Iniziazione

 

di Sandro De Toni 

 

Alpi Carniche, Monte Sernio, versante Nord-Ovest: il racconto di un iniziato all'esperienza della montagna.

 

Da Chiaulis, il mio paese d'origine, il Monte Sernio si vede appena. Solo una piccola insellatura nel compatto muraglione della Creta del Mezzodì, che si innalza di fronte al paese dall'altra parte della valle, consente di scorgerne la cima di calcare chiaro, contrastante col grigio cupo delle pareti che le fanno schermo. Eppure, per uno strano effetto percettivo, forse proprio perché appare ‘dietro’ pilastri imponenti e svetta su di essi, si direbbe che sia molto più grande di questi, colossale, di dimensioni quasi himalayane.

Fin da piccolo sono stato attratto dalla misteriosa presenza del Sernio, là dietro, oltre le prime barriere di roccia. Per questo spesso chiedevo a mio zio di parlarmene. E lui raramente resisteva alla tentazione di renderla ai miei occhi ancora più imponente, misterioso e minaccioso. Al tempo della guerra, raccontava, sulle pareti della montagna era precipitato un aereo, si dice americano. Per mesi la gente dei villaggi era salita con gerle alle spalle e scarpe di panno ai piedi per recuperare il prezioso alluminio della scocca, cosicché, in breve, dell'aereo era rimasto poco o niente. Anche mio zio, in occasione della sua unica ascensione alla vetta, era andato a vedere i resti del velivolo. Raggiungere il posto non era stato facile: una lastra inclinata costringeva a togliersi le scarpe per fare aderenza coi piedi sulla roccia ripida.

Lo zio non mi aveva mai spiegato in maggiore dettaglio le caratteristiche dell'ascensione. Aveva solo parlato di ore di cammino, di tratti impegnativi ed impervi e del fatto che, al ritorno, le sue scarpe con la suola di panno erano piuttosto malridotte.

I suoi racconti non facevano che aumentare il mio desiderio di salire su quel lontano triangolo di roccia. E non perdevo occasione per parlarne con l'uno o con l'altro, in paese. Solo Galdino, un ragazzo più grande di me, mi aveva dato qualche speranza. Di lui si diceva che andasse sotto le rocce più alte a raccogliere radici di genziana e che di tanto in tanto si arrampicasse sui muraglioni sopra la strada per allenarsi ai suoi vagabondaggi tra i monti.

Finalmente, un venerdì sera, Galdino mi si avvicinò e, con fare complice, mi disse: “Domani si parte. Andiamo sul Sernio”.

A sentire quelle parole, ogni mio desidero di salire scomparve. Già vedevo mia zia descrivermi con voce cupa tutti gli spaventosi pericoli che avrei dovuto superare: la mancanza di sentieri nel bosco, i precipizi, i sassi che cadevano, il freddo, la pioggia, animali pericolosi, come il misterioso badelesk1... E quasi speravo che mi dicesse: “Stai a casa, al caldo; altro che andare a cercarsi guai tra le rocce!”.

E invece, quando gliene avevo parlato, anche se intristita e preoccupata, mi aveva dato il suo più completo appoggio: aveva trovato un vecchio zaino e una coperta per la notte, staccato un salame tra quelli appesi ad asciugare nell'essiccatoio, riempito una piccola bottiglia di vino, infilato il tutto nello zaino e, con mille raccomandazioni, mi aveva lasciato partire.

Galdino mi aspettava in piazza con Andreino, un ragazzo più giovane di me, dai capelli lunghi e arruffati, che sembrava incredibilmente sveglio e attivo, e con Silvio, dell'età di Galdino, un tipo imponente con una voce calma e profonda che dava un senso di forza interiore.

Partimmo a rotta di collo a cavallo di due trial e, a velocità per me spaventosa (non ero mai salito su una moto), raggiungemmo il fondovalle. Lasciate le moto, ci incamminammo a piedi. La meta di quella prima giornata di marcia era il Rifugio Monte Sernio, incustodito, posto dietro il muraglione della Creta del Mezzodì. Mentre affrontavamo i primi tornanti del sentiero in direzione Cueston, Andreino si lasciò sfuggire che avremmo ripetuto una vecchia traccia che veniva usata da coloro che da Salino salivano al Sernio per recuperare l'alluminio dell'aereo. Avremmo dovuto raggiungere prima i Mingui, località in cui i miei zii falciavano ancora alcuni prati, poi un pascolo abbandonato più alto (Spuvinceas), imboccare un lungo canalone che taglia a metà la bastionata della Creta, e da lì... Andreino non sapeva se e come si sarebbe passati. Il nonno gli aveva raccontato di un passaggio ostico per oltrepassare le creste, ma forse, aggiungeva Andreino, col recente terremoto le caratteristiche della parete erano cambiate.

La prima parte della salita si svolse come da programma. Con Andreino che faceva il passo, rapidamente arrivammo in cima al canalone.
Alla vista di quello che mi aspettava, il poco entusiasmo per l'ascensione risvegliatosi in me durante l'avvicinamento era svanito. Il canalone terminava con un colletto che dava sul niente, mentre una cinquantina di metri di fronte a noi si vedeva una parete apparentemente verticale di roccia terrosa. Io non capivo da che parte si potesse proseguire. Gli altri, senza mostrare preoccupazione, tirarono fuori qualcosa da mangiare e si misero a discutere sul da farsi. Alla fine decisero: si sarebbe superata una paretina strapiombante di un paio di metri alla sinistra del canalone e ci si sarebbe incamminati lungo una cengia obliqua verso la parete di fronte, fino ad un canalino di un'ottantina di metri da seguire mirando alla cresta terminale.

Dopo che, unico, ebbi cambiato le scarpe da ginnastica con gli scarponi, ci avviammo. Avevo il cuore in gola. Andreino e Silvio superarono rapidamente il salto strapiombante. Poi toccò  a me. Afferrai un appiglio, poi un altro e... mi ritrovai tra le braccia di Galdino. L'appiglio che avevo preso con la mano destra mi era rimasto in mano; e solo la capacità di previsione di Galdino aveva impedito che battessi l'osso sacro sui roccioni sotto la paretina. Grazie ai consigli (e al sostegno) di Galdino, al secondo tentativo le cose andarono meglio.

Quando fummo tutti sul lastrone che costituiva la cengia, ci spostammo lungo di esso e arrivammo sotto la parete terminale che, vista da lì, per mia fortuna non appariva verticale come osservata di fronte. Anche il canale non si rivelò impegnativo come avevo temuto: l'unica reale difficoltà fu data dal superamento di una strozzatura a campana, risolto grazie all'aiuto di Andreino che mi resse il piede destro con la mano mentre oltrepassavo l'ostacolo; poi un po' di lotta coi mughi, la ricerca del sentiero e giù, di corsa verso il rifugio.

La giornata si concluse con le operazioni necessarie a prepararci per la notte e a cucinare qualcosa da mangiare. La cena fu a base di spaghetti al salame annaffiati da abbondante vino rosso.

Nel frattempo fuori era scesa la notte. La mole chiara del Sernio si stagliava contro un cielo blu scuro che, a occidente, sfumava nel viola, creando strani giochi di forme e di colori con le ombre nere degli alberi. Il silenzio era rotto solo dal soffio del vento tra gli abeti attorno al rifugio.
Prima di stenderci per dormire, scambiammo due parole guardando il fuoco che avevamo acceso nel caminetto del rifugio.

La mattina mi sorprese all'improvviso. Appena all'esterno si era fatto grigio, Andreino era saltato fuori dal suo giaciglio, Silvio si era messo a preparare un buon tè corretto con una generosa dose di rum e Galdino aveva finito di disporre le cose per la partenza.
Alle mie domande sulle caratteristiche dell'ascensione al Sernio, tutti rispondevano tranquillizzandomi. Sarebbe stato tutto più semplice che non il giorno precedente.

Si partì al solito ritmo indiavolato. Attraversammo un rado bosco e un prato d'alta quota sul quale fiorivano qua e là piante di genziana e giungemmo all'attacco dello spigolo Nord-Ovest. Ancora una volta fui stupito nell'accorgermi che la parete chiara, vista da vicino, sembrava meno severa di quanto non apparisse dal rifugio. Per un po' seguimmo i bolli gialli della via normale. Poi i miei tre accompagnatori decisero per la direttissima. Da quel momento l'ascensione si trasformò in una corsa in verticale lungo canalini e paretine di roccia stranamente ottima. Della salita ho solo pochi flash: uno straordinario cristallo incastonato in un buco nella roccia, alcune stelle alpine, tracce di fossili.

Ad un certo punto ci trovammo a non dover salire più. Eravamo sulla cima del Sernio. Tutto intorno si vedevano profili ondulati di monti, più o meno azzurri a seconda della distanza e lontano, a sud, la pianura. Guardando più in basso, attraverso un'insellatura, si scorgeva Chiaulis, un piccolo labirinto di tetti e stradine. “Chissà se ci stanno guardando col binocolo”, pensavo.

Silvio interruppe le mie riflessioni ricordandomi che dovevamo scendere. La strada per casa era ancora lunga.
Non avevo nemmeno finito di chiudere lo zaino che quei tre diavoli scatenati erano già partiti correndo a saltoni lungo la via normale. Io tentavo inutilmente di star loro dietro, senza riuscirci. Rinunciai del tutto a farlo quando, nell'ennesimo tentativo di replicare un balzo felino di Silvio, uno scarpone mi rimase incastrato tra due pietre, costringendomi ad una capriola a mezz'aria con atterraggio di schiena sull'unico lembo di prato sottostante. Indotto a più miti propositi dall'incidente capitatomi, rallentai la mia discesa lasciando andare i tre disperati.

Li ritrovai più in basso, sulla parete ovest del tozzo campanile del Nuviernul di Mezzo, mentre salivano come ragni rabbiosi lungo le linee arrampicabili offerte da una serie di singolari erosioni oblunghe scavate nella roccia. Qualcuno deve avere ancora una foto, che scattai io, di loro tre attaccati alla parete.

Quando mi videro arrivare, ridiscesero. Assieme ci avviammo lungo il canale che conduce al ghiaione sottostante.
Proprio allora accadde qualcosa che mi è rimasto fortemente impresso nella memoria. Andreino, che aveva visto più in basso qualcuno sul sentiero, non so per che motivo identificò quel qualcuno con un gruppo di triestini, salì su un pinnacolo di roccia e cominciò ad urlare: “Triestins bastarts! Triestins bastarts!”. Il suo grido echeggiava per il vallone, rimbalzava tra l'immenso scudo nord-est del Sernio e le pareti dei suoi satelliti e ritornava a noi, sotto un cielo che si era fatto cupo e grigio di pioggia. “Triestins  bastaaarts!”, urlava Andreino, forse, o almeno così io credo, per esprimere il suo disprezzo nei confronti di chi, straniero, invadeva irrispettosamente il suo mondo magico. Credo che il grido sia ancora lassù, pietrificato tra le rocce e pronto a piombare come una maledizione su chi violi con comportamenti irriverenti la sacrale bellezza di quell'anfiteatro di rocce2.

Alla fine non piovve. Arrivammo in località Vintulis, un vasto prato sul quale erano sparsi qua e là vecchi fienili in legno ancora in uso. La vista sulla valle sottostante era magnifica.
Da lì il sentiero proseguiva in basso verso Dierico. Ma i miei amici decisero che era il caso di concludere degnamente il tour raggiungendo il luogo nel quale avevamo lasciato le moto attraverso l'intricato bosco che si stende sulla sinistra orografica della valle. Io, stanco di emozioni forti, avrei preferito rientrare lungo l'ampio e sicuro nastro asfaltato, ma non osai contraddire le mie ‘guide’.

Prendemmo così per vaghe tracce attraverso il bosco in direzione sud-ovest, giungemmo al profondo squarcio creato sul versante dal Riu Mâl (un nome che è tutto un programma: Rio Cattivo), trovammo, non senza una certa fatica, un varco per oltrepassare l'aspro canalone (in questo consisteva il bello della variante, secondo i tre) e giungemmo finalmente in zone a me note, i salets3 lungo il torrente Chiarsò in prossimità di Salino, da me spesso battuti pescando.

Giunti in prossimità di Chiaulis, Silvio e Andreino salutarono Galdino e me e rientrarono a casa. Ci eravamo dati appuntamento per il dopo cena, ad una festa organizzata in un paese più in basso.

Quella sera, per la prima volta, bevvi birra per la gioia di essere (ancora) vivo, un sentimento forse esagerato (in fondo, col senno di poi, non avevamo superato difficoltà così estreme), ma nuovo per me, abituato com'ero, a quell'età, ad oscillare tra la depressione e la noia per un'esistenza che trovavo incomprensibile e vuota. Andreino, Galdino e Silvio (in rigoroso ordine alfabetico), senza volerlo, mi avevano aiutato a capire qualcosa di molto importante: la disperazione che provavo non poteva essere uno stato d'animo assoluto, riguardante tutta la mia vita e che la caratterizzasse in toto come assurda e senza senso. Tenendomi con le mani tremolanti sugli appigli instabili del muro terminale della Creta, mi ero dovuto rendere conto che qualcosa dentro di me desiderava con tutte le sue forze continuare ad esistere, anche solo per gustare il sapore amarognolo della birra o per provare la piacevole stanchezza che pervade il corpo dopo una giornata passata sulle rocce.

Da allora questa consapevolezza non mi ha più abbandonato. 
Ho nei loro confronti un debito impagabile. 

 

<2001>

Sandro De Toni

 

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N.d.a.

1 Basilisco, grande lucertola volante dall'incerto statuto ontologico e dagli oscuri poteri, su cui presso molte comunità alpine si narrano le leggende più disparate. (^)

2 In una mia recente visita al Rif. Monte Sernio, ho trovato sul libro di rifugio un aspro commento di uno dei ragazzi non so se di Valle o di Lovea a riguardo di un gruppo di “triestini” che avrebbe lasciato i locali in condizioni indegne. L'antipatia che alcuni giovani della Valle dimostrano talvolta nei confronti dei forests, per lo più identificati con gli spesso incolpevoli triestini, credo sia espressione di una reazione stereotipata di rifiuto verso l'altro, quell'altro che, come spesso accade, per la sua diversità e con la sua semplice presenza viene percepito come un attacco all'identità personale o culturale. Chiaramente occasionali atteggiamenti incivili di mancanza di rispetto nei confronti delle cose e dell'ambiente da parte di visitatori esterni non fanno altro che confermare lo stereotipo. Sia chiaro che, per quanto mi riguarda, ritengo i triestini persone rispettabilissime e Trieste una delle più suggestive città sul mare d'Italia. Ho riportato l'episodio solo per dovere di cronaca e per il suo valore simbolico. (^)

3 Saliceti. (^)

 

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE

ATTILIO DE ROVERE - MARIO DI GALLO, Alpi Carniche (Volume 1), GUIDA DEI MONTI D'ITALIA C.A.I. - T.C.I., Milano 1988, pp. 351-2.

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