Welcome back
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di Valter Quenda | |
Alpi Pennine, Breithorn (4164 m), versante Sud: due amici tornano da una tranquilla ascensione senza immaginare il pericolo che li sta aspettando (gennaio 2002).
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Hi Norbert
Are you ready for the weekend? Bye, Valter __________ Con Norbert si comunica soprattutto via e-mail, e così si combinano le uscite da una settimana all'altra. Norbert è tedesco ed è in Italia per lavoro. Ci siamo conosciuti in cima al monte Orsiera, in Val di Susa. Quel giorno avevo appena percorso con Michela, la mia compagna, una classica via di roccia sulla cresta Nord-Est, la via Dumontel. Era la nostra prima esperienza di questo genere e mi sentivo molto orgoglioso per averla completata senza difficoltà. In cima, sotto gli sguardi degli escursionisti che ci avevano visti arrampicare, mi sentivo soddisfatto e mi godevo un momento di inaspettata popolarità. Così avevo attaccato discorso con Norbert, ovviamente in inglese dato che lui non conosce l'italiano, né io il tedesco. Poi le prime escursioni, le arrampicate in falesia e non, ed infine eccoci, a distanza di sei mesi, ad affrontare il nostro primo 4000 insieme. Sulla cabinovia che da Plan Maison ci porta a Cime Bianche ci soffermiamo a rimirare la Cresta del Leone, in questa mattina di sabato 26 gennaio. Quando lo guardi da questa prospettiva, il Cervino, non puoi sfuggire
ad un sentimento di inquietudine. La linea di cresta si staglia netta
contro il cielo terso, e da qui si possono riconoscere alcuni dei punti
chiave della salita: la Gran Torre, il Pic Tyndall, la Cravate, la Testa
del Cervino... So per esperienza che le montagne fanno molta più impressione se viste da sotto o di lato che non standoci sopra, tuttavia lì di vuoto ce n'è davvero tanto, lo stesso vuoto che ha prima ingoiato quattro compagni di Whymper e poi via via tanti altri, più o meno noti. Eppure l'idea di salire mi attrae irresistibilmente; per uno come me sarebbe sicuramente l'impresa di una vita, anche se ci salgono centinaia di persone all'anno. Chissà, forse, prima o poi... Norbert, accanto a me, forse ha gli stessi pensieri mentre guarda assorto la Cresta del Leone. “It's a windy day!”, esclama poi indicando i turbini di neve che il vento solleva dalle creste. Beh, le previsioni davano nuvole mentre siamo in pieno sole, non vorremo lamentarci per un po' di vento... Ma lo stesso vento che solleva la neve dalle creste da qualche parte la dovrà pur depositare, ed è proprio per questo motivo che sono contento di essere qui con le racchette da neve. Camminare con i soli scarponi in mezzo a cumuli di neve ventata infatti è quanto di più penoso possa immaginare. La scorsa domenica ho interrotto la salita al Gran Paradiso a 3300 metri proprio per questo motivo. Non ne potevo più di sprofondare nella neve. A causa del vento l'ultimo tronco della funivia, quello da Cime Bianche a Plateau Rosà, non è ancora in funzione. Aspettiamo per circa 15 minuti in coda che l'impianto termini le corse di prova, poi saliamo sulla cabina e poco dopo siamo a destinazione. Sono già stato una volta al Breithorn Occidentale, d'estate e con un tempo orrendo; vento, nuvole e tormenta. Ricordo che quel giorno c'era lo sconto del 50% sul biglietto della funivia, e che quindi mi pareva un peccato rinunciare. L'ovvio risultato fu che presi freddo, vento, neve e non vidi il celeberrimo panorama sul Monte Rosa e la Svizzera. Oggi è tutto diverso a parte il vento, che c'è sempre. Per fare l'escursione al Breithorn in giornata ci si sveglia al mattino a 300-400 metri, si sale in macchina a 2000, poi in funivia fino a 3500. Quanto di peggio si possa fare, in spregio alle più semplici regole di acclimatazione. Poi da 3500 si sale a 4160, e fin qui va ancora bene. Si comincia a star male quando si scende, a 3800, 3700, fino alla funivia che ci riporta giù in preda al mal di testa e a volte alla nausea. L'altra volta è andata così, stavolta spero vada un po' meglio. Norbert perde tempo a regolare le racchette da neve che ieri sera ha affittato al negozio. Io sono già pronto, ma non mi dispiace aspettare un po': la giornata è bella e la gita è breve, abbiamo tutto il tempo. Non ci leghiamo, lo faremo solo al momento di affrontare il pendio finale, tuttavia abbiamo già indossato l'imbrago perché qui siamo comodi e conviene farlo adesso. Partiamo che sono ormai le 10. Saliamo di buon passo sul bordo delle piste da sci, siamo entrambi in buone condizioni fisiche. Superiamo salutando un paio di scialpinisti che arrancano un po', infine ci troviamo al punto in cui si abbandona la pista battuta per raggiungere la stazione intermedia dello skilift del Piccolo Cervino. La neve qui è vistosamente ventata, a tratti si sprofonda un po', ma raggiungiamo senza difficoltà la piccola costruzione in legno. Ci fermiamo un po' per rifiatare e fare qualche foto. Affrontiamo ora il lungo semicerchio quasi pianeggiante che ci porta alla base del pendio del Breithorn Occidentale. La traccia di salita sul pendio, grazie all'intensa frequentazione, è netta ed evidente. Sotto di essa ampie zone di ghiaccio vivo, lasciate scoperte da quest'inverno senza neve. Sul pendio si distinguono due puntini, due persone che stanno risalendo. Hanno lasciato i loro sci alla base del pendio, piantati nella neve, ed ora risalgono la lunga traccia diagonale verso sinistra. Non sembrano legati, ma data la distanza posso benissimo sbagliarmi. “Look, look! Two people going up!” e li indico a Norbert. Norbert sembra leggermente più allenato di me, è lui che tira adesso ed in breve superiamo per la seconda volta i due scialpinisti. Alla base del pendio togliamo le racchette da neve e calziamo i ramponi. Ci leghiamo. I due scialpinisti invece non si legano, e partono prima di noi. Visto che Norbert oggi è più veloce mi metto davanti io, così potrò tenere il mio passo senza affaticarmi, per poter poi affrontare la discesa nel migliore dei modi. Ormai, dato il vento forte, abbiamo accantonato l'idea di traversare in cresta dalla punta occidentale a quella centrale. La salita procede senza storia; arrivati al termine della diagonale pieghiamo a destra ed in breve siamo in prossimità della cima. Davanti a noi si apre il panorama verso la Svizzera; “Is that Zermatt?” chiedo a Norbert indicando un paese in lontananza “Yes, it is!” è la risposta. Un paletto di legno spunta per una trentina di centimetri dalla neve; che idea venire qui a piantare un paletto! E poi, a cosa potrà mai servire? Siamo in cima. I nostri predecessori si sono già tolti gli zaini e stanno accovacciati per ripararsi dal vento. Scopriamo che non si conoscono, che uno è italiano e l'altro svizzero, e che entrambi erano saliti con l'idea di andar soli. Si fanno fare una foto con la macchina di uno di loro (funziona!) e dopo un po' scendono. Scorgo gli altri due, i primi a salire, che ormai sono alla base del pendio e si allontanano. Di lì a poco mi congelo nuovamente le dita per scattare una foto, mentre Norbert saggiamente rinuncia. Un'ultima occhiata, le tardive ma inevitabili reciproche congratulazioni e poi si inizia a scendere. Adesso è davanti Norbert. Scendiamo fino al punto in cui sarebbe necessario piegare a sinistra e lo oltrepassiamo abbondantemente. Quando Norbert se ne accorge è desolato, ma nessuno dei due ha voglia di risalire. Affrontiamo quindi un traverso sul ghiaccio vivo per raccordarci alla diagonale sulla quale siamo saliti. I ramponi mordono bene ed in breve siamo sulla traccia; certo in queste occasioni è meglio non scivolare... Alla base del pendio togliamo i ramponi e mettiamo le racchette da neve. Invece di usare entrambi i bastoncini, come all'andata, preferisco tenere in una mano un bastoncino e nell'altra la piccozza. Cerco di mangiare qualcosa, ma non riesco. Comincio a sentire l'effetto della quota e per questo motivo ho fretta di scendere ancora. Ci sleghiamo. Il lungo semicerchio pianeggiante che adesso percorriamo in senso contrario rispetto all'andata sembra non finire mai. L'altimetro segna 3775, per cominciare a scendere un po' dobbiamo prima raggiungere la piccola costruzione in legno nei pressi dello skilift del Piccolo Cervino. Le racchette da neve ci sono ora di molto aiuto. Quando raggiungiamo la stazione intermedia mi sento affaticato. Anche Norbert comincia a patire un po', è meglio scendere veloci. Per questo motivo la sosta dura poco, e ci rimettiamo in cammino quasi subito. Ancora cento metri circa e saremo sull'ampia pista da sci che ci permetterà di scendere alla Testa Grigia, cioè alla funivia. In lontananza scorgo i paletti che delimitano la pista, Norbert cammina pochi passi avanti a me. Il vento strappa nuvole di cristalli di neve dalla superficie e li fa risalire in turbini che poco dopo si disperdono. Gli impianti di risalita, almeno quelli che posso vedere, sono già chiusi. Non si vedono sciatori nei dintorni. Saranno quasi le tre del pomeriggio, e il tempo sembra cambiare, anche se le nuvole sono ancora lontane. ---------- Sento affondare il piede sinistro, e d'istinto carico il peso sul destro per risollevarlo. Anche il destro affonda. No, non è solo il piede che affonda, sono io che sto cadendo. Cado e scivolo in avanti per un breve tratto, poi tutto diventa buio. Mi sento confinato in uno spazio stretto, scendo sbattendo tra due pareti molto vicine tra loro. Rimbalzo da una parete all'altra in una serie di brevi spostamenti: sinistra-destra-sinistra-destra-sinistra... Sto cadendo di schiena, ma forse non me ne rendo conto. So però quello che mi sta succedendo: sto cadendo in un crepaccio. E non sono legato. “Ferma, ferma!”, non formulo mentalmente queste parole, ma se si potesse dare voce alla sensazione che provo suonerebbe proprio così: “Ferma, ferma!”. Penso: “Stavolta è fatta, adesso muoio”. Ma non ho paura; so solo che sta per succedere, ecco tutto. E invece non succede, invece mi fermo... “Norbert! Norbeeeert! Nooorbeeert!” La prima cosa che faccio, prima ancora di sapere se sono illeso o ferito, è gridare, chiamare il mio compagno, cercare di fermarlo, impedire che vada via. E' il mio ultimo legame con la vita, col mondo di fuori, la mia unica speranza di uscire di qui. Grido e continuo a gridare, e intanto mi guardo intorno. Sono disteso sulla schiena, i piedi più bassi della testa, in realtà quasi seduto. Sopra di me, attraverso un buco nella volta di neve, l'azzurro del cielo. Lentamente mi rendo conto che non sento dolore, che posso muovermi. Sono illeso, non mi sono fatto niente. Acquisisco ed archivio quest'informazione senza emozione, solo prendendone atto. Non sento stupore per non essermi fatto nulla, è un dato di fatto e lo accetto come tale. La mia mano va verso l'imbrago, che ancora indosso, e ne stacca il moschettone a cui stanno appesi il coltellino ed il fischietto. Fischio, la prima volta piano, poi più forte e più forte ancora. Dopo un po' smetto, non sento alcuna risposta. Davanti ai miei occhi stanno le punte delle racchette da neve, in mezzo ad esse la piccozza con la punta rivolta verso l'alto. Mi sollevo lentamente e tolgo gli occhiali da sole. Posso muovermi. Ora sono seduto sulla neve; confinato tra due pareti di ghiaccio parallele che disteranno tra di loro poco più di mezzo metro. Davanti a me la neve su cui sono seduto continua a scendere, fino a raggiungere il fondo del crepaccio circa quattro, cinque metri più in basso. Comincio a togliere le racchette e le ripongo sulla neve dietro di me. Mi metto in piedi e tolgo lo zaino, poi mi giro. Nel farlo pesto un po' la neve, per crearmi una piazzola un po' più sicura e comoda su cui poggiare. Mi trovo su una rampa di neve, probabilmente creata dal vento e dalla nevicata di due giorni fa. La rampa è inclinata di circa 45 gradi, e sembra poter costituire una comoda via d'uscita dal crepaccio. Inoltre ha spezzato la mia caduta, permettendomi di atterrare senza danni. Provo a saggiare la consistenza della neve della rampa, e la trovo pessima. Non riuscirò mai a risalirla, rischierei di sprofondare ancora di più e di peggiorare così la situazione. Non oso abbandonare la mia piazzola, ed intanto continuo a gridare e fischiare. Sempre senza ottenere risposta. Anche se sto bene, anche se la speranza di salvarmi si sta facendo strada, nondimeno non mi sento sicuro. So che il ghiacciaio non si muove, ma penso con sgomento a cosa succederebbe se le pareti dovessero improvvisamente avvicinarsi. Nella pratica dell'arrampicata mi è capitato di vivere, a volte, momenti di autentico terrore. Sei lì su un passaggio che non sai come risolvere, ed hai paura di cadere. Hai il terrore di cadere. Allora devi dominarti, ti devi calmare e devi comunque trovare una soluzione. O su o giù, ma lì proprio non ci puoi restare. Se poi ti capita di passare, capisci che il passaggio l'hai risolto quando hai trovato il giusto stato d'animo, quando hai vinto la paura. E se non passi, beh, c'è sempre la corda. Una volta tuttavia mi capitò una situazione simile mentre arrampicavo solo e slegato su un torrione della Rocca Sella, in Val di Susa. Quella volta andò bene. Adesso ci risiamo: la corda non c'è, anche stavolta deve andare bene. Deve andare bene per forza. Continuo a non sentire Norbert; che sia scappato via preso dalla paura? Ma no, cosa vado a pensare! Se non lo sento ci deve essere un motivo. E se fosse caduto anche lui in un crepaccio? In questo caso addio soccorsi! Guardo verso l'alto, un refolo di vento soffia un po' di cristalli di neve attraverso l'apertura nella volta. L'intensità della luce che filtra dall'alto diminuisce; una nuvola davanti al sole o sta facendo notte? Dopo un po' la luce torna come prima; era solo una nuvola. Ma se davvero cambiasse il tempo? Devo cercare di uscire da solo. Guardo verso l'alto, le pareti corrono parallele per circa sette, otto metri, poi quella a monte cambia inclinazione e si allontana leggermente, formando lo scivolo di un paio di metri sul quale sono caduto. L'impresa non sembra impossibile, ma avrò bisogno dei ramponi. Apro lo zaino ed estraggo la borsa dei ramponi, li calzo senza problemi. Sono contento di questi ramponi, mai un problema, mai una volta che si siano sfilati... Mi rimetto lo zaino in spalla e mi giro verso la parete a monte. Con la destra impugno la piccozza, ma prima spingo un po' su le racchette. Nello zaino non ci stanno, cercherò di farle risalire sulla rampa man mano che salgo. Non ho mai arrampicato su ghiaccio, ma conosco più o meno la teoria. Tenterò di risalire usando la tecnica di arrampicata in camino, con la schiena contro la parete a valle ed i piedi appoggiati alla parete a monte, aiutandomi in trazione con la piccozza. Inizio piantando le punte del rampone sinistro contro la parete, poi cerco di fare il passo. A volte in arrampicata uno dei momenti critici è quello del ‘decollo’, quello in cui ti stacchi da terra e ti affidi completamente alla parete. Oggi il decollo è difficile, il piede è troppo a sinistra e mentre carico il peso sento dolere la caviglia. Non ci voleva! Torno indietro e cerco di capire quanto la situazione sia compromessa. Non sento dolore, allora riporto su il piede, solo un po' più a destra, e riprovo la manovra. Stavolta funziona, riesco a decollare. Il piede destro segue subito e mi trovo incastrato nel camino, in posizione a dire il vero non del tutto scomoda. Pianto la piccozza, ma la becca entra solo per pochi millimetri: terrà? Provo a tirarmi, tiene. Faccio ancora un paio di passi, poi comincio ad ansimare. La tensione nervosa, la quota, il fatto che ora metto tutte le energie in ogni singolo movimento sono tutti elementi che mi portano a stancarmi subito. Per fortuna quando sono stanco mi posso fermare, posso rifiatare, posso calmarmi. Già, calmarmi... ora ho capito che posso uscire, ma man mano che salgo capisco anche un'altra cosa: che non posso cadere. Se per un qualunque motivo dovessi cadere stavolta mi farei male, o peggio ancora finirei incastrato senza possibilità di muovermi. La fine. Prima, mentre cadevo, non ho avuto il tempo di rendermi conto del rischio che stavo correndo, ma ora ce l'ho; è anche per questo che ansimo, che devo calmarmi. Una canzone continua a girarmi per la testa, più tardi non mi ricorderò quale. Continuo a salire, ora ho deciso di abbandonare le racchette al loro destino; sarà già tanto se riuscirò a salvare la pelle. A volte impugno la piccozza con entrambe le mani per far penetrare più profondamente la becca nel ghiaccio: funziona, solo che poi è più difficile estrarla. Sono quasi arrivato al punto in cui la parete a monte cambia pendenza, tra poco dovrò staccarmi leggermente dalla parete a valle per fare gli ultimi due metri ed uscire. I ramponi tengono, la caviglia anche. Mi tocca fare un piccolo traverso a sinistra, in realtà si tratta di un passo. Pianto la piccozza già sullo scivolo e con mille cautele mi sposto lateralmente. Ora ci siamo, è il momento di portarsi sullo scivolo. Pianto la becca, mi tiro leggermente ed è fatta. Sono con entrambi i piedi sullo scivolo, la schiena staccata dalla parete a valle. Porto la becca poco oltre il bordo del crepaccio. Ancora un passo, un ultimo passo. Alzo la gamba sinistra e, quasi in spaccata, la porto sopra il bordo a valle del crepaccio. Poi spingo, striscio, mi giro su un fianco, grido, sento il vento sul viso e la neve negli occhi, il terreno finalmente orizzontale sotto di me. E sono fuori. ---------- Resto per qualche istante disteso sulla neve a faccia in giù, poi mi
siedo. Il vento ora è continuo e mi soffia in faccia cristalli di neve e
ghiaccio. I paletti che delimitano la pista da sci si vedono appena in
mezzo alla tormenta. Di Norbert nessuna traccia. Il pensiero che sia
caduto anche lui in un crepaccio si fa lentamente strada, ma non ho le
forze per guardarmi intorno alla ricerca di un altro buco. Abbasso la
testa cercando di ripararmi dal vento, e per un po' rimango così. Poco
dopo vedo un'ombra risalire la pista da sci, ma non riesco a capire chi
possa essere. Infine, dopo qualche minuto, la stessa ombra ridiscende ed
allora mi alzo, agito le braccia e mi risiedo. Indossa dei pantaloni rossi
ed un pile nero; come era vestito oggi Norbert? Lui mi vede, si ferma e lo
vedo estrarre qualcosa dallo zaino. Sembra che stia facendo una
telefonata. Dopo un pò mi si avvicina procedendo con cautela, la corda in
una mano. Ora si trova dall'altra parte del crepaccio, e mi invita a
raggiungerlo. Norbert mi racconta che si è accorto subito di quel che era successo, che ha sentito i miei richiami ed i miei fischi, che ha risposto con tutto il fiato che aveva. Mi racconta anche che ha cercato di fare una sosta per avvicinarsi in sicurezza al bordo del crepaccio, ma che su quella neve così inconsistente gli è stato impossibile. Ha piantato la piccozza, ma veniva via, allora l'ha sotterrata ed ha pressato la neve sopra, ma non serviva a nulla. Ha scavato cercando il ghiaccio per piantare la vite che gli avevo prestato questa mattina, ma il ghiaccio chissà dov'era. Infine ha chiamato il 118, che però gli ha detto che l'elicottero non poteva alzarsi a causa del vento, che sarebbero venuti su dalla Testa Grigia con un gatto delle nevi o una motoslitta, ma che ci voleva almeno mezz'ora. Norbert si fa assicurare per raggiungere la pista; io cerco di farmi un mezzo barcaiolo su un moschettone all'imbrago ma non ci riesco, me lo deve fare lui. Resto seduto nella neve mentre lo vedo allontanarsi. Giunto sulla pista, mi assicura a sua volta e così lo raggiungo. Lo vedo estrarre il telefonino, sta nuovamente chiamando il 118 per annullare la chiamata. Risponde il 118 italiano che, come in precedenza, lo mette in attesa mentre passa la chiamata al collega svizzero. Lo sento parlare inglese; perché mai dovrebbe parlare inglese lui, tedesco, con uno svizzero? In seguito non saprà rispondere a questa domanda, è evidente che anche lui ha subito un forte stress emotivo. Dopo un po' mi passa il telefono, e posso personalmente rassicurare l'operatore: “Don't send the rescue, I came out by myself, I'm ok, not wounded!” - “Ok, grazie per la sua chiamata, buona giornata” sono le parole con cui l'operatore mi saluta. Parlava anche italiano, dunque. Ho la caviglia sinistra un po' dolorante, ma ci posso camminare bene. Spero solo di arrivare in tempo per l'ultima corsa della funivia. Il vento nel frattempo è un po' calato, Norbert sta riavvolgendo la corda e ad un tratto si interrompe, mi guarda come se si fosse d'improvviso ricordato qualcosa, poi mi abbraccia. "Welcome back", mi dice. Bentornato. __________ I fatti descritti in questo racconto sono realmente avvenuti sabato 26 gennaio 2002; niente è stato inventato o modificato. Con questo racconto vorrei ricordare al lettore la necessità di muoversi sui ghiacciai solo dopo aver adottato le necessarie misure di sicurezza, anche se ci si avventura in zone ritenute sicure. Inoltre vorrei dedicare questo racconto alla memoria di Claudio Miletto, scomparso poco più che ventenne tanti anni fa, il 15 maggio 1976, mentre arrampicava ai Picchi del Pagliaio, in Val Sangone. Fu investito da una scarica di pietre al termine dell'ultima calata quando ormai la giornata, proprio come nel mio caso, sembrava conclusa. Ciao, Claudio.
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Torino, gennaio 2002 © luglio 2002 intraisass |
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Valter Quenda
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BIBLIOGRAFIA ESSENZIALEGINO BUSCAINI, Alpi Pennine, GUIDA DEI MONTI D'ITALIA C.A.I. - T.C.I., Milano 1970-1, 2 volumi. ----------------------------------------------------------------------------------------------------
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