Dolomiti-Denali expedition 2001

 

di Marco Sala

 

Alaska Range,  Mount McKinley (6200 m), West Buttres: due alpinisti salgono in stile elegante e leggero la grande montagna nordamericana (maggio 2001).

 

Il McKinley, o meglio Denali come viene chiamato dai nativi (indiani Athabaska), è una montagna unica al mondo, certamente una delle pareti più alte e imponenti dell'intero globo. 
Situata a 63° di latitudine Nord, è la più alta vetta in prossimità del Circolo Polare Artico. Inserita quasi nel punto centrale dell'Alaska è tormentata da impressionanti bufere provenienti dal Golfo dell'Alaska e dal Mare di Bering: in poche montagne le condizioni meteorologiche mutano così rapidamente e così drammaticamente come avviene sul Denali. 
Al tempo inclemente si unisce il freddo intenso comparabile solo alle catene antartiche; le temperature tra il Campo Base e la vetta possono variare, anche in piena estate, dai 20 ai 40 gradi relativi e di notte anche più. 
Il Denali poi, a dispetto della quota di ‘soli’ 6200 metri, comporta per lo scalatore una carenza di ossigeno: per effetto della rarefazione dell'aria in prossimità dei poli la pressione barometrica alle alte quote è più bassa di quella che viene registrata sulle montagne più prossime all'equatore, come l'Himalaya (l'Everest si trova a una latitudine di 27° Nord); questo stato di cose rende la vetta del Denali equivalente ai 7000-7200 metri della catena himalayana.

Fu con questi pensieri stampati nella mente che i primi di maggio ci avvicinammo alla montagna mentre il rombo assordante del Cessna dotato di pattini da neve copriva le nostre esclamazioni di stupore che spontaneamente si levavano a ogni passaggio di ghiacciai, creste affilate, baratri improvvisi e montagne completamente ammantate di neve.

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Atterrati al Campo Base e scesi a malincuore di circa 400 metri prima di imboccare la via di salita, ci siamo resi subito conto del peso che dovevamo trascinarci appresso nel corso delle tre settimane preventivate per la salita. Arrancando giorno dopo giorno, tirando una pulka di una quarantina di chili con uno zaino di 18-20 chili sulle spalle, siamo saliti a quota 3400. Qui abbiamo accusato gli effetti dell'altitudine.
Programmiamo dunque una strategia di salita più cauta (portando dei depositi di cibo e materiale in alto per poi ridiscendere a dormire a quote inferiori) per giungere al campo intermedio dove già erano accampate una decina di altre spedizioni giunte prima di noi.

In questi luoghi la stagione alpinistica si apre verso i primi di maggio per poi incrementarsi in giugno e terminare già verso i primi di luglio. Facevamo quindi parte di una sparuta avanguardia spintasi sulla montagna in anticipo, fiduciosa di trovare condizioni meteo migliori dovute al freddo ancora molto intenso. In barba alle nostre supposizioni, oltre mezzo metro di neve fresca era caduta durante la settimana precedente, unita a venti da uragano di cui noi avevamo saggiato l'intensità durante la salita dal Campo Base.
Simili condizioni avevano esasperato molti dei team che aspettavano a quota 4300 per dare l'assalto finale alla vetta. Intere cordate di alpinisti provati dal maltempo stavano scendendo mentre noi salivamo con estrema determinazione fiduciosi nella buona stella. Dopo tre giorni di attesa chiusi quasi costantemente in tenda, i venti da uragano, comuni alla latitudine artica del Denali, diminuirono fino a diventare vento forte durante la notte per poi calmarsi improvvisamente verso il mattino. Era la nostra occasione, non dovevamo assolutamente lasciarcela sfuggire!

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Usciti dalla tenda per smontare velocemente il campo, ci accorgiamo che le cordate giunte poco dopo di noi hanno avuto la medesima idea: tutti si arrabattano intorno alle tende ed urlano frasi esagitate negli idiomi più svariati mettendo in atto, ognuno per proprio conto, la strategia migliore per aver ragione della montagna.

Dopo aver calcolato il peso degli zaini fino all'ultimo grammo, badando a non dimenticare nulla di fondamentale, affrontiamo l'Headwall salendola rapidamente con un sole sfavillante nel cielo terso, e di seguito la West Buttres vera e propria (una cresta di misto molto pericolosa in caso di vento forte) portandoci a quota 5200 con relativa facilità. Solo altre due cordate ci raggiungono nel tardo pomeriggio, molto provate dalla fatica. Fu lì che ci rendiamo conto di aver raggiunto la giusta acclimatazione; quei tre giorni di prigionia forzata a 4300 metri avevano deciso la nostra ‘chance di salita. 

Il giorno successivo il bel tempo perdura infondendoci una buona dose di sicurezza. Usciti dalla tenda solo dopo il sopraggiungere del sole (alle dieci del mattino) ci inoltriamo come automi nell'anfiteatro glaciale che porta al Denali Pass: avvolti nell'ombra gelida di quel versante sbuchiamo sui più dolci pendii sommitali spazzati da una brezza cristallina che gelava il liquido negli occhi. Il termometro si era assestato sui – 40°.
Gli ultimi 400 metri di cresta ci richiedono quasi due ore e alle 17:15 del 13 maggio siamo sul tetto del Nord America: un susseguirsi enorme di catene montuose completamente avvolte dal ghiaccio si estendono al di sotto dei nostri piedi per poi lasciare spazio a un'infinità di ghiacciai sconfinati e talmente bianchi da accecare la vista; ancor più lontano colline si distendono miglio dopo miglio acquietandosi nella tundra immensa, percorsa da una quantità innumerevole di fiumi segnati da miriadi di anse dolci che lanciano bagliori adamantini.

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Durante i tre giorni successivi ci portammo di nuovo al Campo Base, sognando ancora quello che avevamo visto dalla cima in quel magico e fortunato giorno.
Solamente nove giorni dopo essere arrivati al Campo Base avevamo raggiunto la vetta ed eravamo ridiscesi al medesimo punto di partenza, contro le tre settimane preventivate, e questo grazie all'uso degli sci nella seconda metà della discesa.

Il decimo giorno noi due italiani insieme a un alpinista kazako e a due spagnoli festeggiavamo raggianti la cima raggiunta (le prime cordate del 2001), offrendoci vicendevolmente tutto quello che di meglio era rimasto negli zaini: carne secca, salmone affumicato, biscotti al burro, grana padano, speck... promettendoci, una volta rientrati a Talkeetna e alla ‘civiltà’, di innaffiare il tutto con molta, molta birra fresca .

 

Autunno 2001

Marco Sala

 


N.d.a.

Alaska Range. La catena dell'Alaska è una massa geologica relativamente giovane, nata dalla compressione di svariate linee di faglia continentali e oceaniche. Il sistema di faglie del Denali è la più grande frattura della crosta terrestre del Nord America; solamente dieci milioni di anni fa (stiamo parlando in tempi geologici) il punto in cui la cordigliera oggi s'innalza era un piatto bacino fluviale. Accurate analisi scientifiche stimano che l'Alaska Range abbia cinque o sei milioni di anni appena e i frequenti terremoti che la scuotono sono la conferma che la terra è ancora in formazione. A differenza dei monti Appalachi o delle Montagne Rocciose, la catena continua a innalzarsi di circa due centimetri all'anno, ciò sta a significare che quando gli indiani Athabaska lo battezzarono – dodicimila anni fa – il Denali era di trecento metri più basso.

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Scheda tecnica
Dolomiti-Denali expedition 2001

Partecipanti
Marco Sala (Gruppo Rocciatori Caprioli) 
Renato Sottsass (Tecnico del Soccorso Alpino di Cortina d'Ampezzo)

Meta: Mount McKinley (6200 m) Alaska, U.S.A.
Via: West Buttres
(foto)
Sviluppo: circa 30 km
Dislivello: 4200 m
Zona: Alaska Range, Denali National Park.
Tecnica: stile alpino, unsupported.
Avvicinamento: aereo Cessna dotato di sci.
Sponsor: Eider France – Viking Nord Pool

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE

J. WATERMAN, High Alaska,Toronto - New York 1996.

G. RANDALL, Mount McKinley Climber's Handbook, Markham - Denver 1992.

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