6 

 la recensione storica di intra i sass 

Titolo: Sui tetti del Mondo
Titolo originale "This my Voyage"
Autore: Tom Longstaff

Traduzione di Bruno Oddera
284 pagine – 23 tavole fuori testo – foto b/n
Editore
: Valentino Bompiani & C., Milano 1954
(John Murray srl, Londra 1951)
 

 

Sui tetti del mondo recensione di Giovanni Busato


In quanto a me, donami tutte le regioni montuose.
Da pure a chi vorrai le grandi città.
Artemide ozierà ben di rado tra gli uomini.
Le alte montagne saranno la mia dimora.

(Callimaco da Cirene, 320 a.C. Inno ad Artemide)

Questo il  prologo lungimirante del libro “This my Voyage”, Questo mio Viaggio di TOM LONGSTAFF (1875-1964), medico, alpinista ed esploratore nell'Inghilterra della Royal Geographical Society  e dell'Alpine Club di cui fu il primo presidente.
La passione per la montagna e l'esplorazione diventerà infatti lo scopo della sua vita e, in questo senso, questo libro è anche la sua autobiografia, dove spesso il taglio personale della narrazione supera l'importanza dell'argomento stesso, mettendo in risalto sentimenti ed emozioni sovente nascoste dagli alpinisti dell'epoca poco inclini a concessioni sentimentali.

Tradotto in italiano nel 1954 (il libro è del 1951) con l'improbabile titolo “Sui tetti del Mondo” è composto di 14 sorprendenti capitoli, leggibili anche senza rispettare l'ordine in cui si succedono, che portano il lettore dalle prime ascensioni sulle Alpi alle montagne del  Caucaso, dall'Himalaya al Karakoram fino alle Montagne Rocciose, per concludersi con le spedizioni alle Svalbard e in Groenlandia.

Il ritmo del libro è quello delle grandi spedizioni esplorative della fine ‘800 inizi del ‘900, quando pensare di scalare l'Everest era un proposito stravagante, nonostante fossero passati quasi 50 anni da quando Sir George Everest aveva compiuto le rilevazioni topografiche della zona.

Se aprite il libro a caso, può capitarvi di leggere di una caccia al leopardo nei pressi di un campo nella valle dell'Indo; vi affretterete a verificare di non aver preso per sbaglio un libro di Salgari... oppure sentite un po' le vicissitudini per attraversare un fiume: 
«dovendo attraversare il Shyock (affluente dell'Indo) nel villaggio di Chogogron erano pronti gli zak per la traversata del fiume; lo zak è una zattera di sottili rami di salice che galleggia grazie a pelli di caprone gonfie d'aria; due uomini lo spingono mediante leggere canne senza pala, e le correnti trascinano a grande velocità l'imbarcazione giù per il corso del fiume. A poco a poco lo zak affonda nell'acqua, di mano in mano che il peso del carico fa uscire l'aria dalle pelli; con movimenti violenti, l'equipaggio si affretta allora a slacciare le aperture dei galleggianti e vi soffia dentro furiosamente. Se si è fortunati si può sbarcare a meno di due chilometri più a valle sulla riva opposta. L'unico vero pericolo consiste nell'eventuale urto contro una roccia e nella possibilità che le pelli si squarcino, ma i barcaioli conoscono bene il fiume, e inoltre... non sanno nuotare...»
Ci si rende conto che l'avventura, a quei tempi, cominciava sulla porta di casa.

Il suo interesse per la montagna è anche e soprattutto intellettuale.  Nel corso dei suoi viaggi va alla ricerca non solo degli alpinisti più forti dell'epoca ma anche di scrittori, fotografi, naturalisti; così lo troviamo sulle Alpi Giulie con lo scrittore Julius Kugy; conosce il grande fotografo Vittorio Sella, del quale, alcune immagini illustrano il libro.
Longstaff partecipa a questa epopea da protagonista: maturata una notevole esperienza sulle Alpi e nel Caucaso, divenuto alpinista affermato in Himalaya (sua la prima salita al Nanga Devi 7826 m) partecipa, in qualità di medico, al tentativo del 1922 all'Everest dove, per la prima volta si superano gli 8000 metri.
In quell'occasione, ormai quarantasettenne, salomonicamente ebbe a dire: «è una gran fortuna che quando l'età sbarra le porte delle grandi scalate ci si possa sempre volgere alle esplorazioni nell'artide». Forse Messner ha letto il libro, forse no, ma tant'è... le storie dei grandi alpinisti si intrecciano curiosamente!!

E così l'avventura ricomincia alla riscoperta di luoghi ancora parzialmente esplorati, dove si reca, su incarico della Royal Geographical Society, per completare lo studio di quelle regioni. La prima spedizione di studio parte nel 1928, diretta alle Svalbard, la successiva del 1934 si dirige invece in Groenlandia; entrambe hanno lo scopo di effettuare delle rilevazioni  sulla fauna e la flora locale, al fine di spiegare i mutamenti climatici intervenuti negli ultimi secoli.
E' interessante leggere come la Groenlandia non è sempre stata così come ora la conosciamo. Si apprende come quelle terre furono colonizzate verso il IX° secolo da coloni norvegesi che coltivavano la patata e il frumento e allevavano il bestiame. Nei secoli successivi il peggioramento del clima portò progressivamente alla scomparsa degli antichi insediamenti tanto che le cronache del XIII° secolo riportano con toni fatalistici “...più nessuna nave proviene da quei luoghi...”

Non mancano, nel corso di queste esplorazioni, alcune scalate: particolarmente suggestiva la descrizione della salita al Pollice del Diavolo nella baia di Melville in Groenlandia. Questa punta, ben visibile dal mare aperto, attrasse Longstaff che decise di scalarla; dalla descrizione le difficoltà consistono in una serie di placche lisce ed inclinate, battute dai venti salmastri,  che costringono l'esploratore e il suo compagno ad una arrampicata in aderenza poco congeniale ad alpinisti abituati ad intagliare migliaia di gradini sul ghiaccio. Una volta sulla cima notano un singolare mucchietto di sassi rotondi coperti di licheni che sembrano  essere stati accumulati da mano umana... e sì... qualche ignoto marinaio doveva essere salito fin lassù chissà quanti anni prima, forse attratto come Longstaff dalla bellezza di quella punta. In segno di rispetto per lo sconosciuto scalatore infilano sotto al mucchietto il loro riferimento alla seconda ripetizione della via.

L'ultimo capitolo è dedicato alle montagne inglesi, un ritorno letterario ma anche fisico che si intuisce inevitabile leggendo il libro, nel corso del quale i riferimenti alle montagne di casa, alle scogliere  inglesi fanno capolino ad ogni occasione. Tratto comune a tutti gli alpinisti scrittori inglesi per i quali le loro montagne, con quel clima particolare, quei colori, costituiscono qualcosa che trascende sempre il mero aspetto alpinistico.

Giovanni Busato
Arsiero, marzo 2003

 

***********************************************************
N.d.r.
Cliccate sulle copertina per ingrandire l'immagine!

***********************************************************

 

 Archivio Recensioni Storiche  

 copertina
Home page  indice  info  special

Antersass
Casa Editrice

copyright© 2003 intra i sass

all rights reserved - http://www.intraisass.it