“Arrampicarsi all'inferno” fu scritto da Jack Olsen nel 1962.
Frutto di una minuziosa ricerca di testimonianze, fa luce su una delle
pagine più drammatiche e discusse dell'alpinismo europeo degli anni '50,
il mito dell'Eiger, il dramma della cordata italiana, la scomparsa della
cordata tedesca e le successive polemiche, il salvataggio.
Recentemente è stata pubblicata una riedizione nella
collana “I Tascabili” del Centro Documentazione Alpina di Torino ma esiste
una ‘perla’ per i collezionisti ed è la traduzione del 1964 (oggetto di
questa recensione), edita da Longanesi in almeno due edizioni e
impreziosita (e questo è il pregio) da una prefazione bellissima del
grande Gianni Brera, che all'epoca dirigeva la collana “La vostra via
sportiva”.
Brera presenta il libro da estraneo all'ambiente alpinistico, anzi,
atterrito da questo, tuttavia non si ferma allo scontato “ma chi te l'ha
fatto fare..!” ma partendo da un'analisi storica cerca di definire la
figura dell'alpinista chiedendosi in che misura l'alpinismo possa essere
considerato solamente uno sport o, invece, non sia qualcos'altro.
«...è forse sport arrampicarsi all'inferno?..»
L'Eiger in effetti, a torto o a ragione, è, da sempre, famoso per la sua
fama funesta.
«...i frati del Medioevo hanno dato nome cristiano ad ogni montagna, ma
non all'Orco.
Nel gotha delle cime alpine, questa dell'Eiger è solo compresa per essere
infida...
Scalare l'Eiger non è una grande impresa dal punto di vista tecnico: è
solo un rischio folle, un azzardo.
L'alpinista diviene croupier di se stesso: o azzecca l'en plein o è
spacciato...»
Ma partiamo dall'inizio.
E' l'agosto del 1957, a 34 anni dalla prima salita, nessun italiano ha
ancora salito la parete Nord dell'Eiger e molti se ne guardano bene
dall'affrontarla.
Claudio Corti, dei ragni di Lecco è uno scalatore molto forte fisicamente,
conosce bene Cassin e Mauri, con i quali ha anche scalato ma non ha le
caratteristiche del grande alpinista e tuttavia si guarda attorno per
cercare un compagno che vada con lui sulla Nord dell'Eiger, senza
considerare che alpinisti del calibro dello stesso Cassin vi hanno
rinunciato; ma l'Eiger è il suo chiodo fisso, il suo incubo, trova come
unico compagno Stefano Longhi, alpinista di mezza età, con alle spalle una
normale attività alpinistica domenicale e qualche chilo di troppo.
I due organizzano la spedizione in tutta segretezza, tanto che la stessa
moglie di Corti non ne è a conoscenza, e così, in quell'agosto del 1957
eccoli alla base della parete Nord dell'Eiger.
Già la partenza è disastrosa, Corti sbaglia via diverse volte, tanto che
alla sera sono solo all'inizio della traversata Hinterstoisser, dove sono
raggiunti in breve dalla cordata dei fortissimi tedeschi Northduft e Mayer
partiti poco prima!
Il giorno seguente le cordate procedono separate con Corti in testa;
inspiegabilmente i tedeschi pur fortissimi non superano la cordata
italiana che procede lentamente; dirà poi Corti che ciò è dovuto ad un
malore di Northduft, che aggravandosi decide di unirsi in un'unica cordata
con gli italiani: è l'inizio della fine!
La discesa sarebbe la soluzione migliore, ma Corti preferisce salire, e i
tedeschi accettano...
Von Almen, che da giorni dal suo albergo controlla con il cannocchiale la
salita comprende l'imminente tragedia e allerta i soccorsi; alla Kleine
Scheidegg si accalcano curiosi e giornalisti, per giorni la tragedia
occuperà le prime pagine dei giornali, intanto anche il tempo cambia...
A questo punto sarete bravi se riuscirete a chiudere il libro, perché il
racconto seppur distaccato di Olsen crea una suspense inaspettata, il
lettore si trova di volta in volta sulla veranda di Von Almen, sulla
sconvolta parete con gli alpinisti e sulla cresta dell'Eiger con i
soccorritori..
I progressi in parete sono sempre più inconsistenti, i giorni passano e al
quinto giorno gli scalatori sono sul mitico Ragno Bianco, la velocità è
ormai minima, lo stesso Corti comincia a dubitare di arrivare in cima, poi
inizia il gran finale della tragedia.
Durante l'ennesimo recupero Longhi scivola e cade nel vuoto, non riesce a
risalire con le sue forze e quindi viene calato su una cengia, verrà
lasciato là con la promessa di venire recuperato più tardi.
Corti riparte con i due tedeschi, ma scivola e cade per venti metri,
mentre recupera la posizione viene investito da una frana di sassi che lo
colpisce alla testa.
Stordito e ferito, Corti non riesce più a salire e si arrende, i tedeschi
gli lasciano la tenda e proseguono lentamente verso la vetta scomparendo
tra la nebbia e le nuvole, da lì mancano solo duecento metri!
I loro corpi saranno trovati casualmente solo nel 1961 sulla parete ovest
a testimonianza dell'avvenuta salita ma, soprattutto affrancando Corti
dalle accuse più assurde e infami che in quegli anni gli erano state mosse
sulla scomparsa dei tedeschi.
Scatta, finalmente, una grande operazione di soccorso alpino, alla quale
non partecipano gli svizzeri (!) perché l'Eiger gli ha già dato troppi
grattacapi!! Ma da mezza Europa accorrono grandi alpinisti quali Sailer,
Terray, Cassin e Mauri, il mitico Gramminger con la sua squadra di
soccorso, in una delle più belle pagine del soccorso alpino.

Dopo giorni di tentativi verrà recuperato vivo Corti,
mentre l'ennesima bufera impedirà il recupero del corpo di Longhi, che
dopo aver resistito nove giorni in parete era morto di stenti e freddo.
Dopo il recupero di Corti, come spesso accade, fiorirono le polemiche: era
all'altezza Corti di affrontare la parete?, Longhi poteva essere salvato?,
che fine aveva fatto la cordata Nothduft-Mayer?; per quattro anni Corti fu
crocefisso a quella parete, all'Orco al quale aveva giurato “io vincerò
lui o lui vincerà me!”
Olsen incontrò Corti nella sua casa molto tempo dopo...
«Avevamo trovato un uomo semplice e ingenuo che aveva fatto delle montagne
il suo mondo, la sua unica realtà, il luogo dove si liberava dalle
delusioni e dalle umiliazioni che tormentano la vita del povero...»
E l'Eiger era il suo Orco, l'orco degli incubi di bambino da combattere e
sconfiggere, aggiunge Brera, un Orco che ancora Corti non riusciva a
togliersi dalla testa.
Così il libro lascia il giudizio in sospeso, né promossi né bocciati ma
solo una grande carrellata di profili umani: «...esistono uomini
peggiori... tutti siamo bambini, ma non tutti siamo coraggiosi...».
Nella chiusa di Olsen il significato di tutto il libro, la riabilitazione
di Corti, o meglio, l'affermazione del sacrosanto diritto di ogni
alpinista a giocarsi la propria occasione in montagna e l'incondizionata
disponibilità, così come fecero allora illustri alpinisti, che ogni
alpinista deve dare al reciproco soccorso.
Al di fuori di questo solo chiacchiere, a volte utili ma più spesso solo
“processi del lunedì” in occasione di ogni tragedia: ricordate la scorsa
stagione scialpinistica?
Il problema della sicurezza riempie giornali e forum ma non se ne esce,
perché il pericolo è una caratteristica peculiare dell'alpinismo, mentre
la valutazione del rischio è assolutamente personale.
Gli incidenti in montagna rattristano chiunque, ma l'intento (a volte
anche normativo!!) di porvi rimedio ci porta alla domanda iniziale: «...
in che misura l'alpinismo possa essere considerato solamente uno sport o,
invece, non sia qualcos'altro...».
E torna il grande Brera: «lo sport agonistico è quasi sempre dramma
completo: per quanto sia progredita la nostra civiltà, non si compiono
gesti atletici ai quali non si possano attribuire significati belluini.
Tali gesti, tuttavia, rimangono a livello della nostra curiosità di
uomini, della nostra emotività, del nostro orgoglio fisico, magari anche
delle nostre ansie viziose.
Il solo alpinismo fa eccezione alla regola.
In esso il gesto atletico si nobilita nel rischio più gratuito, e diventa
pura astrazione.
Effettivamente bisogna sentirsi le ali dentro (si sa che a qualcuno
è possibile) per comprendere sempre la montagna...».