Ed eccoci qui, io e Monica, alla ricerca del misterioso Vajo Nascosto.
Tralascio le facile battute dei giorni scorsi, l'ironia su quel nome che
deve essere sicuramente tutto un programma...
La relazione parla genericamente di attaccare all'altezza di un largo
solco nevoso, e ancora prima di arrivarci ci chiediamo: che faccia
avrà esattamente un solco nevoso?
Fortuna che la relazione parla anche di salire 50 metri dopo una
caratteristica roccia; quella la riconosciamo, contiamo 50 passi e ci
ritroviamo davanti una ripida goulottina incassata. Ecco il solco
nevoso, non può che essere quello!
Le piccozze fremono, parto subito all'attacco, senza neanche legarmi.
70°, 75°... la pendenza aumenta, il salto sotto i piedi anche, la neve
ghiacciata suona cava, sotto i colpi delle piccozze. Trovo un cordino e un
chiodo, mi fermo, calo la corda a Monica e la convinco a legarsi anche se
già stava partendo alla carica.
Sale velocemente, così come velocemente io riparto. Cinquanta metri, non
difficili, sosta su piccozza su un pendio di neve. Fine della corsa,
sembra. Sulla testa pareti di roccia, però... verso destra, si intravede
una ripida striscia ghiacciata. Traverso pochi metri e ci sono sotto. Dopo
una stagione di cascate non sembra difficile, anzi... solo ogni tanto
interrotta da saltini di roccia scoperta. Comunque, è l'unica via di
salita, la relazione non ne parla, ma non vedo alternative, se non
retrocedere. Continuo allora, primo tratto divertente, a 80° poi un salto
di roccia liscia, difficile. Cerco qualcosa da assicurami, niente fessure
per chiodi, né per nut. Guardo dietro, saranno 15 metri fino al ripido
pendio nevoso. Decido per un chiodo da ghiaccio ‘psicologico’ su neve
ghiacciata, non entra neanche per metà... salgo un metro su roccia, poi
esco su ghiaccio con le piccozze tutte a sinistra, sbilanciato sposto il
peso sul bacino mooolto lentamente, controllo lo sbandieramento, riesco a
passare. Respirone, di sollievo, continuo ancora un po' e giunto sotto un
piccolo strapiombo, decido per la sosta.
La dotazione prevede tre chiodi da roccia; comincio a smartellare, ma
niente! Nessuno che vada bene... Alla fine, decido per un chiodo tenero
piantato per meno di metà e due chiodi da ghiaccio su neve dura poco
affidabile. Beh... sono pur sempre 3 punti di ancoraggio! Invito Monica a
salire lentamente, credo che capisca dal tempo che ho impiegato che il
tiro non è facile e la sosta non è buona...
Sale concentrata e sicura, molto bene... evita su mio consiglio il tratto
di rocce traversando più in basso e mi raggiunge tranquilla. La mia mente
intanto frulla... siamo sicuramente fuori via, il posto non lo conosco, il
peso della cordata è sulle mie spalle... che sia il caso di scendere ?
Ancora saremmo in tempo, ma chi ne ha voglia? Avanti allora, passo il
piccolo strapiombo con le piccozze piantate su una lingua di neve
dall'aspetto decisamente precario, esco velocemente dalla goulotte
impegnativa ed approdo ad un esile mugo, che mi pare l'unica cosa solida
in giro. Sosta, e sguardo intorno. Un anfiteatro di rocce ci sbarra la
strada, siamo al capolinea! Bene... recupero Monica, e intanto penso alle
manovre di discesa. Sale con velocità costante, segno che non trova
difficoltà. In effetti la stagione di ghiaccio l'ha trasformata, difficile
fermarla con le pikke nelle mani ! La vedo addirittura infilare i
suoi ‘artigli d'acciaio’ nella roccia, in elegante dry-tooling...
un brivido mi corre sulla schiena, ma lei passa sicura. Mentre sale mi
guardo intorno, una cresta di neve ventata mi impedisce la vista verso
destra.
Continuo a pensare a come scendere da qui, a ripetermi mentalmente la
serie di doppie o discese da affrontare. Una sola mezza corda (quindi 22,5
metri di calata utile), tre chiodi da roccia. Ok, ancora siamo al sicuro.
Però... se oltre quella cresta di neve non spunta una possibilità di
salita, siamo al capolinea. Appena mi raggiunge Monica, la depredo
letteralmente del poco materiale da lei raccolto, le comunico le mie
intenzioni e riparto di slancio. Arrivo alla cresta, mi sporgo e rimango
bloccato qualche secondo. Non so se sono felice o disperato, se sono
davanti alla salvezza o alla fine della salita. Un ripidissimo pendio di
neve all'ombra, almeno 65°, che dopo una cinquantina di metri sparisce
sopra un salto verticale di rocce. Il vajo Bianco, piccolissimo, là sotto.
Sopra roccia, ma 50 metri circa a destra si intuisce un avvallamento nel
pendio... che sia l'ormai mitico vajo Nascosto? Tanto vale... proseguiamo
! Neve dura, pendio sicuro. Se slavina questo ci sarà bisogno di un
cucchiaino da caffè per raccogliermi...
Abbraccio finalmente dopo 40 metri un larice posto in mezzo al pendio, la
prima cosa solida da stamattina. Monica affronta sicura il traverso
esposto, io riparto sempre più impaziente di vedere cosa ci aspetta dietro
l'ennesimo angolo. Ora, a freddo, davanti alla tastiera, le parole che
scorrono veloci, capisco cosa è incredibilmente bello di queste salite.
Senza relazione, senza conoscere il posto, non sai mai cosa ti aspetta
l'istante dopo. Quello che al momento ti tiene sulle spine alla fine è
quello che più di darà il gusto dell'avventura! Risalgo quindi un canale
che sembra per l'ennesima volta il nostro vajo, finisce su una crestina di
neve ma una nuova strettissima goulotte ci invita a salire. Cinquanta
metri di esaltante arrampicata su neve e ghiaccio ripido e mi ritrovo
finalmente su un largo pendio. Recupero Monica su uno spuntone e intanto
un grido di gioia mi sale dentro... siamo fuori! Ce l'abbiamo fatta...
ecco la roccia gialla descritta dalla guida, ecco da dove sale il vajo
Nascosto, là sulla destra, alla fine l'abbiamo scovato.. proprio alla fine
però! Ancora 100 metri di canale, un'ultima marcissima paretina di roccia
e sbuchiamo sulla cresta, avvolti nella nebbia. E Monica che voleva andare
sul Ben Nevis, quest'anno.
Altro che Ben Nevis, Monica, oggi lo abbiamo trovato noi il nostro Ben
Nevis!
(relazione
e foto della salita)