Arrivano all'attacco della via alle cinque e un quarto del
mattino. Contavano di iniziare la salita non oltre le sei, quindi sono in
buon anticipo sulla tabella di marcia. Hanno deciso di muoversi in modo da
essere in vetta verso le dieci. Mezz'oretta con la pancia al sole sulla
piatta cima, non più grande di mezzo campo da tennis, un boccone, una
paglia e poi giù con le corde doppie, in tempo per essere in vista del
rifugio nel primissimo pomeriggio. Giusto per evitare il solito temporale,
puntuale come le tasse, che su quella guglia svettante per oltre trecento
metri sui ghiaioni sottostanti significherebbe trovarsi, si può dire, con
il culo nelle pedate.
Salgono a passo deciso le roccette che portano alla base della parete, col
fiato pesante, mentre il primo sole di una giornata estiva illumina le
vette, le creste e la loro cima.
Tredici stupendi tiri di corda, mai sotto il quarto grado, con passaggi
obbligati di sesto superiore, una via definita dalla relazione imparata a
memoria come “classica e impegnativa ma indimenticabile, che fa ancor oggi
riflettere sulle straordinarie doti dei primi salitori, che la tracciarono
in libera nel 1931”.
Sbuffando scaricano gli zaini sullo
stretto terrazzino ghiaioso, davanti ad un “evidente bollo rosso che segna
l'attacco della via”, sempre per usare la terminologia delle relazioni.
Fazzolettini di carta e mozziconi di sigaretta testimoniano il traffico di
alpinisti più o meno educati.
“Meglio mettersi il casco” dice laconicamente Franco. Si caccia in testa il
casco segnato da cento battaglie e fruga nel taschino della camicia.
“Già, che non venga giù qualche sasso” risponde Andrea, e tracanna una
sorsata d'acqua dalla borraccia.
“Vuoi?”
“Acqua o tè?”
“Acqua. Mi dimentico sempre di metterci l'integratore. Tu hai acqua semplice
o ci hai messo dentro le solite polverine?”
Franco tira fuori il suo sorriso da furbetto.
“Hard discount, vecchio. Trecinquanta a bustina”
“Fantastico” Andrea sorride a sua volta.
Mette il casco e guarda in su.
“Che non venga giù qualche sasso”.
“Sì, perché il sole scalda già, su in cima, e i sassi si mollano...”
Franco guarda tra lo stupito e l'irritato l'amico che sghignazza di gusto.
“Sei mona?”
“Franco, di un po', saranno almeno dieci anni che andiamo in montagna
assieme, vero?”
“Tranquilli. E allora?”
“E allora sono dieci anni che ci ripetiamo le stesse cose, te ne sei mai
accorto?”
E' vero. Sempre le stesse osservazioni ovvie, le notazioni tecniche
risapute, le battute, i sarcasmi a volte feroci, insomma quello che capita
spesso a una cordata affiatata.
“E' l'arterio che avanza inesorabile” sentenzia Franco, e ride sotto i baffi
mentre fruga nell'altro taschino.
“Hai una cicca?”
“Classico. Pacchetto in fondo allo zaino, immagino?” gli fa Andrea con un
ghigno ironico mentre estrae le sigarette dalla patella del sacco.
“Peggio. Dimenticate nel sacco a pelo al rifugio”.
“Un altro classico”.
Sospirando esageratamente Andrea accende una cicca all'amico e una per sé.
Non aveva intenzione di fumare, ma è sempre così.
Anche se ridono e scherzano, i loro sguardi apparentemente assenti
tradiscono la tensione e la concentrazione che salgono lentamente. La via è
al loro limite, lo ammettono senza problemi, e questa volta si stanno
impegnando per superare se stessi.
Nel giro di pochi minuti
indossano le imbragature, vi appendono mazzi tintinnanti di ferramenta per
la salita, il sacchetto della magnesite per asciugare il sudore delle mani,
il martello da roccia, il discensore, cordini e fettucce a tracolla per
allestire le soste. Tutto viene controllato due o tre volte, partendo dal
presupposto che qualcosa si dimentica sempre.
Calzano le scarpette da arrampicata, pulendone con il palmo della mano le
suole già spazzolate a casa.
Le due corde gemelle si sciolgono a terra con un suono morbido.
Franco si mette lo zaino in spalla, lo stringe in vita e al petto, quindi se
ne esce con la solita domanda.
“Vuoi cominciare tu?”
Il loro livello tecnico è simile, per cui da anni si ripete il cerimoniale
per la scelta di chi deve farsi il primo tiro di corda, fatto di complimenti
e piccoli bluff, una specie di partita a poker che vorrebbe nascondere il
disagio di trovarsi alle sei del mattino ai piedi di una parete, ancora
mezzi addormentati, con i muscoli freddi e qualche grappino di troppo dalla
sera prima che ronza ancora nel cervello.
Vecchia scuola. Di fare qualche esercizio di riscaldamento non se ne parla
neanche.
“Solito punto secco alla morra?” propone Andrea, dando l'ultimo tiro di
sigaretta. Rotolando il mozzicone tra le dita espelle la brace e il tabacco
residuo, poi caccia il filtro dentro il barattolino vuoto della pellicola e
lo infila in tasca.
Per qualche decina di secondi il grande circo di rocce dolomitiche risuona
dei coloriti termini dialettali della morra.
Franco vince, si lega e attacca la via.
Le corde filano lente
tra le mani di Andrea, che si fa più attento quando il compagno mette il
primo rinvio in un chiodo e le passa nel moschettone. Da quel momento in poi
la sicurezza di Franco è nelle sue mani.
Il primo tiro dovrebbe essere facile, un quartopiù ben appigliato su roccia
ottima, ma Franco appare legato nei movimenti, lento e indeciso. I due amici
sanno interpretare certi piccoli segnali, una gamba che trema sull'appoggio,
una mano che vaga insicura alla ricerca di appigli evidenti.
“Come va?”
Andrea sa perfettamente che il compagno è in leggera difficoltà. La domanda
è retorica, buttata lì solo con lo scopo di fargli sentire che lui è là,
pronto e attento.
Dall'alto scende un sordo “cazzo!” sibilato tra i denti.
“Problemi?”
Franco non risponde.
Raccoglie forze e concentrazione per concludere la lunghezza di corda.
Quando ha ultimato le operazioni di allestimento della sosta tocca salire ad
Andrea.
Già dai primi metri capisce che oggi è in forma smagliante e sale rapido
fino a raggiungere su una stretta cengia il compagno che lo sta assicurando
dall'alto.
“Allora?” chiede mentre si prepara a proseguire da primo di cordata.
Franco scuote la testa avvilito.
“Non ci siamo. Oggi proprio non ci siamo. Mi sembra di avere il paraocchi,
ci sono appigli che sembrano vasche per i gerani e non li vedo se non li ho
davanti al naso!”
“E' solo questione di scaldarsi, dai. Vado io adesso”.
Andrea cerca un appoggio per il piede.
“Magari faccio schifo anch'io”.
“Allora è meglio che scendiamo e andiamo a prendere il sole” è il commento
che lo raggiunge mentre sale i primi metri.
Sul versante nord la roccia è fredda e presto le dita si intirizziscono. La
concentrazione di Andrea sale ancora: arrampicare da secondi di cordata,
assicurati dall'alto, è una cosa, farlo da primi è tutto un'altra. Possono
venire a galla tutti i dubbi, le paure e le incertezze su se stessi e
sull'ambiente che circonda.
“E io ti chiamerò
Trottolino amoroso
Tu-tu
Ta-ta-ta...”
Alle solite.
Tutte le volte che concentrazione e tensione salgono, nella testa di Andrea
scatta un meccanismo che gli fa canticchiare dentro di sé le canzoncine più
assurde. Roba che normalmente detesta e non canterebbe mai, ma che si rivela
un insostituibile tormentone per aiutarlo a scaricare quell'ansia deliziosa
e qualche volta terribile che si prova nei momenti difficili.
Sale deciso e sciolto. All'improvviso gli si para davanti la sosta, tre
chiodi nella roccia nei quali far passare un anello di corda, il moschettone
a ghiera per assicurare il compagno che sale e quello per autoassicurarsi.
Franco arriva finalmente in sosta. E' pallido, tirato. Impreca tra i denti,
si lamenta che proprio non ci siamo, oggi non è giornata.
La maledetta fottuta cefalea.
Cefalea a grappolo, la chiamano. Lo colpisce un paio di volte all'anno con
crisi quotidiane, o anche più volte al giorno. Crisi che possono sembrare
brevi, ma che devono fare un male cane.
Questa volta si sono succedute per quasi due mesi e Franco ha perso almeno
quattro dei suoi pochi chilogrammi. E' stanco, avvilito e prostrato dai
farmaci.
Andrea gli batte ruvidamente su una spalla.
“Dai roccia! Si va in cima. Tieni duro, vado io da primo”.
“Te la senti?”
“Sì. Penso di sì. Sono una bestia oggi!”
“Ho visto. Bravo. Beato te”.
I tiri di corda si succedono, via
via più impegnativi man mano che la roccia si fa verticale, avara di
appigli, sempre più su fino all'ultima sosta prima di uscire per l'ultima
lunghezza sulla parete Est, nel sole, là dove la guida recita “...un
delicato traverso di una quindicina di metri porta sulla verticale di una
nicchia (chiodo), superata la quale per piccole tacche e fessure si
giunge...”
“Odio i traversi. Odio i traversi e i camini”
brontola Andrea.
“Me l'hai già detto un milione di volte”.
Franco si sistema meglio per stare più comodo possibile e scrocca un'altra
sigaretta.
Poi sentenzia : “I camini sono comodi. Le cime più importanti sono state
conquistate sfruttando i camini, quando non c'erano i mezzi di oggi”.
“Li odio lo stesso. Dammi un tiro”.
Andrea dà due frettolose aspirate alla sigaretta e la ripassa al compagno.
“Sono freddi, umidi e non mi piace avere il vuoto sotto alle palle. Mi vedo
sempre scivolare e rimbalzare da una parete all'altra come una pallina da
flipper”.
Franco si spazientisce.
“Dai ciacerèla, mòvete ! Mi si ghiaccia il sudore addosso e mi fanno male i
piedi. Ho voglia di uscire al sole”.
Andrea si decide, allunga il piede destro in spaccata verso un minuscolo
appoggio.
Cerca con la mano sinistra un appiglio.
Trovato.
Tasta alla cieca con la destra oltre lo spigolo e incontra una piccola
sporgenza giusta per tre dita.
Poi è la volta del piede, che raspa alcune volte prima di posarsi su una
mensolina che sembra messa lì apposta.
Ora tutto il corpo oltrepassa lo spigolo ed entra all'improvviso sulla
parete Est.
Lo sbalzo di luce è quasi accecante. Andrea strizza gli occhi per
proteggersi dalla violenza del sole mattutino che batte sulla roccia. Sente
immediatamente il calore dei raggi perforare gli abiti, così diverso da
quello generato dall'attività fisica.
Andrea lancia un'occhiata indagatrice alla parete. Secondo la relazione c'è
ancora qualche metro di traverso, circa una decina, poi su fino a una
piccola nicchia dove sta un vecchio chiodo. Infine qualche altro metro
verticale e un piccolo tetto di roccia sporgente, dopo il quale la parete si
inclina verso la cima nell'ultimo tratto di secondo grado.
Procede lento, attento a non sbagliare, a non volare.
Franco sta alla sua stessa altezza dietro lo spigolo e le corde sono
completamente libere per alcuni metri a partire dalla sosta. Cadere adesso è
assolutamente proibito, significa fare quello che in gergo si chiama
pendolo, con la possibilità di sbattere con violenza contro la roccia.
Incrocia il piede sinistro davanti al destro, raggiunge un esile appoggio,
lancia il destro e raspa nervosamente per prendere quella piccola tacca.
Fatto.
Soffia fuori rumorosamente la tensione e contemporaneamente scorge poco più
a destra una piccola fessura orizzontale.
Meglio proteggersi, decide.
La mano destra fruga nervosamente sul porta attrezzi dell'imbrago. Sceglie
un dado della misura adatta alla fessura e lo inserisce.
“Dammi corda !” grida verso Franco, che non lo può vedere.
Le corde entrano nel moschettone e Andrea tira un sospiro di sollievo. La
protezione sembra salda e la posizione può essere tenuta per un tempo
sufficiente a guardarsi meglio attorno.
La parete sembra maledettamente liscia. O c'è qualcosa per le mani oppure
solo per i piedi.
Per entrambi apparentemente no.
“Trottolino amoroso...”
Ora si tratta di salire per circa quattro metri verso la nicchia e il
vecchio chiodo.
Una raffica di vento fresco sale dalla valle, centinaia di metri sotto.
Andrea sta per allungare una mano verso un appiglio quando avverte qualcosa
di strano, di indefinibile.
Si guarda in giro senza notare nulla.
Poi controlla l'appoggio dei piedi.
Qualcosa gli fa ghiacciare il sangue nelle vene. Anzi, la mancanza di una
cosa alla quale tutti siamo talmente abituati da non farci nemmeno caso.
Andrea ha il sole alle spalle, quindi dai piedi dovrebbe scaturire la sua
ombra, per proiettarsi sulla roccia che ha davanti.
Non c'è nulla.
Solo grigia dolomia e sole.
Per poco non lascia la presa per lo spavento.
Si guarda attorno febbrilmente e sente una voce di donna penetrargli il
cervello.
“Sono qui, disgraziato!”
Istintivamente gira lo sguardo verso lo spigolo e là, proprio sulla piccola
mensola dove aveva iniziato il delicato traverso, sta la sua ombra.
Andrea ha sempre avuto un rapporto sereno con il cosiddetto paranormale.
Tuttavia non sa rendersi conto come riesce a rispondere all'ombra!
Il colorito dialogo che segue si svolge interamente (o quasi) attraverso il
pensiero, senza ricorrere alla parola.
“Che cazzo ci
fa lì la mia ombra ?” si chiede raggelato.
“Io lì non ci vengo neanche morta!” gli fa eco l'ombra in questione.
Andrea si morde a sangue un labbro, visto che non è il caso di lasciare
appigli sicuri per darsi pizzicotti.
“Senti... s-s-stiamo calmi!” balbetta.
“Sono calmissima” risponde gelida l'ombra. “Sei tu che mi sembri
pericolosamente nervoso”.
“NERVOSO?!” strilla (con la voce) Andrea “Nervoso!? Da quando in qua le
ombre parlano? Da quando in qua si staccano dal corpo?”
Scopre nella sua voce una nota stridula.
Di terrore.
“OOHH! PROBLEMI?” grida Franco da dietro lo spigolo.
“Nn...no! Niente... è solo un po' incasinato qui!” gli rimanda Andrea con
un tono per nulla rassicurante.
“Con chi stai parlando? C'è gente?”
“C'E' TUA SORELLA C'E'!! CHIUDI QUELLA BOCCA E TIENI FISSO!!” urla
Andrea a muso duro.
Da dietro lo spigolo non si sente più fiatare. Le corde si tendono
leggermente.
Andrea si rivolge di nuovo a quella informe macchia scura sulla roccia.
“Senti un po', chiunque tu sia. Un'ombra è un fenomeno fisico, cioè... ottico... non
so, comunque è la luce del sole che non riesce a oltrepassare un corpo
opaco... giusto?”
“Continua”.
Il tono di quella cosa è ironico.
Anzi, beffardo.
“Continua cosa!? Co... cocome fa un'ombra a parlare!?”
“Chi ti ha detto che io sia soltanto un fenomeno fisico, o ottico, come lo
vuoi chiamare?” gli risponde divertita la voce.
“Piuttosto... non stai un po' scomodo?”
Improvvisamente Andrea si rende conto della sua posizione.
Gli avambracci gli fanno male per la tensione e anche i polpacci non stanno
meglio.
Una mano tremante raccatta un chiodo dall'imbrago, lo ficca nella fessura a
un paio di spanne dal dado al quale è assicurato. Prende il martello che
pende contro la gamba e pianta il chiodo nella roccia con due colpi
violentissimi, quasi isterici. Collega nervosamente le due protezioni con un
cordino e moschettona. Poi, delicatamente, saggia la tenuta di quella sosta
improvvisata poggiandovi sopra il peso mentre grida verso Franco:
“Tieni fisso che mi riposo! Ho messo un'altra sosta!”
Le corde si tendono ancora.
“Sei comodo?” chiede ironica la voce.
“Seduti a un tavolo con una bottiglia sarebbe meglio”.
L'ombra ride di gusto.
“Sei adorabile quando riesci a scherzare in certi momenti!”
Andrea lascia gli appigli e si appoggia alla sosta, con prudenza.
“Senti un po'... un'ombra non può staccarsi dal corpo! Che cazzo ci fai là
?”
“Torno a ripeterti che lo posso fare... per un tempo limitato. Riesci a
capire Voi umani siete così limitati nella percezione...”
Andrea sente una processione di serpenti sfilargli giù per la schiena.
Guarda in basso.
Vuoto.
Più di duecentocinquanta metri di salto verticale prima del ghiaione.
Lontano scorge un gruppetto di escursionisti che sale verso una cresta. Il
sole inonda ormai il mondo attorno, il paesaggio sarebbe da mozzare il
fiato, ma niente ha più importanza.
Sente le gambe farsi molli e tremanti.
Il vuoto è orrendo, magnetico, lo attira con sottile perfidia. Sembra
chiedergli di lasciarsi andare al suo osceno canto di sirena.
Andrea è sempre stato orgoglioso di non avere alcuna paura dell'esposizione,
pur conoscendone i rischi mortali.
E ora è là, appeso a una sosta che farebbe inorridire il suo vecchio
istruttore.
Ridotto a un invertebrato.
Le sue mani agganciano frenetiche gli appigli che stringevano poco prima.
A fatica distoglie lo sguardo dall'abisso.
Poi, lentamente, il cuore impazzito si calma, e Andrea si costringe a
guardare nuovamente giù.
Ora il vuoto è semplicemente quello di sempre. Una dimensione quasi
familiare.
Volge ancora lo sguardo verso sinistra.
L'ombra è ancora là.
Sembra quasi essersi messa più comoda.
Andrea parla.
“Sto per morire, vero?”
La sua voce è calma ora. Terribilmente calma e rassegnata.
“EHI ! TUTTO BENE!?”
“SI'! Continua a tenere ! Sto guardando dove andare, stai tranquillo!”
“Sto per morire, vero ?” ripete mentalmente.
“Non facciamo i tragici” risponde l'ombra con un tono teso “Il problema è un
altro”.
“E quale?”
“Me la sto facendo sotto !”
La voce dell'ombra ha una sfumatura di vergogna.
“Te la stai facendo sotto cosa!? Se volo mi stampo io, mica tu! O sbaglio?”
“E' che... è che un'ombra non può vivere senza un corpo” risponde mesta.
“Spiegati meglio”.
“Senza un corpo un'ombra non serve più a niente. Diventa luce o buio, a
seconda che sia stata una buona o una cattiva ombra”.
“Scusa la curiosità, ma tu diventerai luce o buio?”
“Non sta a me deciderlo” risponde sibillina.
“Che banalità!” sbotta irritato Andrea.
“Stronzo! Non scherzare su queste cose!” gli risponde seccata. “Resta il
fatto che io da qui non mi muovo!”
“Come sarebbe a dire non mi muovo!?” s'incazza Andrea. “Tu sei la mia ombra
e vieni dove dico io!”
“Col cazzo ! Tu ti sei bevuto il cervello e io lì non ci vengo neanche se
crepi!”
L'ombra ha assunto ora un tono petulante da ragazzina capricciosa.
“Certo che per essere una specie di... di spirito, hai un bel linguaggio da
bettola!”
“Spirito sarà quello che ti circola nelle vene, scemo ! E pensa a come parli
tu!”
Andrea allunga le braccia lungo i fianchi, sconsolato.
Le si rivolge con gelida gentilezza.
“Non per metterti fretta, ma siamo... anzi sono appeso qui da un pezzo. Sono
stanco, non sto capendo un cazzo perché sono un povero umano ignorante e
insensibile, il tempo passa, viene tardi e se non lo sai, ma lo sai
benissimo, nel pomeriggio qui potrebbe esserci il festival dei fulmini. Cosa
vogliamo fare?”
“Ho paura. Vieni a prendermi” gli ordina l'ombra.
“Adesso sei tu a esserti bevuta il cervello!” strilla Andrea “Io quel fottuto traverso non lo rifaccio e tu vieni qua! SUBITO!!”
L'ombra tace per qualche interminabile secondo, poi parla nuovamente con
voce calma, mortalmente calma.
Ma con una dolce sfumatura di affetto.
“Ascolta testone... devi scusarmi se non ti ho ancora spiegato una cosa.
Un'ombra senza corpo non esiste più. Ma cosa pensi che accada a un corpo
senza ombra?”
“Credo... credo di capire”.
“Bravo. Un corpo senza ombra non esiste. E' morto, capisci? Se non mi
credi, dai un'occhiata a quell'accrocchio che hai messo insieme per
assicurarti”.
“Senti un po' carina, uno crepa in montagna per sfiga, o per una serie di
coincidenze, o perché fa qualche stronzata, non certo perché le ombre si
mettono a cavare le soste, cazzo!”
L'ombra sospira pazientemente.
“Appunto. Dai un po' un'occhiata a quella tua sosta. Te lo dico per l'ultima
volta”.
Esita.
“Ti prego!”
Andrea gira lo sguardo verso le protezioni.
I serpenti stavolta sembrano dappertutto.
Il dado si è sfilato completamente dalla fessura, scivola lungo le corde e
va a fermarsi sull'imbrago, mentre il chiodo sta uscendo inesorabilmente
dalla sua sede.
Con il cuore impazzito artiglia frenetico la roccia, spezzandosi un'unghia
invano.
Il chiodo salta e Andrea ha solo il tempo di dare una spinta indietro per
allontanarsi dalla roccia e prepararsi al lungo pendolo.
“VOLOOO!!” riesce a urlare stridulo per avvisare Franco, sperando che
riesca a tenere la caduta.
L'aria gli sibila nelle orecchie.
Sta cadendo.
Descrive un lungo arco verso lo spigolo, riesce a protendere le gambe per
parare il colpo.
L'impatto è durissimo, una caviglia si spezza con uno schianto secco, ma
Andrea non sente niente.
Oltrepassa lo spigolo.
Ora è sotto Franco di parecchi metri. I suoi occhi incontrano quelli
sbarrati dell'amico, mentre pensa freneticamente “TIENI! TIENI!!”.
Subito dopo un altro colpo contro la roccia.
Il casco va in frantumi.
L'ultima luce che raggiunge la sua rètina gli lascia l'immagine nitida,
nitidissima, della sosta a cui è assicurato il compagno che cede di schianto
sotto lo strappo.
“FRANCO ! NO ! ANCHE TU... NO!!” è l'ultima cosa che riesce a gridare
prima che entrambi volino giù nell'abisso legati alla stessa corda e al
medesimo destino.
“Allora?”
Andrea è ancora là, aggrappato convulsamente alla roccia.
La sosta c'è ancora, precaria ma c'è. Le gambe gli tremano incontrollabili
mentre sbircia alla sua sinistra.
L'ombra è sempre laggiù.
“Franco! FRANCO!!” grida verso il compagno.
“Cosa c'è?” la sua voce gli arriva appena “Ce la fai?”
“Sì!... Sì sì, ce la faccio, stai tranquillo!”
Andrea fatica a tenere sotto controllo il tremito che da tutto il corpo gli
si trasmette alla voce.
“Che cosa è successo?” chiede flebilmente alla sua ombra.
“Ho semplicemente voluto farti vedere cosa sarebbe successo se non mi fossi
fermata qui. Tu saresti andato avanti con l'obbiettivo della tua stupida
cima da raggiungere a ogni costo. Solo per dimostrare ancora una volta a te
stesso che hai le palle”.
“E poi?” chiede Andrea, mentre sente una profonda calma invadergli corpo e
mente.
La voce dell'ombra ora è dolce, tenera e tanto, tanto persuasiva:
“E poi saresti arrivato a quella fessura, quasi alla fine del traverso, e
avresti avuto paura di non riuscire a tenere e di volare. Avresti messo male
quella sosta, come del resto hai fatto, saresti salito verso la nicchia ma
prima di arrivare al chiodo saresti caduto. E la sosta non avrebbe retto
allo strappo. Tutto qui”.
Sbuffa e, nuovamente ironica aggiunge :
“Tutti questi condizionali mi stancano. Vorrei solo aggiungere che quella
sosta salterà se non ti sbrighi a sganciarti e a venire a prendermi!”
Andrea non ci pensa su due volte. Toglie le corde dal moschettone e affronta
nuovamente il traverso per tornare indietro.
Questa volta tutto si rivela più tranquillo, ricorda appigli e appoggi e
poi... sì, si sente molto più sicuro.
In poco tempo raggiunge l'ombra, esita un attimo, poi vi sale sopra.
Sente, o crede di sentire, un alito fresco invadergli il corpo dall'interno,
salendo dai piedi fin su alla testa.
“Ci sei ancora?”
“Certo che ci sono!”
Questa volta la voce risponde da dentro, in un punto dalle parti del
diaframma.
“E' inutile che ti suggerisca di non fare rumore e soprattutto di non
parlare con la voce. Il tuo amico comincerebbe a non capire. E poi vorrei
dirti un'ultima cosa, dopodiché ci schiodiamo da qui perché si sta facendo
tardi e quel poveraccio là dietro si sta gelando le ossa”.
Fa una pausa ad effetto e aggiunge :
“Prima ho chiamato stupida questa cima. Beh, non lo è stupida, se non per te.
E' solo una cima, né stupida né altro. Non conta nulla e conta tutto
esattamente come te, me e tutto il resto. E' vero, puoi ammirarla,
desiderarla, amarla anche, ma per te e tanti altri resta solo la palestra
del vostro, questa volta stupido, narcisismo. Dove mettere alla prova le
vostre paure, le vostre debolezze. Pensaci bene”.
Andrea guarda verso l'alto, verso quella sommità che gli è negata alla vista
dalla prospettiva, ma che ora vede, battuta dal sole, con la piccola croce
di ferro arrugginito e la campana da suonare quando si esce in vetta. Ora
vede quella cima come la sommità della testa di una grande vecchia,
bellissima, seduta da milioni di anni, paziente, a farsi corrodere
lentamente dagli elementi. La vecchia è serena, e lui non è che una piccola,
insignificante formica che si arrampica faticosamente sui suoi abiti.
E' sul colletto del vestito, ora, e tra le mandibole serra il pesante
fardello del suo orgoglio.
“Cosa devo fare allora?”
Andrea adesso è calmissimo.
“Stai cominciando a vedere le cose nel modo giusto. Devi sentire e sapere
cosa sei e cosa stai facendo. Sei su una cosa viva, capisci? Non ti chiedo
di amarla. Rispettala. Ma sali su di lei con religione. Fonditi con la sua
roccia. Lei non ti respingerà, credimi. Arrampica come stessi facendo
l'amore con lei, le piacerà. Non sono in molti a farle le coccole”.
Andrea sorride.
“Credo di aver capito. Ma... permettimi una domanda idiota: sei un angelo
custode?”
L'ombra ride di gusto.
“In effetti è proprio una domanda idiota. Che te ne frega di darmi un nome?
Angelo custode, coscienza, anima, mente, spirito guida, ombra... chiamami
come vuoi, per me è indifferente. E ora vai, togliamoci da qui”.
Andrea esita ancora.
“Posso farti un'altra domanda ?”
.....
“Ehi... ci sei ancora ?”
.....
Silenzio. L'ombra tace, se ne resta lì sulla roccia, attaccata ai suoi piedi
come sempre.
Andrea ripete i movimenti del primo traverso.
Lo supera senza difficoltà.
Raggiunge la sosta, ignorandola. Ci penserà Franco a recuperare il
materiale.
Le corde si tendono nuovamente, per un attimo, poi seguono docilmente i suoi
movimenti, manovrate delle mani esperte del compagno.
Andrea crede di sentirvi transitare il sospiro di sollievo di Franco.
Spigoletti, tacchette, fessure. Le mani di Andrea vanno sicure da un
appiglio all'altro, il corpo si tende in movimenti plastici, nonostante lo
sforzo.
Raggiunge la nicchia. Il chiodo ha visto giorni migliori. Andrea ne saggia
la resistenza e per maggiore sicurezza gli batte sopra qualche colpo di
martello. Passa le corde nel rinvio e riparte deciso.
Gli sembra di provare per la prima volta il vero piacere di arrampicare,
così diverso dalla gioia della vetta. Arriva con sufficiente scioltezza
sotto il piccolo tetto. Il passaggio chiave della salita, l'ultima vera
difficoltà.
La roccia sporge orizzontalmente nel vuoto per quasi un metro. Nulla di
estremo, ma Andrea sa di essere oltre il proprio limite tecnico.
“Trottolino amoroso tu-tu ta-ta-ta... ci vorrebbe uno di quegli agganci di
piede che fanno i fighi” mormora ansimando tra i denti.
Rapidamente inserisce un dado in una fessura. Questa volta ne controlla bene
la tenuta, poi si assicura.
Tasta con la destra oltre il tetto. Trova quasi subito la maniglia, una
tasca di roccia che accoglie tutta la mano.
“Cristo! Fra una bella maniglia e un bel paio di tette non saprei cosa
scegliere!” esclama felice.
La gamba destra scatta in su. Un paio di raschiate e il tallone rivestito di
gomma aderisce alla roccia, più in alto della sua testa, mentre la mano
sinistra spinge il corpo quasi orizzontale verso l'alto.
Il tetto è superato di slancio e Andrea strilla di gioia.
Gli ultimi metri sono sempre più facili, mano a mano che la parete si
inchina alla cima.
Sudato e ansimante Andrea esce sulla piatta sommità della montagna, non più
grande del soggiorno di casa.
Si inginocchia a terra, le braccia abbandonate lungo i fianchi.
Piange.
Sì, piange, perché?
Piange perché piangerebbe chiunque dopo un'esperienza del genere, dopo aver
vissuto la propria morte e aver parlato con la propria anima.
O ombra?
La sua vena caustica e autoironica gli chiede se non si senta più vicino a
Dio.
No, si risponde, perché Dio o Chiperesso dovrebbe stare ovunque, anche nelle
cose meno nobili.
Dopo queste dotte dissertazioni teologiche, Andrea decide che è ora di
occuparsi del compagno.
Franco sbuca sbuffando dal ciglio.
“Bergheil!”
“Bergheil!”
Si scambiano sempre il saluto di vetta dei tedeschi, perché in italiano non
esiste nulla di simile.
“Cazzo! Credevo proprio di non farcela ! Dura, eh?”
Andrea chiude un attimo gli occhi.
Sorride.
“Dura. Fantastica!”
Franco si guarda in giro lentamente. Ha gli occhi umidi.
Andrea conosce quel momento, lo ha visto altre volte.
Il suo amico, grezzo come una scorza di larice, si commuove facile.
E ora sta piangendo.
Per un paio di minuti Franco pedona in giro per la cima guardandosi attorno,
poi viene a sedersi su un sasso di fronte ad Andrea.
Beve, gli passa la borraccia, poi lo guarda diritto negli occhi.
“Senti un po'...”
Andrea alza una mano e lo interrompe.
“Scusami. Scusami veramente se ti ho mandato in culo. Ero... ero davvero in
difficoltà”.
Abbassa gli occhi.
“Fa niente” commenta asciutto Franco,“quello che volevo dirti è un'altra
cosa”.
Pesca con la mano nell'imbrago e gli mostra il dado e il chiodo, ancora
uniti dal cordino. Lo guarda negli occhi con espressione grave.
“Questi mi sono rimasti in mano quando ho disarmato la sosta”.
“Lo so”.
Andrea sorride per alleggerire lo sguardo di rimprovero dell'amico.
“Ci si ammazza per queste cose. Che cavolo è successo su quel traverso?”
“Niente. Ho avuto paura della mia ombra”.
Franco sorride a sua volta.
Fruga nella tasca laterale dei pantaloni.
“Vuoi una sigaretta?”
Andrea ride. Il solito figlio d'un cane.
“Grazie. Con questa volta le stecche che mi devi salgono a quattro!”
Accende con la testa riparata tra le ginocchia per evitare la brezza tesa da
nord.
Franco tira fuori il contenitore con le vivande, comprese le sue famose uova
sode, quelle che puzzano sempre anche se sono freschissime.
Poi aggiunge:
“E... un'altra cosa. Cos'hai da continuare a guardarti i piedi?”