Se in una sera gelida e ventosa, rinchiusi tra le
tremolanti pareti di un bivacco d'alta montagna, un amico mi chiedesse di raccontare un'ascensione solare e meravigliosa, magari per andare a ripeterla lui stesso, non avrei dubbi. Gli racconterei del Pilastro della Plote, splendido bastione di roccia calcarea che si erge quasi sconosciuto nel cuore delle Alpi Carniche, al
centro della parete sud della Creta da Cjanevate.
Non è che abbia motivi particolari che m'inducano a scegliere l'itinerario che là percorsi rispetto ad altri, come ad esempio una prima ripetizione o un fatto particolarmente significativo che mi successe, ma la bellezza selvaggia e l'avventura conseguente che in quel frangente
sperimentai, fecero sì che la salita del Pilastro della Plote ritagliasse uno spazio nitido e incancellabile nella cosmogenesi della mia
memoria.
Ad onor del vero, per giungere all'attacco della Creta da Cjanevate faticai molto di più del poco che un alpinista del luogo solitamente spende. E ciò non per il lungo avvicinamento che bisogna affrontare per chi sopraggiungesse dalla più vicina carrozzabile, come io e il mio compagno facemmo partendo
poco sotto la Casera di Val di Collina, lungo il sentiero del Rio
Monumenz e su direttamente per quasi 1000 metri di dislivello,
costeggiando la suggestiva scarpata della Scaletta, fin dentro il
Vallone della Cjanevate. E neppure perché sbagliammo il punto preciso d'attacco della via: per me era già evidente allorquando ero salito in perlustrazione al Rifugio Marinelli (punto di partenza certamente migliore) qualche giorno prima, col mio figlioletto sulle spalle e la mia giovane moglie appresso. Da qui avevo osservato attentamente col binocolo l'evidente Pilastro e mi ero impresso nella mente alcune peculiarità
nelle vicinanze dell'attacco.
La fatica fu invece il compagno.
S'intende! Non che il compagno fosse impreparato, anzi. Il bello fu trovarlo!
Voi tutti sapete quant'è difficile trovare un compagno, specie se si pratica un alpinismo non alla moda e in montagne poco conosciute. Già la scelta di piantare un campeggio estivo in una località non famosa aveva sollevato
scarso entusiasmo tra gli alpinisti della mia sezione, figuratevi l'andare ad arrampicare in montagne per nulla
rinomate.
Io a quel campeggio ci andai, a Timau, speranzoso, nella Carnia.
Belle montagne le Alpi Carniche e ingiustamente dimenticate dagli alpinisti. Non da tutti però. Gli alpinisti del posto hanno aperto una moltitudine di itinerari,
a volte grandiosi e di notevole caratura tecnica. Tra le righe mi piace ricordare un'eccezione, una nobile eccezione: non c'è luogo delle Alpi Orientali che vai e che non trovi - per il cielo! - una via di
Castiglioni. Anche sul Pilastro della Plote, mentre studiavo con cura
la Mazzilis-Moro tra le pagine della Guida dei Monti d'Italia, scoprii più a destra l'itinerario di Ettore Castiglioni percorso nell'agosto del 1937
legandosi alla corda dell'alpinista di origini carniche Oscar Soravito, e non come di consueto con Bruno
Detassis.
Permettetemi una sana divagazione: grande cordata la
Castiglioni-Detassis! Grandissima io oserei dire senza esitazioni, la trovi
dappertutto (o quasi), il suo alpinismo esplorativo ricco di ricerca estetica e di alto valore tecnico è sempre stato il modello insuperato per il mio alpinismo. Io stimavo talmente questa cordata che un tempo, quando arrampicavo con un amico veramente dotato e simile nelle forme a
Castiglioni, nei momenti clou delle nostre ascensioni ci eravamo battezzati coi nomi di battaglia, lui
‘Ettore’, io ‘Bruno’. “Vai Ettore! - Vai Bruno!” urlavamo spesso tra lo stupore degli ignari che a volte incontravamo durante le nostre avventure verticali.
Dunque è l'agosto del
'98 e sono campeggiato a Timau insieme con una bella combriccola di soci della mia sezione. Tuttavia pochi giovani, e quei pochi non arrampicano. I miei soliti compagni di cordata sono in giro per le Alpi, le solite Alpi. Ho solo una carta da giocare per portarmi a casa la Mazzilis-Moro al Pilastro della
Plote, una via meravigliosa dicono, prestigiosa per i carnici, con un passaggio di
VII, un po' di VI e parecchio IV e V. Non è comunque una carta qualsiasi quella in cui ripongo la mia fiducia. Si tratta di Franco, una vecchia volpe di montagna, nostro istruttore nazionale d'alpinismo con una gioventù alpinistica di tutto rispetto sulle pareti dolomitiche e una ragguardevole maturità extraeuropea. Ma Franco è dall'ultima spedizione che si porta dietro un acciacco
al polso destro. E poi il VI è sempre VI anche con il polso a posto e lui non ha tutto l'allenamento che io ho. Comincio quindi a
‘coltivarlo’ e m'improvviso terapeuta del suo malanno. Ripetiamo alcuni itinerari facili del bravo alpinista
Sergio De Infanti, di Ravascletto. Facciamo qualche capatina nelle palestre d'alta quota nei pressi di Timau (incantevole
quella sopra Malga Pramòsio). Fin quando arriva il giorno dell'ascensione.
Sveglia alle cinque. L'alba è incoraggiante, il cielo non dà segni forieri di un repentino mutamento del tempo. Lasciata la strada statale del Passo
di Monte Croce Carnico, c'inerpichiamo con l'automobile lungo la mulattiera militare che conduce alla Casera
Val di Collina. Ci fermiamo prima dell'ultima ripidissima rampa, allo sbocco di un valloncello da dove scende il
Rio Monumenz. Abbiamo scelto di partire da qui e non dal Passo perché così saliremo diritti per
900 metri di dislivello, incrociando il sentiero della Scaletta, senza perdere tempo in sviluppo o in depressioni altimetriche. E' una buona scelta, la regolarità del passo di Franco ci conduce con la giusta concentrazione alla base della parete. Giungendo da sotto (e non dal rifugio), la prima bastionata
di roccia farebbe presupporre di essere il Pilastro della Plote, ma presto mi accorgo che mancano le tre caratteristiche fessure-rampe oblique. Spostiamo la mira sulla parete successiva e dopo aver risalito il cono di un ghiaione
tocchiamo finalmente le fessure suddette. Ai piedi della più arrampicabile delle tre, quella centrale, occhieggia un vecchio chiodo. Ci siamo!
Sono già impegnato sui primi tiri di corda e prendo atto che l'arrampicata è molto tecnica: un bel
V+. Si passa da una fessura all'altra, ma il problema è che esse sono tutte oblique e il corpo tende a sbandierare, specie quando si stacca una mano per posizionare i friend o altre protezioni intermedie. Occorre molto equilibrio e sono un po' preoccupato per Franco. Chissà se viene su?
Franco parte, calmo e composto. Ogni tanto guarda in alto e nella sua faccia incorniciata da una barba tutta bianca
si disegna sovente un'espressione di stupore. Voglio proprio vedere se passerà quei V+ sotto di me. Sono veramente difficili. E Franco passa, inesorabile, lanciandomi di volta in volta un'occhiata ironica accompagnata
da qualche serafica esclamazione, del tipo: “Ma Alberto, Alberto, dove mi
porti...”, e io rido.
Rido dentro di me e ammiro e ringrazio quest'uomo che tenace e fiducioso, nonostante i suoi
59 anni, mi ha accompagnato per realizzare un sogno. Se la sta cavando bene. Il primo terzo è fatto. Ora iniziano un paio di tiri di V continuo fin sotto un tetto, si attraversa a destra con un passaggio di
VII, un po' di VI su per un diedro e si esce sul filo del pilastro dove la roccia s'inclina e l'arrampicata diventa più facile. Ma non voglio forzare
il mio compagno. Egli è già stato bravo e gli avevo assicurato che dal punto in cui ci trovavamo era possibile deviare nella Castiglioni
o riprendere lo spigolo del pilastro più in alto, fuori dalle difficoltà.
Guardo Franco con aria interrogativa, lui guarda me; i suoi occhi pare mi
dicano: “Cosa pensi, che ce la faccia su per di là”. E io incalzo:
“E allora Franco? Per me ce la puoi fare, ma decidi tu... Com'è il
polso?”.
Franco riflette, osserva l'itinerario originale e la variante più di una volta, silenziosamente. Alla fine gli
scappano, con un leggero sorriso, impreviste parole:
“...ma,
credo che non mi capiterà più l'occasione di tornare su questo itinerario
e... mi sembra straordinario... la giornata è splendida, la roccia
ottima, il polso più di tanto non mi dà fastidio... ma sì, vai
Alberto”. Sante nubi! - esclamo tra me sbirciando il cielo
limpidissimo - 'sto qua non molla mai, è proprio come dicono.
E via, parto talmente di corsa e pieno di rinfrescato vigore, seguendo dove m'invita la roccia, che dopo una tirata e mezza di corda
m'avvedo di avere superato molto di più del V e anche del VI, e sopra sembra ancora più duro. Franco prova, ma decido che è meglio non rischiare avventurandosi in improvvisate varianti, seppure scorgo là in alto qualche raro chiodo. Rimedio con una doppia.
Solo ora ci rendiamo conto che bisognava attraversare con un obliquo le placche a destra, subito dopo il bivio con la variante. C'è anche la sosta!
Fatto
l'obliquo, con un tiro che dire meraviglioso è poco, mi trovo a sostare
una decina di metri sotto il tetto, punto chiave della via. Intanto Franco ha ingranato
la quarta e viene su spedito.
Pausa di riflessione. Scrutiamo il passaggio. Non sembra facile, mettono
VII/A0. Scaccio i pensieri e sono già dentro, impegnato nel difficile traverso: c'è poco per i piedi ma buone prese per le mani ed è ben chiodato. Dopo di che c'è un diedro-fessura slabbrato, liscio e compatto, senza chiodi, difficile da prendere e da
proteggere, con una partenza strapiombante. Provo a mettere un friend ma non mi entra e preferisco scappare
via prima di esaurire le forze. Dieci metri da ricordare... Sosta! E Franco? Verrà mai su di lì?
- penso incuriosito.
Le corde scorrono, molto lentamente, ma scorrono...
“Sono fuori dal traverso”. “Bene” grido io, e so che Franco è un maestro in artificiale.
Ma adesso come farà a salire per quel diedro fessurato dove non c'è neanche un chiodo
da tirare? Sento Franco sotto la verticale del diedro... Sono pronto a tirare la corda a più non posso quando... dopo alcuni attimi di preoccupante silenzio e assoluta immobilità delle corde... mi vedo spuntare il compagno sorridente e fresco come una
rosa appena fiorita. “E il
diedro?” chiedo stupito. “Ah, il diedro, sembrava impossibile per me, ho cercato qualche metro più a destra, c'erano ottime maniglie e sono venuto
su”, e giù entrambi a ridere.
Sopra di noi lo sguardo può adesso riposare sull'invitante dorso del pilastro. La roccia è
magnifica e ci aspettano un centinaio di metri di arrampicata splendida e facile. Un vero spasso. Poi delle facili
roccette, i soliti sfasciumi e finalmente, dopo 600 metri di via, la cima.
Il 12 agosto del '98 calcammo quindi la selvaggia vetta dell'Anticima Est della Creta da Cjanevate, in piena solitudine. Non solo eravamo gli unici alpinisti sulla via Mazzilis-Moro al Pilastro della
Plote, ma eravamo gli unici sull'intero pilastro, sull'intera parete sud della Creta, sull'intera montagna.
Caro amico alpinista, se proprio vuoi andare a ripetere una via solare e meravigliosa, circondato da una natura incontaminata e da montagne selvagge, magari per ritemprarti le ossa dopo
un bivacco gelido e ventoso, ascoltami, vai sul Pilastro della Plote e percorri la
Mazzilis-Moro.