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 la recensione storica di intra i sass 

Titolo: Il Giorno delle Mèsules
Autore: Ettore Castiglioni
A cura di Marco Albino Ferrari
Pagg. 332 con illustrazioni b/n.
€ 16,50
Editore: V
ivalda – 1993, 19972
Collana: "
I Licheni"

 

Il Giorno delle Mèsules recensione di Marco Bellini

Quand'ero giovane, avevo ali forti instancabili,
ma non conoscevo le montagne.
Quando fui vecchio, conobbi le montagne,
ma le ali stanche non tennero più dietro alla visione.
Il genio è saggezza e gioventù.
(
E.L. Masters, Antologia di Spoon River)

 

I diari sono sempre qualcosa di intimo e privato, ma se ne possono distinguere di due tipi: quelli scritti pensando (sperando) che prima o poi qualcuno li legga e quelli scritti solo per se stessi, perché senza buttar giù righe dopo righe vivere diventa sofferenza. I diari di Castiglioni appartengono a questa seconda specie.
Ettore Castiglioni fu alpinista, tra i fortissimi dell'epoca cui appartenne (quella di Detassis, Gervasutti, Cassin giusto per intenderci); compilatore d'eccezione di guide ricordate per le valutazioni severissime, appassionato delle Dolomiti ma completo anche sul granito (salì la Nord del Greuvetta con Boccalatte, nel 1937), estimatore dell'estetica della libera sul V grado ma forte sestogradista, nonché scialpinista solitario e preparato. Al di fuori dell'ambito strettamente alpinistico fu anche avvocato (ma non praticò mai), musicista, raffinato cultore di tutto ciò che appartenne – e appartiene anche oggi – ad un gusto romantico di cultura estetica. Castiglioni fu un uomo intero, oltreché alpinista. Diversamente da coloro che, escluse le gesta alpinistiche, non hanno lasciato alcunché, egli ha lasciato un'ombra netta dietro di sé. Non ha conquistato il successo di Comici o di Gervasutti, né la fama di d'Annunzio o Debussy: le sue tracce vanno ricercate, recuperate dalla polvere in cui sono finite, sparse nella storia, nella musica, nella letteratura. Le pagine dei suoi diari, unitamente alle pagine scritte su di lui da Marco Albino Ferrari, riportano alla luce una personalità complessa e caleidoscopica, vissuta in un periodo storico che ci regala, oggi, un racconto ai limiti del reale. Leggete anche Il vuoto alle spalle per realizzare appieno ciò che intendo.

Ettore Castiglioni era figlio di una ricca famiglia milanese, amava viaggiare per cultura: visitava musei, mostre, gallerie, assisteva a concerti. Era laureato in legge, anche se non amava quel mondo; era stato a Londra, ma non amava neppure quella realtà. Suonava il pianoforte spesso, anche nel suo appartamento vuoto: immagine di tregenda di uomo che suona, solo, nella sua stanza vuota, ingombra di vetri esplosi e fogli in disordine, fuori la pioggia battente su una Milano sventrata dai bombardamenti e terrorizzata.
La passione per la montagna in lui rientrava in uno spirito romantico, rispettosamente amante della natura e delle forme che essa sa dare alla bellezza. L'estetica fu motivo costante di ricerca, filo conduttore di un'intera vita dedicata a ciò che dava sollievo e piacere allo spirito. Paradossalmente quando lo trovarono, dopo tre mesi, morto di freddo al Passo del Forno, portava un paio di ramponi sui piedi nudi e una coperta cinta intorno alle gambe anch'esse nude, in un quadro di grottesca bellezza, forse non scevra d'ironia.
Vediamo di intenderci meglio, procedendo a ritroso. Ettore Castiglioni era sfuggito alla Svizzera che lo voleva tradurre in carcere: si trattò, forse, di circostanze sospette, di una misteriosa valigia contenente documenti segreti, che Castiglioni aveva portato in Svizzera insieme ad una famiglia di profughi, una delle tante che cercavano salvezza oltre confine in quegl'anni di persecuzioni (fra tutti, è notevole, passò con Castiglioni pure Einaudi). Per questo motivo, pare, Ettore Castiglioni fu arrestato al confine e scese in Svizzera, solo. Ancora lo immagino, evocato dalle parole di Ferrari, a elaborare la fuga – la fuga giusta e necessaria.
Nella stanzetta in cui era stato richiuso tutto si fa chiaro, la decisione infine è presa. Il rischio è alto ma esaltante, la possibilità della morte occhieggia affacciandosi in ogni pensiero; la tensione, la decisione, poi la liberatoria corsa nel buio. Come si deve sentire un uomo che ha coltivato l'idea di libertà per una vita, che ne ha fatto un segno tangibile con l'antifascismo, come si deve sentire un uomo siffatto quando si trova a correre di notte, consapevole del rischio eppure ebbro - e non userei nessun altro aggettivo - ebbro di aria fredda e corse coi piedi fasciati di stracci. Correva per tornare dagli amici al Berrio, la baita che sopravviveva ai rastrellamenti da mesi, e forse già si immaginava il ritorno, il calore. Un'esaltazione simile forse può appartenere solo a un uomo di cultura, che senta nella natura quel mondo dannunziano e grandioso: stava sfuggendo in esso, dall'uomo. Come si deve essere sentito poi quando il gelo gli ha morso le carni e la vita ha preso a scorrere via, questo è qualcosa che non è dato sapere. Ma rileggendo i suoi diari viene da dirsi che sta bene così, e la vita per un uomo del genere non poteva riservare forse fine più amorevole, più materna. Consegnato alla storia delle montagne non per le mere gesta alpinistiche, sempre superate ad ogni epoca, ma per la sensibilità e i pensieri – destinati a restare, foss'anche solo in chi tra le pietre del Berrio in Valpelline ci va per cercare, ad oggi, vaga traccia di lui.

Questo è quanto. Elencare tutti gli eventi significativi riportati nei diari, oppure tracciarne una biografia cronologica sarebbe misera cosa. I diari sono una quantità di riflessioni, talora con un taglio un po' retorico o romantico per le nostre orecchie abituate alla malizia e all'utilità; averli per le mani e leggerli equivale a forzarsi su una cammino di riflessioni sull'amicizia, il senso della vita, il peso delle scelte, l'amore (remoto, mai raggiunto e però sempre presente), il valore dell'alpinismo. Non si tratta di un libro leggero né facile, richiede anzi pazienza per essere letto in toto, richiede anche un sentimento simpatetico, raro in realtà, che permetta di provare come proprie le sensazioni profondamente intagliate nella pasta della carta su cui furono vergate ormai più di sessant'anni fa. Per chi non si sentisse pronto a imbarcarsi in un simile dispendio di energie psichiche, suggerirei di leggere invece Il vuoto alle spalle di Marco Ferrari, davvero meritevole ricostruzione degli ultimi anni della vita di Castiglioni. Un romanzo che ha un sapore melanconico, perché racconta la fine di una vita, ma una vita di fronte alla quale non si può non pensare che anche oggi, forse, avere in dono un destino simile sarebbe una fortuna riservata a pochi.

«E insieme alla musica è tornato anche il sole. Un sole tiepido da primavera, un'aria leggera e trasparente, un vento crudo e vivificante come una brezza montana. Lo aspiravo a pieni polmoni, a grandi sorsate, come per bere quell'aria dei monti, per ritrovarmi, per ritrovare tutta la mia energia, il mio spirito d'iniziativa, la mia volontà d'azione, il più vero me stesso.»

 

Marco Bellini
Vercelli, ottobre 2002

 

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Libri correlati
Di alpinismo:
- FERRARI, Il vuoto alle spalle
- CAMANNI-RIBOLA-SPIRITO, Castiglioni, Comici, Gervasutti. La stagione degli eroi
- MOTTI, Storia dell'alpinismo

Di contorno:
- FENOGLIO, Il partigiano Johnny
- MILA, Argomenti strettamente familiari
- PAVESE, Il mestiere di vivere
- D'ANNUNZIO, Alcyone

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