Avere presente “Un alpinismo di
ricerca” come modello di esplorazione di se stessi può essere fuorviante
nell'approccio a questo libro, sicuramente. Alessandro Gogna ha smesso i
panni dell'alpinista di punta, ha chiuso gli anni giovanili delle imprese
estreme vissute come protagonista. Questo libro è profondo, più profondo
di ogni riflessione che può nascere mentre si è in parete; tutto nasce
dalle snervanti attese in tenda al campo base, dai lunghi periodi di vita
spesi a casa, sui sentieri e per le strade. Se prima Gogna risolveva i
problemi e le crisi gettandosi in imprese grandiose ed estenuanti, adesso
si ferma e si chiude su se stesso, cercandosi dentro un motivo, una
ragione. Da sempre dare anima e corpo all'alpinismo, concedendogli ogni
secondo del nostro tempo, non aiuta la riflessione in profondità. Gogna lo
ha capito, e tra una scalata in Yosemite e una in Scozia, tra l'Annapurna
e il K2 si è spesso fermato a riflettere, elaborando un senso per le
angosce e i dubbi che sempre, da che mondo è mondo, rincorrono una persona
sensibile anche su per le montagne.
«Nel mio libro precedente Un alpinismo di ricerca concludevo le mie teorie
con le due fatidiche parole a stampatello: rivoluzione totale. […] In
seguito non potei più evitare di pormi lo domanda: quale rivoluzione
totale? L'idealismo mi spingeva a credere che dopo la rivoluzione toccasse
a noi ricostruire […]. L'Annapurna e i suoi seracchi m'insegnarono che non
toccava a me ricostruire un bel niente. Ciò sarebbe stato solo un atto di
orgoglio. L'unico atto che mi si richiedeva era il continuare
l'esplorazione di me stesso senza pretesa di successo».
Lo stile, rispetto a prima, è il medesimo; l'onestà cristallina della
penna è però eccezionale. Gogna vive un momento di profonda revisione e
cambiamento; smette la montagna come un abito usato che non dà più le
stesse soddisfazioni e richiede troppe attenzioni per restare stirato a
puntino e alla moda. Mollare l'alpinismo di punta gli costa alcuni amici,
che con lui erano legati solo dalla corda, obbliga a rileggere le
relazioni personali. Viene da chiedersi perché andare in montagna con
tutta quella frenesia. S'allunga l'ombra di essere considerato ormai
“accademico” e “vecchio”, laddove pochi anni prima ci si sentiva il grande
alpinista che saliva la Walker in solitaria. Gli amici non capiscono
perché mollare, quando le cose girano e la roccia è in attesa. Non
capiscono e spesso se ne vanno, scuotendo la testa stupefatti o irritati.
La questione è proseguire la propria vita senza restare schiavi di un
passato che, effettivamente, ha il suo peso.
La spedizione al K2 è raccontata da un uomo che si sente sempre un secondo
di cordata, abbattuto, abbruttito dalla fatica, dall'incertezza e dai
problemi intestinali. Gogna non giocò realmente quel ruolo, arrivò anche
da solo ad una quota molto alta per piazzare il campo, ricevendo gli elogi
dei membri della spedizione. Lui però si vide così: stanco, dubbioso.
Tutti gli altri alpinisti sembravano più forti e resistenti di lui, con
più volontà, maggiormente preparati e motivati. E Gogna descrive
lucidamente come fece, giorno dopo giorno, a trovare la forza di restare
al campo o di salire, di bere anche solo un po' di the.
Forse si tratta di un libro che non entusiasmerà chi si gode la montagna
come momento di realizzazione di se stesso, di autoesaltazione anche
inconsapevole. Avere la sensazione di essere alpinisti, e quindi meglio
dei semplici gitanti, è già di per sé negativo e il libro lo sottolinea
impietosamente. Gogna segue la linea tracciata da Motti e da I falliti,
cercando di affrancarsi dalla montagna ad ogni costo e ritrovare con essa
un rapporto più pulito. È il manifesto per comprendere Gogna come si
presenta oggi, quando propone di raggiungere il Monte Rosa partendo a
piedi dal Canavese. In questa traccia si colloca anche l'onestà schietta
con cui si disegna sulla pagina bianca; non ci viene nascosto nulla, ogni
meschinità viene esposta all'analisi impietosa. Superare, cambiare,
migliorare; lo scopo dello scalare la parete è farsi migliori, prendere
dal mondo solo ciò che si è coscientemente ripulito e accettato,
rifiutando senza superbia il resto.
Impietosa la breve storia della morte di Guido Machetto, narrata su un
palcoscenico di burattini, critica e corrosiva. Il giudizio è
inappellabile: Machetto è morto preso nel turbine dell'alpinismo di punta,
senza saperne sfuggire.
«L'ombra è ormai accanto all'operaio, lo colpisce leggermente alla nuca e
ne estrae qualcosa di impalpabile. La voce spiega che è stata tolta
l'essenza vitale, il ‘prana’ che non deve morire. L'ombra getta nel vuoto quell'essenza vitale. L'operaio rimasto solo corpo si accosta al balcone e
si lascia cadere nel vuoto inerte, sfracellandosi a terra. Questo doveva
succedere ed è successo.
Uno spettatore urla: ‘Così è morto Guido Machetto!’».
Questa vena critica percorre tutto il libro, lo rilega col filo della
coerenza, ma non è mai una critica volgare di chi invece sente di aver
trovato, al di fuori, la strada giusta. Gogna è su un'altra pista, ma il
dubbio su dove porti e se sia buona, se sia una via con un cuore lo
perseguita, lo sospinge, lo avvolge. Non c'è presunzione e neppure
un'esagerata autocommiserazione: c'è lucidità e analisi di sé senza falso
amor proprio.
Chi vi si accosta per cercare le grandi eroiche imprese, troverà
principalmente passeggiate sui sentieri, case in Val d'Ayas, immagini
oniriche e descrizioni trasognate di fantasie un po' cervellotiche.
L'unica cosa cui posso associarlo, con una relazione gettata dall'istinto,
è Una frontiera da immaginare di Andrea Gobetti, anche se vien meno lo
spirito goliardico e le sbronze che in questo sono onnipresenti. Ma quella
narrata qui è un'epoca successiva della vita di una persona.
La parete non aggiunge nulla di più di quel che già era noto alla
cronologia dei fatti, ma se la storia dell'alpinismo è - almeno per alcuni
- storia di persone e dei loro vissuti anche quotidiani, questo libro
batte allora una strada raramente percorsa. Non ci sono imprese alpinistiche che ispirano l'emulazione. Forse però qualcuno sentirà il
bisogno represso di essere un po' più onesto con se stesso, forse qualcuno
si metterà in marcia per rivedere il sentiero della propria vita, tentando
di liberarsi di tutto ciò che fino ad oggi aveva tollerato perché incapace
di gettarlo fuori. E per un libro di alpinismo non è risultato da poco.