Per un pugno di nut

Dramma in due tempi mal assortiti nel cuore del Monte Bianco

 

di Massimo Anile

 

Monte Bianco, Aguille de Savoie, versante Sud-Est: un gruppo variopinto di amici si avventura nella ripetizione "integrale" della cresta Preuss (estate 1986).

 

Personaggi:

Massimino ‘dieci decimi’

Pia a ‘maestrina’

Mauro ‘gambadilegno’

Giorgio il ‘lupo’

Luca 'l ‘mitico’

Ermes Hermes

Sonia la ‘notti’

Massimo il ‘magro’

 

Secondo tempo

Eccoli: due esemplari di homo sapiens adulti, in posizione più o meno eretta, fronteggiarsi minacciosi sotto l'incalzare della sera.
Lo scenario che li contorna è maestoso: siamo infatti nel bacino glaciale del Triolet; le slavine rovinano fragorose dalla Nord del monte Grouetta, come sottofondo drammatico a quella scaramuccia.
Avviciniamoci piano, in punta di ramponi, e cerchiamo di capire meglio cosa sta succedendo.

Lui è un maschio, o almeno così pare, dell'età di circa 35 anni, barba incolta, occhio pallato e abbigliamento consono alla situazione. Porta degli occhiali spessi. Uno dei suoi soci, qualche minuto prima, lo ha chiamato ‘dieci decimi’ per sottolinearne l'acume visivo. Fa il progettista di impianti elettrici... chissà che brividi (o scosse) per i realizzatori.

Lei è una femmina, età approssimativa 30 anni, coda di cavallo, salopette grigio topo, occhio vitreo e logorrea convulsiva da paura. E' una maestrina elementare da 100 flessioni al giorno, che l'anno prima, al ritorno dalla “corda molla” sul Disgrazia, temporale incluso, ha detto “tutto allenamento”.

Sta a cavalcioni su un colletto di neve ghiacciata. Una gamba qua ed una là. Abbiamo il fondato sospetto che sia una posizione un po' scomoda per una signora, anche se cautelativa rispetto alla possibilità di precipitare giù in basso per i tetri coluoires che scivolano ai suoi fianchi.
La giornata è bella, anche se la neve residua sulle pareti e le continue scariche ci dicono che nei giorni precedenti deve avere fatto ben brutto... del resto sul Bianco anche nel mese d'agosto è facile veder nevicare.

L'ora è preoccupante.

E' già pomeriggio avanzato e la combriccola che accompagna i duellanti dà segni di un'insofferenza diffusa, quantunque disomogenea nella forma.
Uno di loro si agita nervoso, un altro mastica neve e zucchero, un terzo si sta rollando una sigaretta dal tabacco troppo aromatico.
I due invece ringhiano, si maledicono e si lanciano occhiate fulminanti.

Per capire meglio che razza di tragedia greca si sta consumando in quel punto preciso del pianeta, sospeso tra terra e cielo, bisogna avere un po' di pazienza e tornare indietro almeno di una giornata.

 

Primo tempo

Ventiquattrore prima i due contendenti erano in pace tra loro, all'interno di un piccolo rifugio, accogliente e molto poco frequentato, qual'era la capanna Dalmazzi prima dell'esplosione degli airbag frontali.

La sera che precede un'ascensione progettata per mesi ha un che di sacrale: vietato parlare a mezze frasi allusive dei progetti, vietato immaginare troppo le difficoltà e soprattutto parlarne in pubblico, vietato litigare se quello davanti a te ti ha fottuto l'unica fetta di pane raffermo che il parco gestore ha scodellato sul tavolo.

Anche il resto del gruppo se la passava bene, soprattutto quelli che per ragioni di limitata esperienza alpinistica (sic!) avrebbero trascorso la giornata successiva a prendere il sole sulle gande tiepide e, tra l'altro, orizzontali.

Dopo cena (con una fame ancestrale insoddisfatta, ma... “meglio stare leggeri prima della salita”) escono le guide grigie del CAI-TCI, gli altimetri e le carte quotate che nessuno sa leggere, ma che tutti tengono nella tasca superiore dello zaino. Ci si scruta per un po', come fanno i bambini prima di formare le squadre per la partita di pallone all'oratorio, e si cominciano le danze: tu ti leghi a caio, tizio si lega a sempronio, io (che sono il più forte, è ovvio) mi carrucolo la ‘notti’, ‘gambadilegno’ sta con il ‘lupo’ e via discorrendo...

Si scambia qualche occhiata d'assaggio, circospetta, con gli altri tavoli (l'altro tavolo, trattandosi del Dalmazzi ‘old age’) e si captano le intenzioni dei ‘vicini’. Tanto per capire se qualcuno sarà in grado di chiamare il soccorso alla bisogna.

Poi si va a letto e si finge di dormire.
Quando finalmente si dorme davvero, suona la sveglia perché è ora di alzarsi.
Queste sono le vere avventure della montagna, le altre sono solo un mero corollario.

Beh, quella mattina la combriccola si sveglia in orario e parte come un razzo verso la meta: la cresta Preuss “integrale” all'Aguille de Savoie, che il ‘mitico’ Luca aveva indicato come una delle più belle, sane e solitarie salite del gruppo.
Perché “integrale” poi, visto che da trent'anni non la ripeteva più nessuno? Se l'impresa deve essere mitica (by Luca), tanto vale giocarsela fino in fondo, no?

Ci si lega in un'aria di metallo, gelida e inquietante, finché viene il momento di guardare tutti su.
La parte bassa appare adagiata, semplice.
Ma, come insegnano i vecchi, le difficoltà si misurano “in loco” e ciò che appare facile non sempre si rivela tale. Diversamente, ciò che appare subito difficile, quando ci sei dentro è peggio dell'inferno.

Dopo due filate di corda il ‘lupo’ è già isterico... ha preso due Koflachate sul grugno dalla ‘maestrina’ scalpitante e non ci sta. Passa avanti col suo socio teutonico, ‘gambadilegno’, dalle braccia alla Ben Hur.
Il ‘magro’ compassato intanto, sta litigando con la sua compagna.
Al colletto le cordate si ricompongono... il ‘magro’ slega la ‘notti’ e si aggancia a ‘dieci decimi’; la ‘notti’ formerà una ‘cordata femminile’ con la ‘maestrina’... tanto la via è facile!

Appena spunta il sole dalle lontane creste della Val Ferret, la Nord del Grouetta si mette a cantare.
Gragnuole di sassi e slavinamenti stile “memento mori” fanno da colonna sonora alla loro tranquilla salita.

Tranquilla?

Le difficoltà sono contenute, ma è quasi impossibile trovare qualcosa di saldo. Le soste sono aleatorie... si sale e ci si fida di assicurazioni a spalla. Qualche passaggio in cresta è esposto, ma, anche a legarle insieme con i cordini, le scaglie restano ballerine ed assicurarvisi è più dannoso che utile.
In compenso l'ambiente è fantastico.
Il sole intiepidisce i colori, oltre che l'aria. Cavalcando l'avventura su quella docile e frammentata cresta ci si può anche godere qualche ora di divertimento.
Certo che con quella roccia...

Finalmente, dopo una manciata d'ore e tre o quattro crisi isterico-classiste del ‘magro’, che non ha un grande feeling con la roccia marcia, il gruppo arriva alla base di un'impennata di granito rosso.
Sono placche facili, sul terzo grado, ma proprio in mezzo alle placche un sistema di rigonfiamenti e tettucci invita a forzare il percorso.
Il ‘lupo’ e ‘gambadilegno’ hanno messo la quarta e sono spariti... peggio per loro.

Ci si arma di attrezzi e si parte.
Il passaggio c'è e il ‘magro’, finalmente ripresosi dal torpore esiziale, ne intuisce la presenza. Un nut qui e uno là e il nostro eroe della domenica si sente quasi come Piola, alle prese con il granito vero...

Quello scivolo a vela, unico momento di gloria della salita, però passa presto; tre o quattro tiretti sui 25-30 metri, tanto per capirci, e alla fine del film c'è una bella cupolona nevosa, che da sotto tutti credono la prima spalla della via, più o meno dove finisce la variante originale e inizia la “seconda parte” del percorso.

Pare.

Su ci sono già l'olimpico ‘gambadilegno’ e il ‘lupo’. Uno mangia neve e zucchero, come se fosse sul lungomare di Laigueglia, l'altro è come pazzo, si muove a scatti e indica qualcosa verso il monte.
Il lupazzo ha un'attenuante: quattro mesi prima è “venuto giù” dal canalone Caimi, in Grigna, e si è salvato per miracolo. Per miracolo sul serio!
Da allora il suo rapporto con i canali è cambiato... bisogna capirlo...

Dietro al panettone docile, nel punto indicato dal lupo delirante, c'è un salto di roccia impressionante e un colletto ghiacciato, affilato come una lama di rasoio, che non si sa dove “nasca” (perché nessuno ha il coraggio di sporgersi per guardare cosa c'è sotto), ma che in compenso “muore” su una placca verticale ripugnante e senza l'ombra di una fessura.
La prospettiva inganna, dicono.
Speriamo bene.

Nel frattempo arriva il ‘promoter’ dell'impresa, il ‘mitico’ Luca. Sorriso alla Afanasieff e sigaretta in bocca alla Livanos. Tutti confidano che siano segnali importanti.
“Tu ci hai portati qui” esordisce il canide sempre più fremente “e tu ci riporti a casa!”.

Scende un po' di gelo. ‘Gambadilegno’ lo afferra al volo e lo intinge nel barattolo dello zucchero:
“Male che vada, qui l'elicottero riesce ad atterrare” dice senza alzare il culo dalla neve.

In lontananza si ode uno sferraglio sinistro.

A due o trecento metri dal panettone, la cordata di ermetici torinesi (quelli del tavolo di fianco) che ha tentato la Preuss “non originale” sembra, a giudicare dalla progressione, non abbia vissuto una grande esperienza: è incorsa in un bel volo.
La combriccola grida se serve aiuto (sic!), e la risposta giunge confortante... tutto bene.
Per loro.

Da questa parte della via invece...

Il ‘mitico’ scende in perlustrazione,assicurato da un Hermes tranquillo ma forse un po' distratto dalle sue sigarette clandestine.
Tutti seguono ansiosi il tentativo.
A sinistra c'è un camino a scaglie che consente di abbassarsi di qualche metro.
Da sotto giunge un grido: sosta!

Puff... un piccolo tassello va a posto.
Ma finché il mosaico non si completerà, non si può cantare vittoria (salvo farlo con le mani profondamente cacciate in tasca, s'intende).

Dopo il terrazzino, sul quale ci stanno al massimo due persone, c'è una specie di cengia sospesa.
Altri due si calano: il ‘magro’ e ‘dieci decimi’. Per gli altri si deve aspettare ancora un po', anche se l'attesa è logorante.
Il ‘mitico’ è arrivato sul colletto: brividi!
“Forse si passa” gli scappa detto. Ma fin quando non è di là, nessuno punterebbe un centesimo sulla sua predizione...

Hermes lo segue leggero fino ad una sosta prima della traversata.
Almeno lì c'è una fessura buona. Due nut solidi danno più forza nelle gambe, vero?
Luca passa a cavalcioni. Un'immagine splendida, d'altri tempi.
Ci si bagna il culo, è vero... ma meglio di neve che di paura, no?
Arriva dall'altra parte e annuncia trionfante: “Si passa!!! Si passa!!!”.
Si passa, d' accordo, ma poi dove si va?

Hermes lo raggiunge e ‘dieci decimi’ arriva ai due nut.
“Mettiamo una corda fissa?” esordisce titubante.
“Grande idea” replica il ‘magro’, ma bisogna attrezzare il passaggio.
Intanto il ‘mitico’ riesce a guadagnare la vera anticima ed esulta.
Anche il lupazzo pare più tranquillo, ma è solo un'apparenza. 
Infatti scende fino alla prima sosta e si ferma in attesa che gli altri liberino il percorso.

La ‘maestrina’ lo incalza una, due, tre volte.
“Allora, posso venire?” gli grida speranzosa con la voce rotta dall'ansia dell'ignoto.
Ma il lupazzo ha i nervi a fil di pelle. Al quarto richiamo inizia a tirare la corda dell'ansiosa, rischiando di farla precipitare.
Solo la ‘notti’, graziosa compagna del ‘magro’, riesce a calmarlo.
Chissà come. Meglio non indagare troppo...

Finalmente è il turno della ‘maestrina’. ‘Dieci decimi’ è da un lato del percorso attrezzato, il ‘magro’ sta di qua. Entrambi sorvegliano i passaggi, ma mentre il ‘magro’ sta bene, prossimo ai due nut, il progettista di Sorrento non riesce a proteggersi sullo sfuggente placcone grigio. Gli servono un paio di excentric medi che non ha con sé.
Infatti li ha la ‘maestrina’, pendenti come un trofeo dalla sua “troll” rosso fiammante.

Qui ci raccordiamo all'inizio del racconto.

 

Ripresa del secondo tempo

E' lecito litigare per un nut... per un semplice blocchetto di metallo, graffiato, sporco di sabbia e terriccio, qualche volta anche di sangue?
Passi per gli stopper, che sono più aggraziati, con la loro ondina... ma gli excentric fanno proprio schifo, storti, sbilenchi come sono.
Eppure.

“Pia passami il nut!” dice sbrigativo e perentorio l'uomo “devo nutzare la fessura” (chissà che cosa penserebbe di lui un glottologo?).

“Ohè, che stai dicendo?” replica la salomonica compagna a cavalcioni sulla crestina;  “cosa credi, che solo perché sono DONNA (e lo ha detto in stampatello, certamente...) non sia in grado di mettere un nut?”.

Pausa.

Peccato non avere avuto un fermo immagine della scenetta.
Avremmo avuto una ghiotta occasione di dibattito sulla “vessata quaestio” delle emergenze e delle pari opportunità.
Oppure, a guisa di novelli Lombroso, individuare nell'aggrottamento sopracciliare del progettista miope i prodromi dello sciovinismo maschilista, così come nell'espressione indispettita-inebetita della giovane donna l'irrazionalità uterina per antonomasia.

Ma la tragedia si compì senza la possibilità di sezionarne i frammenti alla moviola, né di domenica né di lunedì sera, forse perché di ‘Sassi’ ce n'erano molti nei paraggi, ma non l'unico necessario.

“Cazzo, ti ho detto di darmi i nut, hai capito!!!!!”
“Li metto io”.
“Vaff (bip)... stron(bip)!!”

L'uomo, in preda ad una overdose di testosterone, disarciona la ragazza dalla sella glaciale e con un'abile (sigh...) mossa stacca la preziosa merce dai di lei sinuosi fianchi, infilando perentoriamente il blocchetto metallico prescelto nella fessura.

Sublimazione di un'allegoria sessuale... mah...!

La ‘maestrina’ inviperita lo copre di insulti e gli giura vendetta sputando nel canale con disprezzo per suggellare quell'impegno.
Ma intanto il traverso è attrezzato e tutti possono passare con una certa velocità.

 

Conclusione

La combriccola giunse poi “a baita”, come direbbe il grande Mario, non senza essersi prima divisa, secondo gerarchie ricostruite, nella scelta dell'itinerario di discesa.

Giunse a baita (il Dalmazzi prima della sciagurata espansione) e non trovò quasi più nulla da metter sotto i denti, ma almeno qualche buon bicchiere – quello sì - per concludere l'avventura in modo degno.

Vi trovò anche i torinesi reduci dal voletto nel camino iniziale della parte superiore della via, i quali dissimularono l'evento con una certa sabauda freddezza. Anche loro avevano gropponi di angoscia da smaltire, avendo trascorso praticamente tutta la giornata in quel budello nerastro.

Meno male che, verso sera, per ristabilire un equilibrio statistico, comparvero alla porta due tedeschi reduci dalla Nord del Triolet. Suonavano entrambi nella banda di Monaco e avevano due facce stranite, da sopravvissuti.

Non parlavano una parola d'italiano.

Meno male, se no sai che figura...

 

Maggio 2001

Massimo Anile

 

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE

RENATO CHABOD - GINO BUSCAINI, Monte Bianco vol. II, GUIDA DEI MONTI D'ITALIA C.A.I. - T.C.I., Milano 1968.

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