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 la recensione storica di intra i sass 

Titolo: Le mie scalate nella Alpi e nel Caucaso
Autore: Albert Frederick Mummery

Pagg. 240 con illustrazioni b/n.
€ circa 18,00
Editore: V
iglongo – 1965
Collana: "
La piccozza e la penna"
N.B.: è più facilmente reperibile in commercio la nuova edizione de I Licheni di Vivalda, 2001.

 

Le mie scalate nella Alpi e nel Caucaso recensione di Marco Bellini

E' in pena e di passaggio,
l'anima che soffre senz'ira,
la sua morale è così chiara!
Ascoltate la canzone saggia.
(
Paul Verlaine, Sagesse, XVI)

 

Albert Frederik Mummery (1855-1895) fu «uno dei più grandi alpinisti di tutti i tempi», come ebbe a definirlo Gian Piero Motti nella sua Storia. Forte ghiacciatore, rocciatore audace, penna raffinata e, soprattutto, grandissimo esploratore. Quello che vorrei dipingervi qui è proprio l'uomo, senza passare necessariamente per la lente, forse parziale, dei suoi scritti.

Il linguaggio. Forse si tratta, ad oggi, dell'ostacolo maggiore che si frappone tra noi e la vera personalità di Mummery. Come ogni opera scritta più di un secolo addietro, anche il suo libro rimane ostico a leggersi, specie per chi alla letteratura ottocentesca non è più molto avvezzo. Ciononostante lo stile non risulta gonfio di retorica e pedante, simil-eroico e esacerbante come quello di altri scrittori, alpinisti e non, del suo tempo. Il gusto per la narrazione completa, unitamente allo humor inglese e ad una penna assai snella, veloce e priva di retorica, fanno di questo volume un'opera basilare. L'unica pecca di quest'opera è di darci un'immagine stereotipata dell'alpinista inglese, lasciando al solo lettore che sa vedere tra le righe la possibilità di cogliere la reale natura e il carattere più vero di questo alpinista d'eccezione. Alcuni capitoli rimangono qualcosa che dovrebbe essere letto, almeno per chi pratica un alpinismo consapevole.

Le motivazioni. Leggere un libro del genere richiede comunque o un animo appassionato del secolo che fu, deliziato dallo stile e dai modi di vita di un'epoca ormai perduta, oppure una vera passione per il sapere che spinge oltre l'ostacolo. E' indubbiamente difficile leggere Mummery, proprio perché ne troviamo descrizioni anche notevoli in varie storie dell'alpinismo o in qualche articolo, questo parendo dispensarci dal compito. Eppure risalire alle fonti, senza passare per la mediazione di altri è una necessità per chi vuole avere una visione chiara e privata di ciò che è stato. La storia è sempre un monumento dalle molte facce: «A seconda della distanza dall'evento trattato, gli storici ne daranno un profilo e ne rileveranno delle facce volta a volta differenti: tutte, in fondo, in qualche modo vere, e spesso tra loro complementari: nessuna esaustiva, come esaustiva non sarebbe neanche la meccanica somma di tutte quelle facce» (L. Canfora).
Resta chiaro che superare una barriera linguistica per accedere ad un così vasto patrimonio di idee, ancora oggi in parte innovative e comunque stupefacenti, rimane uno sforzo relativamente ridotto, specialmente per chi è disposto a scalare vette o respirare il raro ossigeno delle alte quote...

Il personaggio. Albert Frederick Mummery nacque all'incirca a metà del XIX secolo, in Gran Bretagna. Di lui si ricorda spesso la sua eccezionale attività con le guide, il suo rapporto di vera amicizia con esse; in seguito la sua attività senza guide (fu tra i primi a tentare scalate di quel livello senza essere accompagnato), talora la sua caparbia volontà da esploratore. Ciò che per noi conta maggiormente è però lo spirito d'avventura che sempre lo pervase, sino in fondo.
L'attività di Mummery è facilmente reperibile su ogni storia dell'alpinismo, nonché sul libro qui in questione. Salì il Cervino più volte, l'Aiguille Verte, i Charmoz ed il Grépon, solo per citarne alcuni. Li salì con le guide, con gli amici e persino con la moglie, per essere controcorrente anche in questo.
E' oggi citatissimo per alcune sue affermazioni, quali quelle che declassano le sue dure salite sul Grépon a “passeggiate per signora”, oppure quelle che sostengono che l'alpinismo sia un puro sport che deve restar slegato dalla scienza e dai suoi studi. Sono affermazioni peculiari, curiose, specialmente l'ultima. Già Doug Scott ha però rilevato come l'idea di un Mummery alpinista sportivo, slegato dal mito della cima, tragga piuttosto in inganno: salì il Grépon perché le grandi cime erano ormai tutte conquistate, e lo salì per la via normale. Un certo “alpinismo sportivo” era ben lontano dalla sua personale ricerca di ignoto.
«Lo scopo essenziale di Mummery non era quello di superare particolari difficoltà su roccia; le sue vie erano, e rimangono, il percorso più facile alla cima [...] In forza delle circostanze, però, divenne il miglior scalatore su roccia del XIX secolo» (Scott, Le grandi pareti).
Ben più rilevante è la frase, icona della lealtà e del rispetto per la montagna, che Mummery lasciò alla base della placca (la plaque Burgener, dal nome del grande Alexander Burgener, guida mitica, spesso al suo fianco) che lo respinse quando tentò di conquistare per primo il Dente del Gigante: “absolutely impossible by fair means”, assolutamente impossibile con mezzi leali. In seguito i Sella salirono il Dente con aghi da mina, chiodi, pertiche e corde fisse. Mezzi leali, come dicevamo...

Le grandi montagne. E' proprio qui, fuori dalla stretta cerchia della Alpi (in realtà allora ben più ampia, coi suoi spostamenti lunghi e spossanti, le sue numerose cima ancora vergini), che si rivela davvero Mummery. Non sportivo ma vero amante dell'avventura, non solo scalatore leale ma anticipatore di idee veramente innovative. Il suo vagabondare per le terre del Caucaso e la sua spedizione impossibile al Nanga Parbat sono il segno tangibile di uno spirito che, sebbene si nasconda dietro al linguaggio del suo tempo e ad un umorismo di circostanza, rivela se stesso come uno dei più profondi amanti dell'avventura fine a se stessa, ricercata e voluta come motore di tutta una vita. Mummery resta un segno in una foresta, da interpretare, rileggere, meditare.
Mummery per ben due volte (1888-1890) fu nel Caucaso, tra il Mar Nero e il Mar Caspio, regione allora esplorata solo una volta pochi anni prima da uno sparuto gruppo di inglesi. Egli dunque partì senza mappe, verso una catena montuosa ancora vergine, ove le montagne da scegliere e le vie per salire erano decine, tutte inviolate. Insieme alla guida Zurfluh, talvolta solitario, tal'altra in compagnia di un silenzioso e duro pastore di quelle terre, Mummery esplorò colli e ghiacciai, scelse montagne: la montagna, la più bella che trovò. E la salì. Con spirito e coraggio, anche in questo caso studiò, tra le varie numerose possibilità, la via che lo condusse sui 5198 metri del Dych-Tau. Si tratta di un colosso di proporzioni mai affrontate sino ad allora, e salito senza alcun supporto logistico, solo con le proprie gambe, una corda e un'ascia da ghiaccio. E' interessante leggere ciò che ho scovato su un articolo in rete circa la difficoltà della via aperta da Mummery: «The most impressive thing about the Mummery Route is that it was climbed 109 years ago and is grade 5a. Durran and Ruddle compared it to climbing a major route on Mont Blanc of TD standard» (La cosa più impressionante della via di Mummery è che fu scalata 109 anni fa ed è di grado 5a. Durran e Ruddle l'hanno comparata alla salita di una grande via sul Monte Bianco di grado TD standard).

Il Nanga Parbat, infine. E' la grande scena su cui si è svolto l'ultimo, misterioso atto della vita di Mummery e delle altre cinque persone che scomparvero con lui. Dopo due spedizioni vittoriose in Caucaso, l'Himalaya restava terreno vergine, un fascino irresistibile agli occhi del vero amante dell'esplorazione.
Il Nanga Parbat è alto 8126 metri, e si trova in quella parte del mondo che ancora oggi gode di una certa fama di inaccessibilità, vicino a città i cui nomi, un tempo, erano accomunati dal mistero che circondava i luoghi d'Oriente: Rawalpindi, Islamabad, Peshawar.
Il primo ottomila salito dall'uomo, l'Annapurna, fu conquistato (è proprio il caso di dire così) nel 1950. Il Nanga Parbat in particolare rimase invitto sino al 1953, anno in cui fu Hermann Buhl a salirlo da solo (Buhl che, alla fine dell'impresa, proprio a Mummery rivolse il suo primo pensiero). Il successo di Mummery avrebbe anticipato di più di mezzo secolo la prima salita solitaria di un ottomila himalayano; forte di questo sogno smisurato, Mummery partì dalla sua Inghilterra abbagliato dal miraggio di una nuova, colossale conquista dopo quella del Dych-Tau.

In contrasto con lo stile che accomunerà l'alpinismo extraeuropeo di punta delle prime conquiste, Mummery non si servì se non di due portatori di alta quota (né tantomeno – è importante precisarlo – di portatori di bassa quota). L'avvicinamento e tutte le sue incognite, i campi in leggere tende o grotte, il cibo da procurarsi lungo il percorso: tutto questo venne prima dell'ultima salita. In stile cristallino, Mummery provò più d'un versante, avventurandosi col suo piccolo gruppo su quelle pareti gigantesche; né ramponi né chiodi da ghiaccio erano nel suo equipaggiamento, solo scarponi chiodati e una corda.

«E ci piace vederlo vagare, smarrito e frastornato da tanta grandezza, nelle immense valli himalayane, in un regno che forse neanche l'immaginazione riusciva a figurarsi così intatto e perfetto nella sua grandezza. È impossibile poter solo intuire le sensazioni che questi uomini provarono al contatto con le proporzioni himalayane, a tu per tu con difficoltà di ogni genere: marce d'approccio estenuanti, guadi di torrenti impetuosi, contatti con le popolazioni locali, difficoltà enormi date dall'ambiente».
(Motti, La Storia dell'alpinismo)

Come aveva salito il Cervino, il Grépon, i Charmoz, con le sue mani e i suoi piedi, senza mezzi artificiali di sorta: così s'avventurò sulla parete che per sempre, ormai, lo trattiene. Era l'estate del 1895.

Marco Bellini
Vercelli, aprile 2003

 

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Libri correlati
Di alpinismo:
- WHYMPER, Scalate nelle Alpi, conquista del Cervino
- MILA, Scritti di montagna
- MICHIELI, Grandi esperienze, piccole spese, Rivista della Montagna, 7 (250), agosto 2001

Di contorno:
- CHATWIN, Anatomia dell'irrequietezza
- HESSE, Vagabondaggio
- CANFORA, Noi e gli antichi

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