________________________L'Everest
(Chomo-Lungma)
La più alta montagna del mondo
di Manfredo Vanni
“Il monte Everest ha sempre resistito ai numerosi
assalti; sulla sua vetta l'uomo non ha potuto sinora (1947) porre il piede
trionfante. Gli dèi della montagna hanno sempre avuto ragione sul piccolo
uomo europeo. Avranno maggiore fortuna le future spedizioni?”.
Con queste parole si chiude la prefazione, e un brivido
percorre il lettore che sfogliando le pagine ingiallite dell'edizione
originale ‘cade’ letteralmente dentro al libro immerso nel mondo delle
origini dell'alpinismo himalayano; un alpinismo ‘eroico’ che stupisce ad
ogni pagina considerando le tecniche, gli attrezzi alpinistici, il
vestiario, l'alimentazione di allora; nessun alpinista moderno prenderebbe
in seria considerazione affrontare l'Everest in quelle condizioni!!
Manfredo Vanni, che nel 1947 è docente universitario di geografia a Torino
dedica un ampio capitolo alla storia della scoperta della regione
himalayana riportando le annotazioni dei missionari e religiosi che fin
dal 1300 si avventurarono in quei luoghi.
Nel 1741 il cappuccino Cassiano Beligatti da Macerata scriveva:
“Salimmo il Monte Lhangur fra balze precipitose; a misura che ci
avvicinavamo alla sommità del monte aumentavasi in tutti il dolore del
capo e dello stomaco, con difficoltà di respiro...”.
E ancora: “...salimmo le montagne, benché non pervenimmo sino all'alto
ove erano coperte di neve; in salendo questo monte, vedemmo dalla parte di
nord una lunga fila di alti monti coperti d'alto al fondo di grossa neve,
a' quali li mulattieri fecero riverenza risguardandoli come dimora di
numi... ci fu asserito che in quelli monti la neve mai si distrugge
restando tutto l'anno coperti d'alte nevi e che per tal causa sono
inabitabili e inacessibili...”.
Dopo un altro capitolo dedicato con dovizia di
particolari alla geologia dell'Himalaya, alle ricerche sulla flora e sulla
fauna il Vanni si immerge nel resoconto delle spedizioni inglesi che dal
1921 si succedettero all'Everest; il racconto si dilunga in maniera
coinvolgente su i primi studi sul mal di montagna, sulle tecniche per
superare i crepacci, sui respiratori per l'ossigeno e altri aspetti che
oggi si danno per scontati ma che all'epoca erano incognite che venivano
affrontate di giorno in giorno.
Splendido il capitolo che descrive la spedizione inglese del 1924 dove nel
tentativo alla vetta perirono Mallory ed Irvine, lasciando aperto il
dilemma se la tragedia fosse avvenuta durante la salita o nella discesa
dalla vetta.
Nel 1947, a 6 anni dalla conquista dell'Everest, l'eventualità che Mallory
ce l'avesse fatta non era considerata poi tanto peregrina, tant'è che il
Vanni scrive: “...giungendo alla vetta qualche altra spedizione potrà
forse risolvere il problema; se sulla vetta essi sono arrivati avranno
lasciato anche qualche segno della loro vittoria...” e infatti Hillary,
nella descrizione della vittoriosa salita alla vetta del maggio 1953 fa un
esplicito riferimento alla ricerca, seppur frettolosa, di eventuali tracce
di Mallory nei pressi della cima.
Avvincente la descrizione dei voli degli aviatori inglesi sull'Everest, i
quali nell'aprile del 1933, su aerei appositamente modificati per la
quota, sorvolando ripetutamente la zona, riportarono materiale fotografico
di grande utilità per le spedizioni successive.
Altro capitolo che ha dell'incredibile è il primo tentativo di salita in
solitaria fatto dal Capitano Maurice Wilson che nel 1934 partì
direttamente dall'Inghilterra su un piccolo aereo atterrando a Calcutta.
Da qui, venduto l'aereo si stabilì a Darjeeling, dove reclutati di
nascosto alcuni portatori arrivò fino al Campo III della precedente
spedizione (m. 6400) da dove il 17 maggio proseguì in solitaria alla
ricerca della via per il Colle Nord.
Di lui naturalmente non si seppe più nulla.
Il libro si conclude con una bibliografia monumentale, della quale sarebbe
interessante verificare le eventuali successive ristampe, magari tradotte
in italiano.
_______________________
La conquista dell'Everest
The ascent of Everest
di John Hunt
Il libro di Sir John Hunt (che nel 1953 organizzò e
guidò la spedizione inglese all'Everest), oltre ad essere il libro
‘ufficiale’ della conquista dell'Everest può essere letto anche come la
continuazione del libro di Manfredo Vanni, tanto sono simili le filosofie
che animano i due autori e lo stile narrativo.
Sono le 11:30 del 29 maggio 1953; Hillary e Tenzing sono
sulla vetta dell'Everest; dopo vent'anni di tentativi gli inglesi
conquistano finalmente la ‘loro’ vetta.
Il capitolo scritto da Hillary e dedicato alla ‘vetta’ è forse la pagina
più bella della letteratura alpina di tutti i tempi. Hillary descrive la
salita passo dopo passo; i dubbi, le incognite, ma anche una ferma
determinazione che viene meno solo nell'alternarsi delle infinite creste
finali, fino alla foto di vetta scattata non a lui, l'inglese
conquistatore, ma allo sherpa Tenzing: unica foto di vetta e foto di
copertina del libro!!
Il resto del libro è una interessantissima descrizione della spedizione
che facendo tesoro delle esperienze precedenti, ultima delle quali il
tentativo svizzero del 1952, sarà organizzata con i canoni delle
spedizioni moderne. Nulla viene lasciato al caso, dai materiali,
appositamente studiati per l'alta quota e collaudati sulle Alpi svizzere,
agli aspetti medici, dai respiratori per l'ossigeno all'alimentazione e
agli allenamenti specifici per l'alta montagna.
Ma nel libro non mancano anche alcune curiosità che vale
la pena di annotare e che riportano il lettore negli anni ‘50 dove ogni
giorno si aggiungevano esperienze a quel bagaglio di conoscenze che
rendono oggi relativamente più semplice la realizzazione di queste
spedizioni.
Il problema maggiore era legato al trasporto dei materiali, in particolare
delle bombole di ossigeno. Molte erano le proposte e anche le più
eccentriche furono seriamente vagliate, prima di essere abbandonate. La
prima proponeva di sparare con i cannoni le bombole al Colle Sud perché
gli alpinisti le potessero trovare in loco al loro arrivo!
Altra proposta prevedeva invece la costruzione di una tubatura fino al
Colle Sud dotata di più rubinetti dai quali gli alpinisti potevano
respirare l'ossigeno di tanto in tanto!
Fu presa in considerazione anche la proposta di lanciare i materiali
dall'aereo sul Colle... scartata poi per la difficoltà legata alla quota.
La narrazione scorre avvincente per tutto il libro con
la descrizione delle varie fasi di avvicinamento e i tentativi di salita;
lo stile è quello tipico degli anni ‘50, poco disposto a concessioni
personali e più incline a descrizioni ‘eroiche’ anche se, a volte,
traspare la grande umanità dei personaggi.
Eccezionali le fotografie originali del libro, con due pagine dedicate
alle foto degli sherpa subito dopo le foto dei componenti la spedizione.
Questo libro testimonia il rispetto e la considerazione per gli sherpa,
tanto che viene da pensare che il loro utilizzo sconsiderato e poco
rispettoso sia un fenomeno legato alle spedizioni moderne, specialmente
con l'avvento delle spedizioni ‘commerciali’.
Alla fine resta al lettore il piacere sottile di letture
originali, di pezzi di storia narrata dai protagonisti delle quali le
varie ‘storie dell'alpinismo’ non potranno mai renderne ne il ritmo né
l'intensità né, tantomeno, la poesia.
Ecco perché i libri d'epoca, seppur a volte elementari, opportunamente
rivalutati sono un'ottima palestra per rinvigorire le proprie motivazioni
e ampliare la propria cultura.
La letteratura di montagna è vastissima e poco conosciuta, ma la montagna
non è solo sudore e mani spellate, bensì un modo di essere che senza una
cultura alle spalle è solamente un hobby della domenica.