I diari sono sempre qualcosa di intimo
e privato, ma se ne possono distinguere di due tipi: quelli scritti
pensando (sperando) che prima o poi qualcuno li legga e quelli scritti
solo per se stessi, perché senza buttar giù righe dopo righe vivere
diventa sofferenza. I diari di Castiglioni appartengono a questa seconda
specie.
Ettore Castiglioni fu alpinista, tra i fortissimi dell'epoca cui
appartenne (quella di Detassis, Gervasutti, Cassin giusto per intenderci);
compilatore d'eccezione di guide ricordate per le valutazioni severissime,
appassionato delle Dolomiti ma completo anche sul granito (salì la Nord
del Greuvetta con Boccalatte, nel 1937), estimatore dell'estetica della
libera sul V grado ma forte sestogradista, nonché scialpinista solitario e
preparato. Al di fuori dell'ambito strettamente alpinistico fu anche
avvocato (ma non praticò mai), musicista, raffinato cultore di tutto ciò
che appartenne – e appartiene anche oggi – ad un gusto romantico di
cultura estetica. Castiglioni fu un uomo intero, oltreché alpinista.
Diversamente da coloro che, escluse le gesta alpinistiche, non hanno
lasciato alcunché, egli ha lasciato un'ombra netta dietro di sé. Non ha
conquistato il successo di Comici o di Gervasutti, né la fama di
d'Annunzio o Debussy: le sue tracce vanno ricercate, recuperate dalla
polvere in cui sono finite, sparse nella storia, nella musica, nella
letteratura. Le pagine dei suoi diari, unitamente alle pagine scritte su
di lui da Marco Albino Ferrari, riportano alla luce una personalità
complessa e caleidoscopica, vissuta in un periodo storico che ci regala,
oggi, un racconto ai limiti del reale. Leggete anche Il vuoto alle
spalle per realizzare appieno ciò che intendo.
Ettore Castiglioni era figlio di una
ricca famiglia milanese, amava viaggiare per cultura: visitava musei,
mostre, gallerie, assisteva a concerti. Era laureato in legge, anche se
non amava quel mondo; era stato a Londra, ma non amava neppure quella
realtà. Suonava il pianoforte spesso, anche nel suo appartamento vuoto:
immagine di tregenda di uomo che suona, solo, nella sua stanza vuota,
ingombra di vetri esplosi e fogli in disordine, fuori la pioggia battente
su una Milano sventrata dai bombardamenti e terrorizzata.
La passione per la montagna in lui rientrava in uno spirito romantico,
rispettosamente amante della natura e delle forme che essa sa dare alla
bellezza. L'estetica fu motivo costante di ricerca, filo conduttore di
un'intera vita dedicata a ciò che dava sollievo e piacere allo spirito.
Paradossalmente quando lo trovarono, dopo tre mesi, morto di freddo al
Passo del Forno, portava un paio di ramponi sui piedi nudi e una coperta
cinta intorno alle gambe anch'esse nude, in un quadro di grottesca
bellezza, forse non scevra d'ironia.
Vediamo di intenderci meglio, procedendo a ritroso. Ettore Castiglioni era
sfuggito alla Svizzera che lo voleva tradurre in carcere: si trattò,
forse, di circostanze sospette, di una misteriosa valigia contenente
documenti segreti, che Castiglioni aveva portato in Svizzera insieme ad
una famiglia di profughi, una delle tante che cercavano salvezza oltre
confine in quegl'anni di persecuzioni (fra tutti, è notevole, passò con
Castiglioni pure Einaudi). Per questo motivo, pare, Ettore Castiglioni fu
arrestato al confine e scese in Svizzera, solo. Ancora lo immagino,
evocato dalle parole di Ferrari, a elaborare la fuga – la fuga giusta e
necessaria.
Nella stanzetta in cui era stato richiuso tutto si fa chiaro, la decisione
infine è presa. Il rischio è alto ma esaltante, la possibilità della morte
occhieggia affacciandosi in ogni pensiero; la tensione, la decisione, poi
la liberatoria corsa nel buio. Come si deve sentire un uomo che ha
coltivato l'idea di libertà per una vita, che ne ha fatto un segno
tangibile con l'antifascismo, come si deve sentire un uomo siffatto quando
si trova a correre di notte, consapevole del rischio eppure ebbro - e non
userei nessun altro aggettivo - ebbro di aria fredda e corse coi piedi
fasciati di stracci. Correva per tornare dagli amici al Berrio, la baita
che sopravviveva ai rastrellamenti da mesi, e forse già si immaginava il
ritorno, il calore. Un'esaltazione simile forse può appartenere solo a un
uomo di cultura, che senta nella natura quel mondo dannunziano e
grandioso: stava sfuggendo in esso, dall'uomo. Come si deve essere sentito
poi quando il gelo gli ha morso le carni e la vita ha preso a scorrere
via, questo è qualcosa che non è dato sapere. Ma rileggendo i suoi diari
viene da dirsi che sta bene così, e la vita per un uomo del genere non
poteva riservare forse fine più amorevole, più materna. Consegnato alla
storia delle montagne non per le mere gesta alpinistiche, sempre superate
ad ogni epoca, ma per la sensibilità e i pensieri – destinati a restare,
foss'anche solo in chi tra le pietre del Berrio in Valpelline ci va per
cercare, ad oggi, vaga traccia di lui.
Questo è quanto. Elencare tutti gli
eventi significativi riportati nei diari, oppure tracciarne una biografia
cronologica sarebbe misera cosa. I diari sono una quantità di riflessioni,
talora con un taglio un po' retorico o romantico per le nostre orecchie
abituate alla malizia e all'utilità; averli per le mani e leggerli
equivale a forzarsi su una cammino di riflessioni sull'amicizia, il senso
della vita, il peso delle scelte, l'amore (remoto, mai raggiunto e però
sempre presente), il valore dell'alpinismo. Non si tratta di un libro
leggero né facile, richiede anzi pazienza per essere letto in toto,
richiede anche un sentimento simpatetico, raro in realtà, che permetta di
provare come proprie le sensazioni profondamente intagliate nella pasta
della carta su cui furono vergate ormai più di sessant'anni fa. Per chi
non si sentisse pronto a imbarcarsi in un simile dispendio di energie
psichiche, suggerirei di leggere invece Il vuoto alle spalle di
Marco Ferrari, davvero meritevole ricostruzione degli ultimi anni della
vita di Castiglioni. Un romanzo che ha un sapore melanconico, perché
racconta la fine di una vita, ma una vita di fronte alla quale non si può
non pensare che anche oggi, forse, avere in dono un destino simile sarebbe
una fortuna riservata a pochi.
«E insieme alla musica è tornato
anche il sole. Un sole tiepido da primavera, un'aria leggera e
trasparente, un vento crudo e vivificante come una brezza montana. Lo
aspiravo a pieni polmoni, a grandi sorsate, come per bere quell'aria dei
monti, per ritrovarmi, per ritrovare tutta la mia energia, il mio
spirito d'iniziativa, la mia volontà d'azione, il più vero me stesso.»