Aotearoa
La terra della lunga nuvola bianca

 

di Luca Gasparini

 

Nuova Zelanda, Fiordland National Park, Milford Sound (Isola del Sud): viaggio agli antipodi di uno spirito libero (inverno 2000).

 

Affronto questo viaggio con la mia classica spensieratezza e spregiudicatezza; parto da solo senza nessuna prenotazione, con in tasca un biglietto d'aereo ed una carta di credito. I miei compagni sono un saccone con un po' di tutto e la voglia di nuovo.

Sebbene mi trovo a vivere il giorno per la notte, riesco ad essere sufficientemente lucido per organizzare la mia visita in Nuova Zelanda. Dopo varie consultazioni con altrettanti viaggiatori, decido di comperare un'auto usata e mi metto in viaggio. Ho in mente di compiere il periplo dell'intera isola, salendo le montagne che più mi piacciono, facendo un trekking di più giorni immerso nelle foreste neozelandesi ed in questo modo conoscere  a fondo il paese.

Come per molti visitatori della Nuova Zelanda, le mie prime impressioni riguardano il calore e l'atteggiamento amichevole della popolazione. Molte persone si distolgono dai propri affari per aiutare ed offrire ospitalità a chi viaggia. Ciò che colpisce non appena si esce dalle città sono gli spazi aperti, la strada deserta che si estende di fronte al viaggiatore e le fattorie isolate che si annidano nelle valli in mezzo al nulla. Scopro che gli stessi neozelandesi amano (come me) appassionatamente i grandi spazi.

Molti eventi sono dovuti accadere per portare il popolo neozelandese a quello che è oggi. Un popolo famoso in tutto il mondo per l'amore rivolto alla natura. Il commercio del legname è florido e ben sorvegliato con rinfoltimenti boschivi controllati. La Nuova Zelanda con la sua ferrea politica protezionistica è ora un esempio per gli altri paesi. Una battaglia vivace che coinvolge terra, piante, animali e uomini.

Prima di immergermi nella natura smisurata di questo paese, per compiere trekking o salite alpinistiche, mi sono sempre rivolto al D.O.C. (Department Of Conservation) per reperire informazioni sulle escursioni, i sentieri, la meteorologia, le cartine o quant'altro mi sia potuto servire; inoltre al D.O.C. si possono acquistare i ticket per i pernottamenti nei vari bivacchi dislocati tra monti e foreste. Quando per la prima volta sono entrato in un ufficio del D.O.C. per richiedere informazioni ho avuto la sensazione di essere preso sotto l'ala protettrice dei suoi funzionari, perché oltre a fornirmi moltissime informazioni utili, mi hanno invitato a compilare un modulo nel quale dovevo scrivere tutti i miei dati e indicare dove, quando e con chi partivo per un trekking (che qui significa una semplice camminata di qualche giorno). Non vi dico le raccomandazioni che mi hanno fatto quando hanno appreso che andavo da solo.              

Dopo le mie prime escursioni su itinerari ‘classici’ sono rimasto un po' sconcertato ed il pensiero che mi passava per la mente era: “ma qui non c'è posto per un briciolo d'avventura!”. Questo è dovuto al fatto che il D.O.C. ed i neozelandesi in genere hanno una cura estrema dell'ambiente frequentato dagli escursionisti, al punto tale da determinare in modo chiaro ed inequivocabile gli spazi in cui i trekker si spostano, con sentieri larghi e sistemati, con aree di sosta e rifugi-bivacchi altrettanto ben curati e controllati. cura

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L'idea di mancanza d'avventura la cambiai poco tempo dopo quando una sera, in un locale di Queenstown, incontro Beat, un ragazzo svizzero che sta viaggiando in Nuova Zelanda solo con la sua Mountain Bike. Chiacchierando, gli espongo la mia intenzione di compiere un trekking nel National Park all'estremo sud del paese. Beat, rimasto entusiasta dell'idea, pensa di aggregarsi e così, davanti ad un buon boccale di birra, spuntano cartine, guide, appunti e la pianificazione dell'escursione è presto in atto.

Il Fiordland National Park è noto come uno dei più vasti  parchi al mondo; cascate tumultuose, foreste vergini, profonde valli, fiordi inaccessibili e una miriade di laghi, sono le componenti principali di questo parco. Alcune zone sono così selvagge che non sono ancora state esplorate. Con queste premesse e con il D.O.C. che ci esorta a non compiere certi trekking in questo periodo dell'anno (l'inverno), prepariamo con molta cura materiale e viveri per sette giorni. Dopo un trasferimento in auto di alcune centinaia di chilometri per una  stretta stradina immersa in un  paesaggio incantevole (immense foreste, imponenti montagne ed ampi spazi deserti), arriviamo a Milford, piccolo villaggio sulle rive del Milford Sound, l'unico fiordo del parco raggiunto da una strada. Questo grande e lungo fiordo è contornato da montagne alte e ripidissime, coperte da foreste che crescono incredibilmente su pareti quasi verticali, solcate da impressionanti cascate che si tuffano direttamente in mare.

Preparati gli zaini, l'appuntamento è all'alba sulle rive del Milford Sound con Alan. Con il suo gommone ci darà un passaggio per attraversare il fiordo e raggiungere l'inizio del Milford Trek (l'unico modo per raggiungere il sentiero è attraversare questo largo braccio di mare; l'alternativa sarebbe usare una canoa, ma dato che siamo in inverno optiamo per il gommone). 

D'estate il Milford Trek, che con i suoi 53 chilometri attraversa una delle zone più suggestive del parco, non è che una lunga camminata molto affollata , tanto che il D.O.C. tiene controllato il numero dei trekker all'interno del percorso... ma d'inverno la musica cambia. Questa zona è conosciuta come una delle più piovose al mondo; ci informano che si possono avere dai 2 ai 5 giorni di sole in un anno. La cosa non ci mette molta allegria e così ci equipaggiamo con spessi sacchetti di nylon per stivare le nostre cose negli zaini.

Il tempo è cupo, le prime luci del giorno fanno riflettere il plumbeo cielo sull'acqua increspata del fiordo, scendiamo dal gommone e salutiamo Alan che si allontana augurandoci buona fortuna. Strano, ma non piove ancora. Dopo pochi passi ci ritroviamo avvolti da una verdissima vegetazione; le tonalità del colore verde sono talmente tante da renderle indescrivibili, ogni cosa è ricoperta da un soffice strato di muschio verdissimo, quasi fosforescente. La voce della foresta è una melodia composta dal canto di una miriade di uccelli e da ruscelli di acqua bianca e spumosa che scendono qua e là. Se il paradiso esiste, me lo immagino proprio così.

Dopo essere stati letteralmente incantati da questa foresta ci rimettiamo in cammino per raggiungere un bivacco che si trova a sei ore di marcia. Siamo soli, tuttavia non sentiamo il bisogno di parlarci per almeno un paio d'ore; la nostra attenzione è catalizzata da questa natura esagerata, alcune volte ci guardiamo sbigottiti come per renderci conto se tutto è vero. Avete presente quei documentari dove ogni cosa è splendida? Ecco, di più!

A riportarci con i piedi per terra è l'inizio di una pioggerella che in breve si trasforma in acquazzone, al che abbassiamo lo sguardo e camminiamo di buona lena.
A pomeriggio inoltrato, bagnati fradici, arriviamo al primo bivacco. Non c'è anima viva, assomiglia ad una costruzione del Far West. Fa freddo e cerchiamo di accendere un fuoco per asciugarci. Mica facile trovare legna da ardere in una foresta pluviale dove piove ore su ore; ma dopo molta ricerca che porta Beat ad intrufolarsi nel sottopavimento del bivacco, ci procuriamo alcuni pezzi di legno meno bagnati.
Al mattino indossiamo con un certo orgoglio gli abiti asciutti, frutto della sgobbata serale, ma l'orgoglio viene subito sferzato da una gelida pioggia che in breve ci inzuppa per bene. 

Trascorriamo un'altra giornata in uno scenario mozzafiato e in completa solitudine. Non ci infastidisce più il fatto di essere bagnati e, scavalcando il Meekinen Pass, arriviamo a Mintaro Hut. Immediatamente inizia la scommessa per accendere il fuoco dato che non ha mai smesso di piovere. A tarda sera arrivano altri tre ragazzi provenienti dal lago Te Anau (dove dovremo arrivare noi il giorno seguente). L'incontro di altre persone in questo ambiente solitario ci mette allegria. Ci scambiamo molte informazioni sul percorso; ci dicono che molti ponti sui torrenti sono rotti, quindi si è obbligati a guadare impetuosi torrenti ed il traghetto sul lago Te Anau non è in servizio durante il periodo invernale. Di fatto loro si sono fatti portare da un'imbarcazione privata.

Il freddo e l'appetito hanno contribuito ad assottigliare notevolmente le nostre cibarie, ci rimangono viveri per due giorni circa. A questo punto dobbiamo scegliere se tornare indietro o continuare per raggiungere un'altra valle scavalcando il Door Pass per un sentiero ‘poco segnato’ che dista due giorni di cammino, considerando che la nostra speranza di trovare un passaggio sul lago Te Anau è svanita.
Dopo aver mangiato decidiamo che l'indomani continueremo per il Door Pass: confidando sul nostro allenamento contiamo di coprire il percorso di vari chilometri e oltre 2000 metri di dislivello in giornata.

Il giorno seguente tutto normale, piove ma ormai non ci si fa più caso, anzi sembrerebbe una stranezza se non piovesse. La giornata inizia subito a 500 metri dal bivacco con una battesimo nelle gelide e profonde acque di un grosso torrente. Ci troviamo a battagliare con un guado veramente insidioso; il fragore, la schiuma bianca, la forza dell'acqua che preme sul corpo mi induce ad aggrapparmi ad ogni sasso che mi capita a tiro e studiare con molta attenzione la mossa successiva per non venire trascinato a valle. Sicuramente è l'unico momento che sono contento di avere uno zaino pesante che mi tiene ancorato al fondo. Siamo divertiti ed impauriti allo stesso tempo e tra urli ed esclamazioni raggiungiamo la riva opposta; questo sarà solo il primo di una lunga serie di guadi che affronteremo in questa lunga giornata. Sono inzuppato come non mai, ma stranamente non mi dà fastidio, il freddo e la fatica della salita non mi pesano, sono solo invaso dalla felicità interiore di trovarmi qui, in questo momento, in un ambiente incontaminato. Quando ci avviciniamo al Door Pass il panorama che ci circonda è unico: montagne a perdita d'occhio ricoperte da foreste, profonde vallate solcate da torrenti ed il grande lago Te Anau si estende sotto di noi. Non si intravede alcun segno del passaggio dell'uomo all'infuori di qualche rado triangolino rosso che segna il tracciato. Questi triangoli colorati sono talmente scarsi che per lo più procediamo ad intuito, molte volte facciamo fede al nostro sesto senso (se mai lo abbiamo) e altrettante volte ritorniamo sui nostri passi per ritrovare il giusto passaggio.

Intanto la situazione atmosferica peggiora e comincia a nevicare. Ci troviamo ad attraversare e salire ripidissimi pendii ormai senza vegetazione con pietraie intramezzate da vaste zone composte di erba molto alta (denominate dai neozelandesi snowgrass) e scivolosa. Sono preoccupato per il mio compagno perché non ha delle calzature adatte a questo terreno scivoloso e coperto di neve (i stivaletti CAT sono di moda, però...), ma da buon svizzero se la cava egregiamente solo con qualche scivolone di alcune decine di metri (senza conseguenze per fortuna). Mi rendo conto che se ci capitasse un incidente in questo luogo saremmo veramente in ‘brache di tela’.

Scavalcato il Dore Pass siamo avvolti dalle nuvole. La visibilità è ridotta a 10-20 metri; ci fermiamo alcuni minuti, ma le nuvole non accennano a diradarsi. Mi torna in mente quando mi trovai nella stessa situazione dopo aver salito una via d'arrampicata in Marmolada ed alla domanda - “da dove si scende?” - un ragazzo altoatesino mi rispose - “bah! Cosa vuoi che sia? Per andare in giù... vanno in giù anche i sassi!”.
Prendendo alla lettera quell'affermazione ci caliamo seguendo il corso di alcuni torrenti, ritrovando in questo modo (che fortuna!) anche i triangolini segnavia.

Dopo otto ore di ‘cammino’ raggiungiamo il fondo valle, siamo stanchi, fradici e felici; ce l'abbiamo ormai fatta, un ultimo guado ci separa da una stradina lungo la quale potremmo trovare un bivacco. E' da cinque giorni che non smette di piovere e il torrente che ci accingiamo a guadare ha più le sembianze di un fiume. Mano a mano che ci avviciniamo alle sue sponde la nostra felicità scende per lasciare posto ad una preoccupazione crescente. Ci troviamo dinanzi ad un corso d'acqua largo circa 60 metri... l'acqua corre veloce e non si riesce a capirne la profondità. Sono senza parole, mi basta vedere lo sguardo di Beat per capire che anche lui, come me, è impaurito da quello che ci aspetta. Provo per primo a guadare il ‘torrente’, arrivo con l'acqua alla pancia e non ho ancora compiuto la metà della distanza che mi separa dalla sponda opposta, i piedi cominciano a scivolare sul fondo sconnesso, la forza dell'acqua comincia a trascinarmi verso valle, i miei sforzi per contrastare la corrente sono vani: è una battaglia interiore che si sta compiendo tra la mia ostinazione per arrivare a tutti i costi e la ragione che mi indurrebbe a tornare sui miei passi... 
Decido finalmente di ritornare sui miei passi quando l'acqua sembra avere il sopravvento e con indescrivibili equilibrismi riacciuffo l'erba della riva dalla quale ero partito. Questo sarà solo uno dei molteplici tentativi falliti che io e Beat compiremo in serata per tentare di guadare questo benedetto torrente. 

Nel tentativo di trovare un punto migliore per guadare risaliamo la sponda del torrente fino ad immergerci in una intricatissima foresta pluviale, la quale ha come tappeto profonde pozze di freschissima acqua mascherate da grossi e rigogliosi ciuffi d'erba; ne consegue che chi dei due procede davanti finisce sistematicamente a bagno fino alle ascelle. 
Facciamo il punto della situazione: non sappiamo più dove si trova il fiume, siamo nel mezzo di una palude, inzuppati fradici, stanchi ed affamati, si è fatto buio e non c'è un fazzoletto di terreno stabile dove sederci (caro Luca hai voluto l'avventura? Eccola...). Fortunatamente avevo portato la lampada frontale (Beat aveva solo candele) e seguendo all'incontrario il senso dell'acqua, arriviamo alla terra ferma, risaliamo un breve e ripido pendio e ci sistemiamo tra gli alberi per la notte. Con l'aiuto del fornellino consumiamo l'ultima busta di cibo liofilizzato: medaglioni di manzo con purea (mamma che buoni). Piove ancora, decidiamo così di infilarci con i sacchi a pelo dentro agli enormi sachettoni di nylon presi per isolare gli zaini; sarà una mossa azzeccata perché riusciremo a dormire umidi ma caldi.
All'alba mi sveglio al canto di mille uccelli subito rotto dall'affermazione di Beat: we still allive! (siamo ancora vivi!). Una fragorosa risata ci rincuora è siamo presto di nuovo in cammino nella foresta paludosa.

Non capiamo più da che parte possa essere il fiume. Tentiamo in una direzione che scegliamo di comune accordo, e dopo ore di immersioni in  pozze d'acqua siamo di nuovo sulle sponde del nostro torrente. Dovrà arrivare il primo pomeriggio, che ci vede risalire il corso d'acqua per altri cinque chilometri, prima di riuscire ad attraversare il torrente. Riusciamo in un punto dove il fiume si era diviso in tre profondi bracci. Il primo braccio era profondo ma la corrente non era molto forte, il secondo braccio di fiume lo attraversiamo aiutati da alcuni grossi alberi caduti e con la forza della disperazione, mentre il terzo ed ultimo braccio lo guadiamo grazie ad un miracoloso ponte a tre cavi. 

Si conclude così il trekking nel Fiordland National Park che per me rimarrà una delle più belle avventure effettuate in Nuova Zelanda.


Autunno 2001

Luca Gasparini

 

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE

JIM DUFRESNE, Tramping in New Zealand, Victoria 1998.

MARCO MORETTI, Nuova Zelanda, Milano 1994.

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