Inaspettate esplorazioni

Regali della neve di fine stagione in Appennino

 

di Germana Maiolatesi

 

Gran Sasso d'Italia, Massicci del Corno Piccolo e del Corno Grande: una solitaria scialpinista si avventura coraggiosa ad esplorare i ripidi canali dell'Appennino Centrale (primavera 2001).

 

1.
I lunghi oscuri chilometri dentro la galleria del Gran Sasso sono una ovattata parentesi di isolamento, un tempo irreale fuori dal mondo. Uscire dall'altro lato vuol dire sbucare all'improvviso nell'ambiente verdissimo del versante adriatico, dove i colori, ancora più brillanti che all'entrata, e le forme, ancor più imponenti, riprendono subito possesso dello sguardo. Una piazzola sul bordo di un viadotto per studiare il Vallone e i pendii del Brancastello: lingue di neve smagrite ed interrotte rigano i prati primaverili. Non abbastanza neve.

Ma l'allegria continua. Filo via verso Fano sfruttando quasi a fondo le prestazioni della Marea. Su per i tornanti, di corsa. Poi rallento un po', faccio il conto alla rovescia in quegli ultimi pochi metri aspettando il momento in cui la strada, valicando, mi porterà a sbattere contro l'immagine imponente della montagna. Il conto alla rovescia, scandito ridendo, è solo un gioco scherzoso, una burla per sdrammatizzare, caso mai servisse, il momento della verità: in realtà aspetto quell'istante, quella visione, indipendentemente da ciò che mi dirà stasera. Ogni volta che svolto a questa curva in cima alla salita, mi torna in mente la frase di Silvia tanti anni fa, “Quanto sei bello, zozzone!”, così buffa e così spontanea, mi torna in mente specie se è primavera come allora e i nevai residui stendono sulla mole rocciosa un chiarore diafano e una bellezza incomparabile. E anche stavolta, nella luce trasparente della sera, la visione improvvisa, per quanto attesa, mi sommerge, mi lascia per qualche istante senza parole.

Quanto è largo, ancora1... E' incredibile, è come se passati quei tre giorni di caldo furioso a cavallo del primo maggio, la neve avesse smesso di consumarsi e tutto si fosse cristallizzato, congelato.  Il canale “c'è”. Mi viene una insana e irrazionale certezza che questa sarà la volta buona e l'allegria diventa ancora più incontenibile. Telefono a Stefano, il quale però non verrà: mi dice di aver perso la concentrazione.

C'è una tranquillità da stagione morta, a Fano, quasi da coprifuoco, e la taverna “7F” è chiusa, così devo scendere ad Apprati per cena. Risalgo a Prati di Tivo per dormire lungo la strada dello Jarkun nel silenzio della faggeta. E' freddo, sembra inverno, 4°C.

Bisognerebbe avere un interruttore per spegnere questo flusso di energia incontenibile. Ma non esiste un interruttore del genere, e così fatico ad addormentarmi. Oltre tutto, per qualche strano motivo ben noto però a chiunque faccia alpinismo, questo momento, quello di dormire, è quello in cui tutti i dubbi la fanno da padroni, e le paure, casomai ce ne siano (quasi sempre), emergono dal subconscio e prendono possesso dei pensieri. Io comincio a pensare al freddo. Il freddo è una cosa buona. In questi due giorni, dopo che ho cominciato ad accarezzare l'idea di tentare di nuovo, ho avuto timore del caldo eccessivo, quello che resta durante le ore notturne, visto che era necessario che la neve completasse la trasformazione e si indurisse fino in profondità. Non ho affatto considerato che potesse di nuovo capitarmi, come già accaduto, di trovare il canale troppo gelato. E' che uno progetta una discesa così e si immagina una bellissima giornata di sole; in fondo è maggio, anche il Sivitilli a maggio prende il sole... ma domani probabilmente non sarà una giornata completamente serena, è facile che salgano nebbie e che la neve non si ammorbidisca. Sposto la sveglia un po' più tardi, alle 6:30, ma continuo a rimuginare e mi addormento ad un'ora impossibile.

 

2.
La notte è stata relativamente calda, ho avuto sete. Un passaggio di nuvole alte e stratificate sembra voler scivolare via e lasciare il posto al sereno, ma ad ogni tentativo di rimonta dell'azzurro altre nuvole arrivano da chissà dove e si ingrossano sopra la montagna.

Tergiverso, temporeggio nel prepararmi, convinta che il tempo sia per una volta a mio favore e che più tardi salgo meglio sia. Arriva Sandro con una parte del corso, ma Luca ancora non si vede. Arrivano anche due amici aquilani, Alfredo e Ugo, che cominciano a prepararsi per il Sivitilli. Mi convinco che avrò compagnia nella discesa ma dopo poco l'equivoco si chiarisce: saliranno senza sci.

Comunque, andiamo su insieme. La prima neve che tocchiamo è durissima, ma più in alto comincia della neve bianca ancora non perfettamente trasformata, con un profondo strato molle sotto una crosta superficiale che salendo a piedi si sfonda. Mi sembra che sia sufficientemente portante per galleggiarci con gli sci e che la superficie si stia ammorbidendo abbastanza. Ugo e Alfredo gentilmente battono la traccia, io sacramento perché le pelli di foca non vogliono saperne di aderire alle solette e sono costretta ad affaticarmi dentro ai loro profondi (ma indiscutibilmente provvidenziali!) gradini.

Quando entriamo nel canale la superficie della crosta diventa molto più dura: a piedi si sfonda ancora, ma non faccio fatica ad immaginare l'effetto di questa glassa sotto alle lamine degli sci. Saliamo comodamente dentro ad una rigola di notevoli dimensioni, io con la speranza che il solcone coinvolga solo la parte bassa del canale, dove la larghezza è tale che si riesce a sciare lo stesso.

Invece, il fosso prosegue e oltre la prima strettoia interessa l'intera larghezza del canale. Dopo la curva poi, la superficie appare accidentatissima: solchi, gobbe, enormi grumi gelati, non rimane un metro quadro liscio dove io possa immaginare una curva. Se almeno la neve fosse molle, forse si potrebbe pensare di scendere anche su ‘sta roba, ad essere molto, ma molto bravi, sicuramente più di me e non senza un po' di rischio... Ma niente da fare; le nuvole si sono chiuse sopra la montagna, ora si alzano, ora si riabbassano, ma non lasciano alcuno spazio al sole. Gira nell'aria qualche fiocco di neve.

Salgo lentamente, sconfortata, indirizzando epiteti al canale, ad ogni passo ho voglia di fermarmi e scendere. Non ha quasi senso andare su, ma comunque finisco per raggiungere i due aquilani sulla cresta. Se non fosse che con Alfredo e Ugo non ho poi tutta questa familiarità, darei voce alle più fantasiose imprecazioni e parolacce che mi è dato di conoscere o inventare lì per lì.

 

3.
Soffia un vento tagliente ed è impossibile fermarsi per più di qualche minuto: gli aquilani scendono per la normale sud, io carico gli sci a capanna, tanto su quelle montagne russe non si può neanche scalinare, e vado giù da dove sono venuta. 

Dopo la strettoia, dove il canale si riallarga,  comincio a pensare di mettere gli sci. Certo la crosta è duretta... e qui è scomodo fare manovre. Veramente mi viene da pensare che sia pericoloso, impossibile, fare manovre, come se non fossi la stessa persona che ha tolto e rimesso gli sci un inverosimile numero di volte su pendenze non inferiori a questa, anche senza utilizzare la piccozza, che oggi invece ho con me nello zaino. A forza di trovare questo canale in condizioni tali da non essere sciabile, ci ho creato sopra un mito e gioco talmente in rimessa, per il semplice fatto di stare qua dentro, che non mi sento più in grado di fare cose che in realtà posso fare benissimo. 

Finalmente trovo la grinta per tirarmi fuori dalla rigola e guadagnare lo striminzito pendio. Comincio a fare una scoperta (!?!) che perfezionerò più tardi: se sto in piedi sul pendio, ferma a guardare in giù, istintivamente mi inclino un po' verso di esso, nell'assetto che è più comodo per salire. In questa posizione la china appare ripidissima. Se provo appena a spostarmi verso l'esterno riguadagnando la verticalità, la prospettiva cambia completamente e la pendenza mi appare ricondotta alla sua reale misura, anzi, anche meglio. E così, se non faccio caso a questo mio spostamento di baricentro, la discesa mi appare per un attimo orrendamente precipite, e l'attimo dopo completamente innocua, in una schizofrenia che solo questo canale bastardo può ispirarmi.

In realtà la pendenza in questo tratto non supera i 45°, una cosa del tutto tranquilla. Metto gli sci e scivolo un po': sì, la crosta è duretta ma le lamine dei Vertical sono impeccabili. Che succede se salto... se do un bel colpo col bastoncino faccio una buca. Ho il timore che nell'atterraggio dal salto succeda la stessa cosa, col risultato di capovolgermi. Tasto a valle col bastoncino, mi sembra sufficientemente consistente, e finalmente salto con prudenza, per poi saltare ancora e ancora, senza che si sfondi proprio un bel nulla. Magia dei miei 50 chili... Finisco per sciare, nella strettoia di uscita, sulla larghezza dei miei sci, costretta  tra le rocce e la rigola. Ci ho preso gusto. Peccato che risalire non abbia assolutamente senso, le montagne russe della parte alta sono sempre là, impercorribili, almeno per me.

Però... sul canale di sinistra c'è la traccia di salita di quelli del corso. Gentilmente, Luca e gli altri hanno portato su di lì gli allievi evitando il Sivitilli per non disturbarmi nella discesa. Il canale2 ormai è piuttosto stretto, ma appare liscio, senza altro solco che una rigola leggerissima in uscita. Altre volte l'ho guardato progettando di concatenarlo al Sivitilli, ma non mi era mai venuto in mente di poterlo scendere al posto del Sivitilli, anche perché l'esposizione dei due canali è molto simile e così presumibilmente le condizioni, e di questo secondo non si conosce discesa. Magari è anche più difficile... Oggi però è liscio, sicuramente un po' più stretto, ma liscio.  Mi sembra una follia, ma in fondo... perché no. Provo a riacchiappare Luca in cima alla Spalla, e finalmente vedo com'è questo canale, poi si decide.

Vado su quasi di corsa dentro alla traccia profonda e lineare, salgo di fretta, a strappi, in un modo che non è il mio. Le impronte formano alti gradini che non mi consentirebbero comunque una camminata regolare. Intanto, mi guardo intorno e rifletto. Mi giro ogni tanto a guardarmi alle spalle e il canale mi sembra ripidissimo, specie considerando l'esigua larghezza, ma poi mi ricordo di spostare il corpo verso l'esterno e l'effetto è subito più tranquillizzante. E' un po' ridicolo averci messo tanto a fare questa scoperta, sono anni che scendo canali ripidi. Ma è un buon momento, questo, per un po' di autoironia; se mi prendo troppo sul serio, me, il canale e il tempo, va magari a finire che mi metto paura. Le nuvole intanto mi si chiudono attorno più volte, mi sento completamente isolata, e un po' scema, ed ho fretta di raggiungere gli altri sulla cresta perché almeno qualcuno sappia che sono qui, ma so benissimo che potrebbero già essere andati via. Viene giù una spallinata di nevischio.

Il canale si dirama: la traccia sale a destra ed io la seguo per risparmiarmi la fatica di batterne una nuova, ma questo ramo ha una strettoia dove in discesa sarei costretta a togliere gli sci. L'altro ramo, ben visibile, sembra più regolare, anche se si impenna molto all'uscita. 

Infine la pendenza comincia a diminuire sulla grande schiena d'asino del pendio finale, ormai fuori dal canale. Comincio ad intravedere, nelle nebbie che vanno e vengono, la cresta e qualche figura incappucciata che si muove nel vento, sul bordo delle rocce. Arrivo su di corsa, ci sono ancora Luca, Giulio e un paio di allievi; il resto del corso è già defluito giù per la normale sud. Luca, con solo il pile addosso batte le mani semiassiderato, ha scattato fotografie senza indossare i guanti. Io non voglio correre il rischio di freddarmi perché poi non avrei più la scioltezza necessaria a scendere. Il tempo di salutare, meno di un istante per mettere gli sci e controllare bene gli attacchi, quasi bloccati.

 

4.
La neve della schiena d'asino fa impressione. E pensare che a piedi si affonda. Gli sci invece galleggiano e grattano la superficie dura e fortunatamente abbastanza ruvida. Meno male che la pendenza è del tutto modesta perché in questo tratto tutte le linee del pendio precipitano inesorabilmente verso la parete... penso con piacere alle becche montate sui bastoncini, davvero una grande invenzione, ma come ben noto un'eventuale scivolata andrebbe arrestata nei primi tre o quattro metri. Per il resto, mi sento completamente distaccata, stranamente priva di emozioni. 

Mi tengo a destra della traccia e scendo fino alla crestina che chiude in alto il ramo che ho scelto. Qua sotto il canale è più girato verso ovest e per questo la neve dovrebbe essere più trasformata, più sicura: è indispensabile che almeno sui primi salti, quelli più esposti, la crosta non abbia cedimenti traditori.

In bilico sulla crestina, qualche attimo di concentrazione. Non voglio perdere metri derapando (preziosi metri di rara neve...), sono qui per divertirmi, per sciare. Firn, questo qui è quasi firn... se solo mi dimentico che a piedi si sfonda. Salto con cautela immediatamente sotto il filo di cresta, la sensazione è subito di grande sicurezza, l'atterraggio non dà problemi,  i Vertical sono impeccabili... dai che va... dopo due o tre curve la superficie si fa già più dura, so che è meno trasformata per effetto dell'ombra quasi perenne dentro al canale: non devo dimenticare di tastare col bastoncino a valle per individuare eventuali punti di fragilità; il divertimento sta sommergendo ogni altra sensazione, compresa una sana ed indispensabile prudenza.

Tre o quattro metri di derapata per superare una strettoia, poi il canale si allarga un po' dopo la confluenza con l'altro ramo. Qualche sosta in più per aspettare che le nebbie si riaprano, e invece si mette a nevicare, a pallini, quasi con cattiveria, il bastardo!, ma la cosa ormai è del tutto ininfluente.

L'uscita dal canale è senza storia.
Non resta che sciare sulla neve di pessima qualità del pendio aperto, dove la crosta ormai troppo molle sfonda del tutto, alla ricerca del punto in cui ho lasciato le pelli e i coltelli. Poi finalmente guadagno la neve più vecchia, solo poche divertenti curve purtroppo, le lingue terminano in alto.

Piove. Ho fatto appena in tempo a cambiarmi e a buttare vestiti e materiale in auto, senza neanche troppo ordine, e infilarmi dentro anche io. Chiamo al telefono Lino per cenare assieme stasera, poi salgo a Cima Alta per aspettare Luca e gli altri. Dopo l'acquazzone sta già tornando il sole e posso fare due passi fino alla croce, quell'enorme mostruosità che qualcuno ha piazzato là sopra, davanti al triangolo selvaggio e misterioso dell'Anticima, forse pensando di poter sfidare la grandiosità della parete. Studio l'architettura dei canalini dentro al Vallone delle Cornacchie,  sulla destra orografica del Franchetti, per costruirmi mentalmente una discesa. Il Vallone è ben innevato e domani salire in vetta può essere funzionale per un migliore allenamento in vista del Gran Zebrù. 

 

5.
La pioggia ha lasciato una serata di vento pulito e frizzante, di foglie lucide e di aria tersa. Lino mi guida per le strade di Pietracamela, a scoprire le forme e la vita del paese. La parte vecchia con i vicoli ripidi e stretti e le case addossate le une alle altre, delle quali ricordo gli interni complicati e i particolarissimi caminetti con la doppia camera. La parte nuova, dove vecchi ‘pagliai’, come lui dice intendendo forse i fienili, sono stati ristrutturati ed ora mi appaiono bellissimi assolati rustici in pietra chiara che si scaldano agli ultimi raggi del sole al tramonto. Questa parte del paese è ariosa e gode di un'esposizione incantevole, ha quell'atmosfera particolare che mi comunica la nostalgia di voler restare. Arriviamo al rustico che Lino ha ristrutturato, due basse costruzioni in pietra che si guardano, racchiudendo un piccolo patio anch'esso in pietra, con vasi di fiori ed un'aioletta al centro. Tutto ha un aspetto raccolto, nitido e accogliente. Gli interni sono luminosi, con spazi piccoli ma ben organizzati. Trapela in ogni cosa il lavoro e la cura intelligente del mio amico: anche i due bei letti in ferro battuto sono opera sua.

Il paese ha un aspetto più vivo di quanto mi aspettassi, anche se Lino mi assicura che d'inverno purtroppo è quasi disabitato. Scambia qualche frase con persone incontrate per strada e scopro che il dialetto locale, parlato “stretto”, è praticamente incomprensibile, cosa che non capita in altri posti dell'Abruzzo e dell'Italia centrale. 

Ceniamo in un piccolo ristorante che ha aperto da poco in paese; c'è una tavolata di scialpinisti emiliani che erano su a Cima Alta a guardare le montagne, ai quali si sono uniti due ragazzi di Chieti che ai Prati mi avevano chiesto  delle informazioni. Anche questo locale, dove la cucina è quella di alta qualità alla quale le trattorie abruzzesi ci abituano, è un confortante segnale di ritorno alla vita per Pietracamela.

Risalgo verso Prati per dormire. I fari illuminano qualcosa di tondeggiante e goffo che caracolla verso la scarpata, ci metto una frazione di secondo per bloccarmi in mezzo alla strada (fortuna che è deserta) e catapultarmi fuori mollando tutto per catturare la bestia. Il riccio, disturbato, si appallottola all'improvviso quasi intrappolando inaspettatamente le mie dita, poi si riapre curioso per guardarsi intorno coi suoi occhietti vivaci, non so neanche dire se sia davvero spaventato, è che la voglia di tenerlo in mano e familiarizzare con lui è tale che preferisco pensare che non lo sia affatto. E' più curioso e meno schivo di quanto siano di solito. Si riapre più volte e fa la palla solo se lo tocco sul musetto. Punge un po' le mani. Appena un minuto, poi lo deposito nell'erba, davvero a malincuore.

 

6.
Alle cinque di mattina è un freddo pungente, il termometro segna 0°.
Mi sono fermata a dormire al tornante perché volevo essere in un posto più aperto e guardare sopra di me la volta nerissima punteggiata di stelle. Ora un'alba pallida si stende sulle montagne. Il cielo è freddo e sereno. Un silenzio invernale regna nel bosco, neanche la sonora mitragliata del picchio sul legno dei tronchi rimbomba tra i faggi.

Vado via da Cima Alta sulla gobba erbosa completamente deserta; camminando veloce quasi non mi accorgo del sole che viene su alle mie spalle, ma solo della luce che aumenta all'improvviso e dell'irreale mutare dei colori e incendiarsi delle rocce. Subito, è giorno, un giorno pieno e luminoso.

Mi godo la solitudine, illusa che durerà fino al rifugio, e invece all'Arapietra, a pochi passi dalla stazione della seggiovia, uno scialpinista arriva in cresta dal pendio di destra: è uno dei due ragazzi di Chieti, l'altro è poco lontano.  Ci salutiamo.

Per un po' li ho dietro, ma nel vallone, appena metto gli sci, cominciano i problemi: le pelli di foca di riserva, consumatissime, non fanno un minimo di presa sulla neve gelata. Grandi slavine sono scese giù dai canali della Est, il terreno è sconnesso e complicato. Sotto il rifugio decido che ne ho abbastanza, infilo i ramponi e lego al traino gli sci. Ai miei due compagni di salita le cose sembrano andare un po' meglio: mi piacerebbe avere le pelli più nuove, anche io preferisco salire con gli sci e il terreno non è più gelato né più ripido di altre volte. Mentre cambio assetto mi raggiungono e arrivano al rifugio poco prima di me.

Il Franchetti si è appena svegliato, Luca sta facendo colazione e mi offre gentilmente un tè caldo. Appena il tempo per quattro chiacchiere e già riparto, con addosso tutti gli indumenti che ho con me, compreso il gore-tex:  si è alzato un vento gelido e la montagna si sta coprendo. I due ragazzi abruzzesi partono dietro a me, uno mi imita e porta gli sci al traino. Scambiamo due parole sul fatto che oggi è veramente più comodo così, e su questa splendida trovata appenninica del cordino, che ai nordici non entra proprio in testa: quasi come se gli sci non fossero fatti per scivolare sulla neve, magari tirati appresso quando non si riesce più a starci sopra. L'altro insiste con gli sci ai piedi ma fatica parecchio e resta un po' indietro.

Noi due a piedi arriviamo assieme in cima alla morena, dove lui si ferma ad aspettare il compagno, così io mi immergo da sola nella nebbia che ha colmato il Calderone e perdo ogni contatto con qualsiasi cosa viva. Improvvisamente, la solitudine agognata diventa quasi quasi leggermente opprimente... Fa freddo, ho le mani gelate, persino le punte dei piedi gelate, e pure sto camminando veloce. Rimpiango ardentemente il mio caldissimo duvet di piumino che oramai lascio a casa da diverse volte.

 

7.
Vado su a senso, nella nebbia, attraverso i resti di una slavina sulla destra e poi salgo dritta, immaginando attorno a me le linee del pendio che conosco. Ogni tanto si percepisce sul terreno una leggera traccia di qualcuno salito probabilmente ieri, con gli sci. Fa piacere vederla, ha l'aspetto di una cosa reale. Le forme che spuntano dalla nebbia sono prive di dimensioni certe, sembrano enormi e sono piccole, sembrano piccole e... una linea davanti a me, nel chiarore più intenso, mi sembra solo una piega del terreno e invece la luce aumenta e svela la cresta, vicinissima. Sono andata veloce, pensavo di dover salire ancora molto. Guadagno la cresta, mollo gli sci sopra il consueto pendietto ripido, legandoli alle rocce perché il vento non se li porti via, e vado in cima. Ancora una volta, nebbie, evanescenze e qualche improvvisa e brevissima schiarita. Il marchio di tutta una stagione. Saluto ad alta voce da sopra il Canalone Centrale3, che si intravede appena. L'orologio segna le nove e un quarto, è una sorpresa, mi aspettavo fossero almeno le dieci: sono partita alle 5:45 e sono stata ferma al rifugio un quarto d'ora; per i miei tempi normalmente geologici è un record. Beh, lo scopo era questo, allenarsi: visto che l'idea di venire a dormire in vetta, nata venerdì in piena eruzione vulcanica, sfumerà inesorabilmente davanti alle difficoltà, al poco tempo a disposizione e alla meteo incerta, almeno sono salita su velocemente oggi, e ho migliorato il mio fiato.

Altrettanto di corsa di come sono arrivata me ne vado, approfittando di una schiarita: la neve è dura e fredda, bellissima, e le lamine sul breve tratto ripido tirano su nel vento spruzzi di polvere. I due ragazzi di Chieti sono fermi sulla sella, ci salutiamo con un gesto.

Il Calderone è una grande ciotola dai bordi indefiniti e colma di accecante bambagia: devo fare lo slalom tra i blocchi induriti che la slavina ha spinto un po' ovunque, poi in fondo alla comba per un attimo è di nuovo completamente buio: mentre pazientemente aspetto sul bordo della morena una schiarita, arrivano su dal pendio, in fila, i ragazzi emiliani. Poi finalmente torna la visibilità e mi godo la discesa, sulla neve ancora durissima e levigata. Non finisco mai di stupirmi di come si comportano i Vertical. Sono sci non sciancrati, adatti ai brevi e trattenuti salti che servono a cavarsela sul terreno ripido, e pure adesso li lascio andare e mi sembra di avere ai piedi i miei aggressivi corsaioli Salomon da slalom, mi permettono di inclinarmi e schizzano verso la curva successiva senza sbandare.

Passo accanto al Franchetti e me lo lascio a sinistra. Sul bordo della strettoia, però, meglio infilare la becca sul bastoncino e soprattutto... rallentare! La neve è ancora dura e non ricordo bene come fosse questo canalino dimenticato. Quello che so bene, e di cui ho in mente una visione estiva un po' orrida, è che c'è un'abbondanza di rocce e saltini, qua sotto.
In realtà, appena uscita dalla strozzatura formata dal contrafforte che regge il rifugio, comincia un ottimo firn: sono arrivata ad una quota alla quale la temperatura è un po' meno rigida e il sole comincia a far sentire i suoi effetti. Costeggiato un secondo roccione, ora sono all'altezza della cengia che consente di traversare verso sinistra, pochi metri sopra la corda fissa del sentiero estivo. Ferma... in mezzo al canale e con una incontenibile voglia di dare un'occhiata più giù. 

Solo un'occhiata, risalire sarà faticoso. Poi, siccome in verità io non so dove i miei sci mi possano portare, mi infilo dentro ad un budello dall'aria vertiginosa, che sembra dover scendere nelle viscere della parete. I Vertical ci si trovano bene, come fermarli... Una serie di curve, una sosta, un pensiero - “Solo altre tre o quattro curve, poi risalgo...” - e ogni volta è un'altra serie di curve, e un'altra ancora. Passo una strettoia con una crepaccia terminale, scendo ancora ed entro in un cunicolo che, a guardarlo da Cima Alta, mi era sembrato troppo stretto ed invece mi lascia sciare splendidamente. La pendenza aumenta, aumenta... alla fine, sotto di me appare un saltino, faccio gli ultimi controllatissimi salti sentendo la pendenza che tira sulle gambe e mi fermo prudentemente a tre o quattro metri dal bordo: più in giù di qui non posso proprio andare. 

O meglio, in quanto a potere... osservo con una certa propensione, molto più in basso, il sentiero quasi orizzontale che taglia verso Cima Alta: sarebbe bello concludere l'esplorazione ed evitarsi la faticosa risalita. Dovrei forzare questo primo salto e probabilmente ne troverei altri più in basso, non so quanto alti e con quale esito. Niente piccozza, e soprattutto niente casco; a dire il vero non sono neanche autorizzata a stare qui: meglio non chiedere troppo alla propria fortuna, anche se fino ad ora la parete se n'è rimasta tranquilla e non ci sono sassi caduti sopra la neve. Questo posto è davvero orrido, impressionante, la presenza della neve mitiga solamente un po' l'effetto malvagio dell'ombra costantemente proiettata dalla grande massa incombente e l'apparenza sgradevole delle rocce scure, rotte e perennemente bagnate. Sono appena sotto il camino che conduce alla Cengia dei Fiori, che mi appare difficilissimo, impercorribile, ma come avrò fatto a salire slegata, meglio non pensarci. Mi tolgo gli sci in una delle posizioni più precarie degli ultimi tempi e comincio a risalire.

Subito, si capisce che sarà dura. La neve sfonda, si sta rapidamente ammorbidendo. Nessuna traccia, nessun amico gentile a darmi il cambio. E non è certo possibile usare le pelli di foca. Non resta che stringere i denti. 

Alt... terminale. In discesa non ci si fa molto caso, con gli sci questi crepacci non sono un grosso problema, si passa veloci e via. Risalendo a piedi, le cose cambiano. Sarei disposta a spalmarmi sulla neve e strisciare per non correre rischi; l'idea di finire incastrata dentro un crepaccio non mi sorride proprio, qui sotto posso urlare quanto voglio, difficile che mi sentano.  Mi viene in mente l'immagine di me e Carletto, completamente ignari, arrampicati su un nevaio che scoprimmo essere un immenso arco rampante proteso verso l'attacco dello Spigolo a Destra, completamente cavo, alto quattro o cinque metri e... sottilissimo. Tanti anni fa, con tanta inesperienza addosso.

Fortunatamente ho gli sci al traino, così sono più agile e peso un po' di meno. Ogni tanto getto un'occhiata a destra valutando l'eventualità di traversare. Riconosco il panoramico balcone erboso sopra al quale qualche anno fa passai più di mezz'ora, in attesa di decidere se suicidarmi o meno. Decisi poi di farlo, ma prendendo le precauzioni del caso perché la cosa non mi riuscisse. E' davvero un bel posto, un luogo di osservazione privilegiato verso la cresta e sulla valle sottostante. So che da lì è possibile traversare fino al Passo delle Scalette, ma penso che i prati ripidi ormai privi di neve, con gli scarponi e gli sci sulle spalle, sarebbero persino più scomodi e faticosi di questa risalita. E poi, ancora ho voglia di sciare.

Un'altra terminale, poi un'altra ancora, davvero grande; passando col fiato sospeso ho idea che riesco a pesare una ventina di chili di meno, per qualche miracolo messo in atto dalla strizza. Finalmente sono sul nevaio sotto il traverso. Stanchissima. Il nevaio sembra moltiplicato per dieci. Ho dato inizio allo stratagemma di contare i passi, ma non mi serve a niente perché non rispetto i propositi: o ne faccio di meno, o persino di più, mai quanti ho stabilito. Si sprofonda maledettamente.  L'ultimo tratto lo faccio con gli sci ai piedi, senza neanche mettere le pelli, con dei bordi molto appoggiati, e mi sembra quasi di strisciare: ma, miracolo!, scavalcata la cresta, basta affacciarsi sul traversino ripido perché ritornino le forze. Troppo poche le curve, fino ai massoni sotto al Passo delle Scalette...

 

8.
Rimane da prendere un'ultima decisione: la Marea sta a Cima Alta, ma la lingua di neve, l'ultima lingua di neve, porta ai Prati. E' breve, termina subito sotto la pendenza, trecento metri di dislivello o poco più, o poco meno. Come faccio a rinunciarci? Trecento metri... buttali via, si dice a Roma. Traverso in alto, più in alto che posso. E' neve vecchia, indurita, la superficie appena appena ammorbidita dal sole. Dovrei centellinare lo spazio a disposizione, e invece mi viene di sciare a curve più larghe e veloci, mi pare quasi di essere sulla Mandria4. Solo che dopo poche curve le gambe prendono fuoco e sono costretta a fermarmi. Mi ci viene da ridere, oggi ho dato fondo al glicogeno!

I prati verdissimi, i narcisi profumati, i boccioli delle peonie, e quest'aria pulita, frizzante, ma con tutti gli odori di primavera, che viene voglia di sdraiarsi nell'erba e non muoversi più. Sembra impossibile che poco più di due ore fa, in cima, fosse rigidamente inverno. E' tornato il sole, la Nord del Corno Piccolo ora si sta scoprendo.

Ai Prati penso di lasciare lo zaino alla Gran Baita e avviarmi a piedi, nella speranza di farmi caricare da qualche auto che salga a Cima Alta: invece, la proprietaria, quando le chiedo di poter lasciare lo zaino e gli sci nell'atrio, mi offre gentilissima un passaggio e un suo amico con la sua auto in cinque minuti mi porta a destinazione.

Come sempre, andare via non è facile. Ho pranzato da Pasqualino, al Rifugio delle Guide, per rimanere anche oggi con amici, perché anche questo tempo fosse ancora del buon tempo. Poi, a Prati Bassa, mi impadronisco appunto di un prato per stendere tutto il materiale e riordinarlo con calma. C'è una tranquillità assoluta, così diversa dall'affollamento estivo, solo ogni tanto un deficiente con un'auto passa e ripassa forse per curiosare, o sta tirando il motore, chissà.  Il cielo ora è tornato limpido, non c'è più una nuvola sulla montagna, che manda una luce abbagliante, quasi non si riesce a guardare. I canali della Nord, per un miracolo della stagione e dell'ora, adesso sono al sole - al sole! – persino il Sivitilli, con le sue montagne russe che da quaggiù non le diresti proprio e in questo momento, e da lontano, ha un aspetto che mi viene da pensare “stronza che sono, che non l'ho sceso neanche questa volta”, perché ho la tendenza a rimuovere l'immagine di come fosse realmente.

Scatto un'infinità di foto, di quelle tipo cartolina, che le riguardi e non ti piacciono affatto, talmente banali, ma almeno servono per ricordarsi fino a che punto tutto fosse bello. 

 

Maggio 2001

Germana Maiolatesi

 

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N.d.a.

1 Il Sivitilli, naturalmente: questo ripido canale l'ho tentato già due volte, in precedenza, da sola e in compagnia, senza riuscire a scenderlo per le cattive condizioni della neve. (^)

2 Questo canale è descritto sulla guida CAI-Touring come itinerario estivo denominato “Via del Canalone”. (^)

3 Un saluto di affetto e cortesia: poco tempo prima, assieme a Stefano Imperatori, ne abbiamo realizzato la prima discesa con gli sci. (^)

4 E' la pista di allenamento delle squadre agonistiche di Champoluc, ottimo posto per tirare un po' a fine giornata. (^)

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE

LUCA GRAZZINI - PAOLO ABBATE, Gran Sasso d'Italia, GUIDA DEI MONTI D'ITALIA C.A.I. - T.C.I., Milano 1992.

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