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la recensione storica di intra i sass |
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Titolo: Al di
là della verticale |
Al di là della verticale recensione di Marco Bellini «Nel 1945 la
mia partenza nelle armate alleate, sul fronte |
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Non è possibile scrivere una recensione come le altre per questo libro. Sembra una frase fatta, il solito cliché, e invece per Al di là della verticale fare un racconto delle imprese descritte non renderebbe giustizia allo stile dell'autore. Infatti il libro è così spassoso, così divertente e leggero, che il mero elenco delle imprese che vi sono narrate sarebbe come descrivere a parole un quadro di Van Gogh. Come fare, allora? La soluzione migliore sarebbe consigliare di leggere il libro, tutto qui. In realtà, pochi sarebbero disposti a credermi sulla parola, e una prova di quanto ho detto è necessaria. D'altronde non posso neppure citarvi tutti gli episodi divertenti e acutamente raccontati; finirei per fare un Bignami del libro. Ardua impresa, davvero, e proprio non so come fare. L'occasione di recensire un libro così non capita sempre nella vita, e non voglio certo sprecare quest'opportunità! Livanos fu un alpinista che visse la Seconda Guerra mondiale e i drammi di quel periodo; compì le sue più grandi imprese nell'epoca successiva al conflitto. Le sue scalate più famose avvengono pressappoco negli stessi anni in cui anche Bonatti e Desmaison sono in azione, eppure, a leggere i suoi racconti, sembra che vi sia un abisso tra i due mondi. Laddove infatti i libri di Bonatti sono descrizioni severe di imprese ai limiti delle possibilità umane, i racconti di Livanos sono più vignette umoristiche. Come Rebuffat (che gli fu amico e compagno nelle loro Calanques) anche Livanos ha il dono innato di descrivere le sue imprese con un tono di umiltà tale che sempre ciò che ha compiuto pare nulla di eccezionale. I due marsigliesi sono accomunati da questo: ciò che hanno compiuto sembra alla portata del lettore. Così gli amanti di una certa letteratura di montagna seriosa e cupa non apprezzeranno questo libro, così gaio e leggero, incapace di prendersi sul serio persino nelle descrizioni dei momenti più difficili e pericolosi. Non per nulla questo libro piacque molto a Motti, che lo citò anche nella sua guida alle scalate sul Caporal, quando intitolò il capitolo “La Yosemite Valley in Piemonte”; Livanos ben si prestava a quell'idea di alpinismo per gioco, estremo come quello del Nuovo Mattino ma senza retoriche e sgravato di impegni (sociali, politici, di conquista). Non si fraintenda però. Le scalate di Livanos erano capolavori di chiodatura e arrampicata su ogni tipo di roccia (spesso marcia), legate all'idea di conquistare una prima salita e la fama. Di questa conquista Livanos coglie però il lato effimero, “inutile”, prendendo in giro, su tutti, se stesso. «Il secondo tentativo si era iniziato sotto i migliori auspici, malgrado qualche esitazione dovuta a quella prudenza, così cara al “Maestro”. La temerarietà non è infatti il suo forte, ed egli tiene appassionatamente alla sua esistenza, per continuare ad asfissiare il prossimo col racconto delle sue imprese». Ciononostante siamo ben lontani dall'idea, cara a Motti, di un alpinismo slegato da miti della cima e della conquista. Si tratta comunque di un salto in avanti, di un procedere di idee che, legandosi tra loro, porteranno qualcuno a profetizzare una scalata per puro piacere di scalare, anche su cime secondarie, pareti senza cima, piccole pareti. Il puro piacere del gesto, per intenderci. In Livanos queste idee sono già sorprendentemente presenti, almeno in nuce; sarebbe però stupido vedervi un precursore di certe rivoluzionarie idee; in lui la cima e la “prima” restano il motore di ogni allenamento, di ogni scalata, di ognuno degli undicimila chiodi che ha piantato (secondo sue personali stime) nel corso della carriera. Come si accorda però tutto ciò che ho appena scritto col titolo stesso dell'opera, un'immagine di estrema difficoltà e arditezza, con questo suo sapersi prendere alla leggera? Forse si può pensare che io lo abbia troppo in simpatia e lo ritragga minimizzando i particolari che non so gradire. Ma non è così. E' Livanos stesso che, nelle pagine del libro, spiega al lettore il senso di un titolo tutto spacconeria ed eroismo.
Che cosa fece però Livanos? Intendo: è
meno famoso di Bonatti, la folla degli alpinisti occidentali forse non lo
conosce neppure (vista la sua predilezione per le Dolomiti), il suo libro
dal 1964 non è mai più stato ristampato in Italia mentre quelli di
Rebuffat, Terray, Desmaison sì. Perché? La sua prima, grande salita è la cima
Su Alto, dove riuscì nel superare (laddove altri fallirono) il grandioso
diedro che porta oggi il suo nome. Questo successo lo spinse a tentare la
via Vinatzer alla Punta di Rocca , convinto che nulla lo avrebbe ormai
respinto. Ed è spassoso leggere come, lentamente, si accorse che questo
sconosciuto Vinatzer aveva compiuto un'impresa che rendeva meno credibile
il mito dell'infallibilità del Maestro Livanos. Così, dopo mille
peripezie, egli concluse che Vinatzer, allora sconosciuto in Francia,
doveva diventare famosissimo, dal momento che ora Lui aveva compiuto la
Prima Ripetizione della via. In un susseguirsi di divertenti facezie,
El Greco (altro nome folckloristico dell'autore) ci propina tutte le
sue avventure, sempre ironiche; da una sceneggiatura teatrale dove viene
raccontata una scalata estrema continuamente ostacolata dalla Satana S.p.A.,
alla scelta della prima ascensione del Monte Cavallo, poiché l'altra cima
- la Scotoni - aveva il difetto, gravissimo per un cercatore di prime e di
fama, di essere già stata salita. Livanos però non è solo un divertente scrittore e un valido alpinista; nel suo libro, nascoste tra le righe di battute e scherzi, si nascondono idee innovative e, più spesso, considerazioni di saggio buonsenso. La sua attenta preparazione delle salite, i suoi programmi di allenamento, le sue letture, sono qualcosa che ancora oggi potrebbe essere un buon decalogo di suggerimenti per chi, da alpinista amatoriale, aspira a compiere certe difficili salite. Infine, per concludere con una serietà che solo apparentemente manca in tutto il resto del libro, Livanos accenna brevemente al problema dell'impossibilità di tornare ai monti. Chi oggi si bea di poter salire le pareti più strapiombanti e difficili, chi scala difficoltà estreme snobbando i semplici escursionisti, dovrebbe riflettere sul fatto che, prima o poi, a tutti tocca ridiscendere a valle. E il ricordo delle scalate non sempre potrà essere un piacevole rimembrare i momenti d'oro della gioventù. Forse saranno momenti amari, di cui oggi è facile ignorare l'esistenza ritornando a scalare. Livanos fa solo accenni, ed è giusto che sia così. Certe cose vanno meditate in privato: non è bene che si palesino a tutti i propri pensieri al riguardo, specie se sono preziosi. Così Livanos non dà soluzione al dilemma, lo pone soltanto e ne definisce i termini. A chi se ne prenderà il peso resta la ricerca di una risposta personale, una “questione privata”. Leggetelo nelle parole di congedo.
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Marco Bellini
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