanno di questo volume un'opera basilare. L'unica pecca di quest'opera è di darci un'immagine stereotipata dell'alpinista inglese, lasciando al solo lettore che sa vedere tra le righe la possibilità di cogliere la reale natura e il carattere più vero di questo alpinista d'eccezione. Alcuni capitoli rimangono qualcosa che dovrebbe essere letto, almeno per chi pratica un alpinismo consapevole. Le motivazioni.
Leggere un libro del genere richiede comunque o un animo appassionato del
secolo che fu, deliziato dallo stile e dai modi di vita di un'epoca ormai
perduta, oppure una vera passione per il sapere che spinge oltre
l'ostacolo. E' indubbiamente difficile leggere Mummery, proprio perché ne
troviamo descrizioni anche notevoli in varie storie dell'alpinismo o in
qualche articolo, questo parendo dispensarci dal compito. Eppure risalire
alle fonti, senza passare per la mediazione di altri è una necessità per
chi vuole avere una visione chiara e privata di ciò che è stato. La storia
è sempre un monumento dalle molte facce: «A seconda della distanza
dall'evento trattato, gli storici ne daranno un profilo e ne rileveranno
delle facce volta a volta differenti: tutte, in fondo, in qualche modo
vere, e spesso tra loro complementari: nessuna esaustiva, come
esaustiva non sarebbe neanche la meccanica somma di tutte quelle facce» (L.
Canfora). Il personaggio.
Albert Frederick Mummery nacque all'incirca a metà del XIX secolo, in Gran
Bretagna. Di lui si ricorda spesso la sua eccezionale attività con le
guide, il suo rapporto di vera amicizia con esse; in seguito la sua
attività senza guide (fu tra i primi a tentare scalate di quel livello
senza essere accompagnato), talora la sua caparbia volontà da esploratore.
Ciò che per noi conta maggiormente è però lo spirito d'avventura che
sempre lo pervase, sino in fondo. Le grandi montagne.
E' proprio qui, fuori dalla stretta cerchia della Alpi (in realtà allora
ben più ampia, coi suoi spostamenti lunghi e spossanti, le sue numerose
cima ancora vergini), che si rivela davvero Mummery. Non sportivo ma vero
amante dell'avventura, non solo scalatore leale ma anticipatore di idee
veramente innovative. Il suo vagabondare per le terre del Caucaso e la sua
spedizione impossibile al Nanga Parbat sono il segno tangibile di uno
spirito che, sebbene si nasconda dietro al linguaggio del suo tempo e ad
un umorismo di circostanza, rivela se stesso come uno dei più profondi
amanti dell'avventura fine a se stessa, ricercata e voluta come motore di
tutta una vita. Mummery resta un segno in una foresta, da interpretare,
rileggere, meditare. Il Nanga Parbat, infine. E' la
grande scena su cui si è svolto l'ultimo, misterioso atto della vita di
Mummery e delle altre cinque persone che scomparvero con lui. Dopo due
spedizioni vittoriose in Caucaso, l'Himalaya restava terreno vergine, un
fascino irresistibile agli occhi del vero amante dell'esplorazione. In contrasto con lo stile che accomunerà l'alpinismo extraeuropeo di punta delle prime conquiste, Mummery non si servì se non di due portatori di alta quota (né tantomeno – è importante precisarlo – di portatori di bassa quota). L'avvicinamento e tutte le sue incognite, i campi in leggere tende o grotte, il cibo da procurarsi lungo il percorso: tutto questo venne prima dell'ultima salita. In stile cristallino, Mummery provò più d'un versante, avventurandosi col suo piccolo gruppo su quelle pareti gigantesche; né ramponi né chiodi da ghiaccio erano nel suo equipaggiamento, solo scarponi chiodati e una corda.
Come aveva salito il Cervino, il Grépon, i Charmoz, con le sue mani e i suoi piedi, senza mezzi artificiali di sorta: così s'avventurò sulla parete che per sempre, ormai, lo trattiene. Era l'estate del 1895. |
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Marco Bellini
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