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 la recensione storica di intra i sass 

Titolo: L'Everest (Chomo-Lungma)
La più alta montagna del mondo
Autore: Manfredo Vanni

104 pagine - fotografie e riproduzioni di cartine topografiche dell'epoca in b/n.
Prezzo di copertina originale: lire 350
Editore: Società Editrice Internazionale di Torino,1947
 

Titolo: La conquista dell'Everest
Titolo originale "The ascent of Everest"
Autore: John Hunt

292 pagine - foto a colori e b/n con disegni in b/n
Editore: Leonardo da Vinci, Bari 1954

 

Everest: gli anni decisivi recensione di Giovanni Busato


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L'Everest (Chomo-Lungma)
La più alta montagna del mondo
di Manfredo Vanni

“Il monte Everest ha sempre resistito ai numerosi assalti; sulla sua vetta l'uomo non ha potuto sinora (1947) porre il piede trionfante. Gli dèi della montagna hanno sempre avuto ragione sul piccolo uomo europeo. Avranno maggiore fortuna le future spedizioni?”.

Con queste parole si chiude la prefazione, e un brivido percorre il lettore che sfogliando le pagine ingiallite dell'edizione originale ‘cade’ letteralmente dentro al libro immerso nel mondo delle origini dell'alpinismo himalayano; un alpinismo ‘eroico’ che stupisce ad ogni pagina considerando le tecniche, gli attrezzi alpinistici, il vestiario, l'alimentazione di allora; nessun alpinista moderno prenderebbe in seria considerazione affrontare l'Everest in quelle condizioni!!
Manfredo Vanni, che nel 1947 è docente universitario di geografia a Torino dedica un ampio capitolo alla storia della scoperta della regione himalayana riportando le annotazioni dei missionari e religiosi che fin dal 1300 si avventurarono in quei luoghi.
Nel 1741 il cappuccino Cassiano Beligatti da Macerata scriveva: “Salimmo il Monte Lhangur fra balze precipitose; a misura che ci avvicinavamo alla sommità del monte aumentavasi in tutti il dolore del capo e dello stomaco, con difficoltà di respiro...”.
E ancora: “...salimmo le montagne, benché non pervenimmo sino all'alto ove erano coperte di neve; in salendo questo monte, vedemmo dalla parte di nord una lunga fila di alti monti coperti d'alto al fondo di grossa neve, a' quali li mulattieri fecero riverenza risguardandoli come dimora di numi... ci fu asserito che in quelli monti la neve mai si distrugge restando tutto l'anno coperti d'alte nevi e che per tal causa sono inabitabili e inacessibili...”.

Dopo un altro capitolo dedicato con dovizia di particolari alla geologia dell'Himalaya, alle ricerche sulla flora e sulla fauna il Vanni si immerge nel resoconto delle spedizioni inglesi che dal 1921 si succedettero all'Everest; il racconto si dilunga in maniera coinvolgente su i primi studi sul mal di montagna, sulle tecniche per superare i crepacci, sui respiratori per l'ossigeno e altri aspetti che oggi si danno per scontati ma che all'epoca erano incognite che venivano affrontate di giorno in giorno.
Splendido il capitolo che descrive la spedizione inglese del 1924 dove nel tentativo alla vetta perirono Mallory ed Irvine, lasciando aperto il dilemma se la tragedia fosse avvenuta durante la salita o nella discesa dalla vetta.
Nel 1947, a 6 anni dalla conquista dell'Everest, l'eventualità che Mallory ce l'avesse fatta non era considerata poi tanto peregrina, tant'è che il Vanni scrive: “...giungendo alla vetta qualche altra spedizione potrà forse risolvere il problema; se sulla vetta essi sono arrivati avranno lasciato anche qualche segno della loro vittoria...” e infatti Hillary, nella descrizione della vittoriosa salita alla vetta del maggio 1953 fa un esplicito riferimento alla ricerca, seppur frettolosa, di eventuali tracce di Mallory nei pressi della cima.
Avvincente la descrizione dei voli degli aviatori inglesi sull'Everest, i quali nell'aprile del 1933, su aerei appositamente modificati per la quota, sorvolando ripetutamente la zona, riportarono materiale fotografico di grande utilità per le spedizioni successive.

Altro capitolo che ha dell'incredibile è il primo tentativo di salita in solitaria fatto dal Capitano Maurice Wilson che nel 1934 partì direttamente dall'Inghilterra su un piccolo aereo atterrando a Calcutta. Da qui, venduto l'aereo si stabilì a Darjeeling, dove reclutati di nascosto alcuni portatori arrivò fino al Campo III della precedente spedizione (m. 6400) da dove il 17 maggio proseguì in solitaria alla ricerca della via per il Colle Nord.
Di lui naturalmente non si seppe più nulla.

Il libro si conclude con una bibliografia monumentale, della quale sarebbe interessante verificare le eventuali successive ristampe, magari tradotte in italiano.
 

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La conquista dell'Everest
The ascent of Everest
di
John Hunt

Il libro di Sir John Hunt (che nel 1953 organizzò e guidò la spedizione inglese all'Everest), oltre ad essere il libro ‘ufficiale’ della conquista dell'Everest può essere letto anche come la continuazione del libro di Manfredo Vanni, tanto sono simili le filosofie che animano i due autori e lo stile narrativo.

Sono le 11:30 del 29 maggio 1953; Hillary e Tenzing sono sulla vetta dell'Everest; dopo vent'anni di tentativi gli inglesi conquistano finalmente la ‘loro’ vetta.
Il capitolo scritto da Hillary e dedicato alla ‘vetta’ è forse la pagina più bella della letteratura alpina di tutti i tempi. Hillary descrive la salita passo dopo passo; i dubbi, le incognite, ma anche una ferma determinazione che viene meno solo nell'alternarsi delle infinite creste finali, fino alla foto di vetta scattata non a lui, l'inglese conquistatore, ma allo sherpa Tenzing: unica foto di vetta e foto di copertina del libro!!
Il resto del libro è una interessantissima descrizione della spedizione che facendo tesoro delle esperienze precedenti, ultima delle quali il tentativo svizzero del 1952, sarà organizzata con i canoni delle spedizioni moderne. Nulla viene lasciato al caso, dai materiali, appositamente studiati per l'alta quota e collaudati sulle Alpi svizzere, agli aspetti medici, dai respiratori per l'ossigeno all'alimentazione e agli allenamenti specifici per l'alta montagna.

Ma nel libro non mancano anche alcune curiosità che vale la pena di annotare e che riportano il lettore negli anni ‘50 dove ogni giorno si aggiungevano esperienze a quel bagaglio di conoscenze che rendono oggi relativamente più semplice la realizzazione di queste spedizioni.
Il problema maggiore era legato al trasporto dei materiali, in particolare delle bombole di ossigeno. Molte erano le proposte e anche le più eccentriche furono seriamente vagliate, prima di essere abbandonate. La prima proponeva di sparare con i cannoni le bombole al Colle Sud perché gli alpinisti le potessero trovare in loco al loro arrivo!
Altra proposta prevedeva invece la costruzione di una tubatura fino al Colle Sud dotata di più rubinetti dai quali gli alpinisti potevano respirare l'ossigeno di tanto in tanto!
Fu presa in considerazione anche la proposta di lanciare i materiali dall'aereo sul Colle... scartata poi per la difficoltà legata alla quota.

La narrazione scorre avvincente per tutto il libro con la descrizione delle varie fasi di avvicinamento e i tentativi di salita; lo stile è quello tipico degli anni ‘50, poco disposto a concessioni personali e più incline a descrizioni ‘eroiche’ anche se, a volte, traspare la grande umanità dei personaggi.
Eccezionali le fotografie originali del libro, con due pagine dedicate alle foto degli sherpa subito dopo le foto dei componenti la spedizione.
Questo libro testimonia il rispetto e la considerazione per gli sherpa, tanto che viene da pensare che il loro utilizzo sconsiderato e poco rispettoso sia un fenomeno legato alle spedizioni moderne, specialmente con l'avvento delle spedizioni ‘commerciali’.

Alla fine resta al lettore il piacere sottile di letture originali, di pezzi di storia narrata dai protagonisti delle quali le varie ‘storie dell'alpinismo’ non potranno mai renderne ne il ritmo né l'intensità né, tantomeno, la poesia.
Ecco perché i libri d'epoca, seppur a volte elementari, opportunamente rivalutati sono un'ottima palestra per rinvigorire le proprie motivazioni e ampliare la propria cultura.
La letteratura di montagna è vastissima e poco conosciuta, ma la montagna non è solo sudore e mani spellate, bensì un modo di essere che senza una cultura alle spalle è solamente un hobby della domenica.

 

Giovanni Busato
Arsiero, gennaio 2003

 

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