Ancora una volta
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di Vittorino Mason | |
Ande Settentrionali, Cotopaxi (5897 m), via normale: salita e discesa dal celebre vulcano equadoregno (10 agosto 2002).
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Sabato 10 agosto La sveglia del nuovo giorno suona presto, è appena scoccata la mezzanotte, dopo qualche ora di sonno tutte le cordate che salgono il Cotopaxi sono già in piedi per i preparativi. In un'ora per me insolita c'è una tale confusione da non capirci nulla. All'una si parte, nel frattempo facciamo una specie di colazione con un bicchiere di tè e due wafer sbriciolati, attendiamo che una cordata con la guida si invii nel buio della notte ed apra la strada, poi ci accodiamo. Il cielo è un mantello scuro coperto di stelle e costellazioni, nitide quella del Cigno, di Pegaso, del Leone, della Bilancia, della Vergine, della Lira, il Piccolo Carro, la Freccia, e poi le stelle di Antares, la Stella Polare, Vega, Altair e la Via Lattea che attraversa la cima del Cotopaxi quasi a insegnarci la strada da seguire, ma non è così. Col buio di tracce non se ne vedono, solo un incerto passaggio, ed è grazie alle frontali di chi ci precede che possiamo salire intuendo il percorso. Fa freddo e il vento fortissimo lo esalta, imbacuccati procediamo sulle ghiaie rosse fino a imboccare la morena del ghiacciaio e risalirlo a colpi di piccozza e ramponi. Il tratto iniziale è abbastanza ripido, una pendenza di quarantacinque gradi che si mantiene costante. In un'ora ci alziamo di 250 metri di dislivello, poi piano piano l'andatura diminuisce, alcune cordate ci superano, Giancarlo stenta ad ingranare, Piera tira la cordata. Mettiamo piede sulla neve dura passando attraverso crepacci poco visibili e altri grandi come una casa, baratri vitrei e profondi dove il mondo del ghiaccio vive assorto in un'eternità sconosciuta. Man mano che saliamo le città di Latacunga e Quito disegnano in lontananza figure di mille e più lampadine in antitesi con le stelle ma un tutt'uno con la notte. Salgo ripetendo il mio mantra, ci tengo troppo ad arrivare sulla cumbre del vulcano; per le aspettative di chi ci ha aiutato e ha contribuito agli aiuti umanitari, per la pubblicità che abbiamo fatto, per averlo già tentato due volte, perché in fondo siamo alpinisti e ci piace andare in alto, ma soprattutto perché è una meta, un limite nuovo, un'altezza che non ho mai raggiunto. Stelle cadenti corrono nel cielo e confido che siano di buono auspicio. Non fosse per questo vento che ci sposta e ci fa rintronare sotto le nostre giacche, la nottata sarebbe una di quelle che si è soliti godere d'estate. Ma questa è alta montagna e l'estate non la conosce. Nell'oscurità, penitentes, pinnacoli di ghiaccio alti dai tre ai sei metri che spuntano come funghi e altre forme di ghiaccio avvinghiate alla roccia pare vogliano dialogare con noi in silenzio. Sembrano spiriti dell'aria, animali, angeli, ali, figure maestose che ci intimoriscono e ci fanno un po' paura. Guardo di continuo l'altimetro ma i 1100 metri di dislivello da fare sono tanti. Alle due incontriamo una cordata che scende, sono i cinque che sono partiti dal rifugio ieri alle tre del pomeriggio e si sono fatti tutta la notte fuori. Pensavano di schivare il forte vento e invece hanno patito molto e ci hanno impiegato più tempo del dovuto per salire e scendere. Passano le ore, le due, le tre, le quattro, ci alziamo piano e a fatica, solo Piera sembra stare bene e non sentire lo sforzo. Spero che arrivi presto l'alba, la luce, il sole, che intiepidisca un po', intanto i miei piedi cominciano a raffreddarsi e anche la mano destra. Ho su due paia di guanti e me ne infilo un terzo, fa proprio freddo. Sotto di noi decine di luci in fila indiana ci seguono, sono le frontali delle altre cordate. Saliamo come degli automi, dieci passi e pausa, dieci passi e pausa per respirare. Che fatica, come si respira male, soprattutto con il vento che s'infiltra. Finalmente viene chiaro, siamo a 5350 metri e ce n'é di strada da fare. Devo defecare, ma qui sul pendio, con tre paia di pantaloni indosso, uno con le bretelle, i pile, la giacca di piumino, lo zaino, l'imbracatura e la corda, non è certo facile compiere l'operazione. Devo spogliarmi al freddo perché non resisto più, mi duole la pancia. Giancarlo che è davanti a me mi tiene con la corda e dopo un po' di manovre riesco ad abbassarmi i pantaloni, e poggiando il culo sulla neve svuotare tutto. Come si sta bene dopo, più leggeri e in forma, peccato che duri poco la sensazione. La stanchezza si fa sentire, ho un momento di crisi, sento che c'è qualcosa che non funziona, un malessere, prendo un'aspirina. Giancarlo fa fatica anche a tenere in mano il bicchiere del thermos, gli verso del tè e ne butta via mezzo, non ce la fa a deglutire. Una cordata che ci aveva superati torna indietro, una ragazza ha le mani sotto le ascelle, sta congelando dal freddo. Passiamo ponti e crepacci e alla base di un seracco a forma di grotta con sulla volta del tetto centinaia di candele di ghiaccio che pendolano, incontriamo un uomo seduto e piegato su se stesso, non ce la fa più a proseguire. Aspetterà gli altri della sua cordata quando torneranno indietro e lo aiuteranno a scendere. Ormai siamo a 5600 metri, una quota a me sconosciuta, il sole splende sulla neve luccicante di brillantini, ma il vento è sempre presente. Solo in alcuni tratti della salita, dove siamo più riparati lo si sente di meno. Già si vede la calotta del vulcano, la cima sembra lì a due passi, invece c'è una rampa davanti a noi che sembra non avere mai fine. Mi volto e mi accorgo che le sei cordate che ci seguivano non ci sono più, scoprirò poi che erano tornate al rifugio per il troppo vento e freddo. Sto sforzandomi di andare avanti, credo d'essere vicino ai miei limiti, respiro male e a fatica, dopo pochi passi mi accascio con le mani e il petto sulla piccozza, mia compagna, mio serbatoio. Davanti a me Giancarlo e Piera, vedo solo le loro sagome, e tra noi, come un cordone ombelicale che ci lega, una corda blu a bande gialle. La vedo scorrere lenta come un ossessione, la fisso, la seguo, sembra lei che mi trascina. Vado avanti per inerzia, sfigurato, con le forze che vengono meno e mi abbandonano, ma con una grande volontà di arrivare alla meta. Saliamo l'ultimo interminabile pendio a quaranta cinque gradi, lenti. Due ragazzotti sbruffoni ci superano e ci invitano a continuare, a non fermarci, mancano solo trenta metri alla cumbre, ma sono lunghi, eterni. Quattro passi e stop. Piera vede la cima e urla, un ultimo sforzo e con il vento che qui a 5897 metri soffia ancora più forte, arrivo anch'io, mi getto sulla neve e piango di gioia. Dopo otto, lunghissime ore di grande fatica e tre tentativi, ci siamo riusciti. Piera si butta sopra di me e Giancarlo la segue, ci abbracciamo forte, ce l'abbiamo fatta e ce la siamo meritata. Scattiamo qualche foto ma con difficoltà, pochi minuti, solo il tempo di godere di quel poco che si può vedere, di riposare un po' e poi è già ora di scendere, le nubi stanno venendo verso di noi e le sferzate di vento ci spazzano via, non è possibile rimanere oltre. Che posto sarà mai questo dove il vento e il maltempo imperversa sempre? Forse è la potenza di questo vulcano che attira altre forze. Il Cotopaxi è il vulcano attivo più alto del mondo e ha già distrutto più volte le città attorno. Quando scoppia la cumbre si sciolgono i ghiacciai e franano le pareti sud e nord in colate di fango che in venti minuti travolgono i villaggi sottostanti. Sono centocinquanta anni che non erutta più, ma quando lo fa è spaventoso, ed è già successo quattro volte finora. Mentre scendiamo mi viene in mente che non ho visto il cratere, quel cerchio affascinante dove cova la lava. In molte foto l'avevo potuto ammirare e ora che sono appena stato dove avrei dovuto notarlo, non mi sono accorto di nulla. Sarà spostato di lato? Una volta al rifugio Piera mi dirà che eravamo a pochi metri dalla bocca, ma era avvolta dalle nebbie e stanco com'ero non l'ho vista, peccato. Ci caliamo con cautela, i
pendii sono ripidi e le insidie con la neve più molle, tante. Vorrei
scattare delle foto almeno sulla via di discesa, ma non riesco a tenere fuori la mia manuale, troppo complicato agganciarla allo
zaino. Quante meraviglie di ghiaccio ci sarebbero da ricordare. I due sbruffoni di prima sono qui che si riposano, ripartiamo, ci superano e scendono con il sedere sulla neve, sembrano dei monelli e si divertono pure. Quando arriviamo in fondo all'ultimo margine di ghiacciaio prima delle ghiaie, invece di scendere sul facile, scelgono una paretina di ghiaccio solo per il gusto di rischiare. Una volta scesi scivolano sul terreno ghiacciato e la ghiaia, s'impantanano e ruzzolano per terra felici. Arriviamo al rifugio alle 11:30 del mattino, siamo sfiniti, sistemiamo gli zaini con il resto della roba, beviamo un tè e ci caliamo verso il parcadero in cerca di un passaggio fino alla strada principale per Quito. Una Chevrolet sta partendo. Chiedo al tizio, un venezuelano in vacanza con la moglie, se può darci un passaggio e ci fa accomodare sul cassone dietro in compagnia di altre tre donne. Mentre scendiamo i tornanti polverosi incrociamo una jeep con a bordo Marika, Arnaldo e Ivan: salgono al rifugio per tentare anche loro l'ascesa. Con fatica riusciamo a far fermare i rispettivi conducenti, il tempo di uno scambio di auguri e congratulazioni e poi via a prendere il bus. Alle cinque siamo di nuovo alla Missione, sembra vuota. Carla, la moglie di Giancarlo, ed Elena, la loro figlia, lacrimando lo abbracciano felici. Incrocio Padre Onore che saputa la notizia della ‘vittoria’ si congratula commosso, mi promette subito un buon caffè e poi sparisce. Mi lavo e poi vado a farmene una moka intera, di quelle grandi, voglio resistere fino a questa sera. Sia io che Piera abbiamo gli occhi e il naso arrossati per il sole preso in quota. Giancarlo e la sua famiglia domani se ne ritornano a casa, ma è super felice per avere realizzato in extremis un sogno. Sono anch'io felice perché dopo tante vicissitudini e incomprensioni almeno con un componente di questo gruppo sono riuscito a condividere qualcosa di buono, un momento così significativo, vissuto senza astio, né invidie, ma in armonia. Assieme a Piera siamo riusciti ad unire le forze per realizzare qualcosa che va oltre la vetta del Cotopaxi; ci siamo incontrati, uniti, abbiamo progettato, sperato, lottato, condiviso un ideale, una passione nel rispetto reciproco, e questo va al di là di effimere conquiste del nulla. Abbiamo vissuto un'esperienza che ci porteremo dentro per sempre. Nessuno di noi tre da solo avrebbe potuto riuscirci. Piera, che per i suoi dubbi e paure non volevo venisse neanche al secondo tentativo al Cotopaxi, mi ha stupito. Mai vista così determinata, sicura, forte; è incredibile come riesca ad andare in alto senza quasi fare fatica. Di solito nelle nostre montagne devo sempre aspettarla, invece quando andiamo sopra i 4000 metri sembra spiegare le ali e volare. Ho scoperto in lei doti che non immaginavo, sarà che è nata mentre nevicava, sarà che ama la montagna di ghiaccio e neve, ma sembra proprio fatta per l'alpinismo d'alta quota. Ora è distesa sul letto, non sono ancora le sette, dobbiamo cenare con gli altri, ma lei è già partita. Sarà già nel mondo dei sogni, forse sarà ritornata lassù dove il vento spira forte e nessuna cosa, nemmeno un computer si possono programmare.*
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Agosto 2002 © novembre 2002 intraisass |
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Vittorino Mason
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*Dal libro dattiloscritto “La via dei vulcani” di Vittorino Mason
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BIBLIOGRAFIA ESSENZIALEMARIO FANTIN, Gli italiani sulle montagne del mondo, Bologna 1967. MARIO FANTIN, Le Ande, C.A.I., Milano 1979. ROB RACHOWIECKI, Climbing and hiking in Equador, Ed. Brand Entemprise, 1984. VITTORINO MASON, Sui sentieri dei portatori himalayani, Silea 2001. ----------------------------------------------------------------------------------------------------
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