Winds of Change

Venti di Cambiamento in Yosemite

 

di Valerio Folco

 

Yosemite Valley, El Capitan, parete Ovest: maggio 1998, tentativo solitario di Winds of Change, itinerario di artificiale estremo aperto nell'agosto 1991 da Richard Jensen.

 

Camp 4

Live free or died’ è scritto su una targa personalizzata di una scassatissima automobile di climbers parcheggiata davanti all'entrata di Camp 4, in Yosemite. Questo mitico campeggio che ha ospitato generazioni di arrampicatori americani, maestri dell'arrampicata libera e artificiale, e molti altri giunti fin qui da tutto il mondo per confrontarsi con El Capitan e l'Half Dome, sta per essere definitivamente chiuso. Un pezzo importante della storia alpinistica mondiale svanirà. Al suo posto saranno costruiti molti lodge da cento dollari a notte, abbattendo alberi secolari e cancellando tracce storiche delle prime tribù indiane che abitarono questa zona.
I miei amici, climbers del posto, stanno combattendo una dura battaglia contro questa decisione di chiusura, ma hanno la sensazione che la perderanno. Riuniti tutti in gruppo come ipnotizzati, guardano la targa traendone quasi conforto. Uno di loro dice: “Ma sì! Piuttosto di vedere Camp 4 ridimensionato tipo zoo pubblico a ridosso di lussuosi lodge, meglio che lo chiudano definitivamente”. Dal canto mio penso
che non abbia torto a dire così; si perderebbe definitivamente quella particolare atmosfera, unica di questo posto, e tutto non sarebbe più come prima.

 

La meta

A sei mesi dalla mia ultima salita su Sea of Dreams a El Capitan, sono ritornato qui con un nuovo progetto. Provare un'altra via di A5, ma questa volta in solitaria. Le solitarie di A5 su El Capitan sono rare e di solito tentate solo dagli specialisti del posto. La via si chiama Winds of Change ed è una via recente aperta nel 1991. Credo abbia solo una ripetizione, o forse neanche quella, e ciò mi attira ancora di più in quanto l'impegno sarà massimo e non troverò materiale fisso in parete. Ci sono lunghe sezioni su hooks e copperheads inframmezzate dai micro-chiodi a espansione chiamati rivets, che comunque non riuscirebbero a trattenere una caduta.
Dopo tre mesi di allenamento mi sento bene; ho arrampicato molto e fatto un po' di bici, mentre per
provare le manovre di corda e la progressione ho aperto in tre giorni una via sul Pilastro Bertone a Courmayeur, trovandomi a mio agio con la situazione di ‘solitario’.
Posizioniato le tende tra pozzanghere di acqua e fango, vengo informato che è da più di un mese che continua a fare brutto e che poche cordate sono riuscite a salire El Capitan. Nessuno qui del posto si ricorda di avere mai visto condizioni del genere, né tanto meno un metro di neve a 2000 metri che ancora impedisce l'accesso via sentiero alla cime circostanti di El Capitan e dell'Half Dome. El Niño, el Niño... Tutti se la prendono con questo fenomeno naturale, mentre forse bisognerebbe prendersela con noi, razza di inquinatori; e poi penso - per fortuna che esiste ancora qualcosa a questo mondo che non riusciamo a controllare - concludendo infine - prendiamo quello che viene.

 

Comincia l'avventura

Sam, che ha portato gentilmente me e mio padre fin qui da San Francisco, si ferma a El Cap Meadows (grosso prato alla base di El Capitan) per ‘binocolare’ il mio socio Tom impegnato con due compagni su Tribal Rite, a destra del Nose. Sam mi dice che hanno sopportato 48 ore di acqua incessante: li vediamo infatti lassù, appesi alla parete dentro le loro tendine. Il giorno dopo Sam tornerà in città lasciandoci senza macchina, mentre Tom e i suoi due amici decideranno di scendere: li attenderemo alla base di El Cap quando arriveranno a terra.
E' giunto il momento di giocare la mia chance su questa parete. Ho capito che le ottime condizioni atmosferiche trovate durante le mie precedenti ascensioni, quest'anno saranno un miraggio. Il tempo infatti rimane sempre molto perturbato e tra una schiarita e l'altra riesco a salire i primi tiri e lasciare delle corde fisse per tornare giù.  Mio padre mi accompagna ogni volta all'attacco della via e mi aiuta a portare i grossi mucchi di ‘ferraglia’ che mi servono per scalare. 
I primi tiri sono i più difficili e pericolosi; soprattutto il secondo, tiro chiave della via. Per salire i suoi cinquanta metri impiego quattro ore e mezza e incontro solo lunghe sezioni su hooks e copperheads, con qualche terrificante ‘bomba a tempo’ (heads di dubbia tenuta). Non riesco a mettere niente che non sia hook o head cosicché il ‘mondo’, cento metri sotto di me, potrebbe diventare la mia ‘pista di atterraggio’ se solo una di queste schifezze saltasse via.  Sono le 18 quando dosando bene la corda, con l'aiuto del discensore a otto, poso dolcemente i piedi per terra e filo via veloce giù per il sentiero: ci sono ancora quattro chilometri a piedi tra me e la mia cena.

 

Incontro inaspettato

Passando sotto l'attacco di Jolly Roger, altra via mitica di El Capitan, incontro un conoscente di tutto rispetto, l'enfante prodige dell'artificiale made in USA, Chris McNamara. Ha 18 anni e ha già fatto praticamente tutto sulle pareti dello Yosemite. Ci mettiamo a parlare e mi fa i complimenti per la mia salita dell'anno scorso su Sea of Dreams, mentre io gli dico che sto provando Wind of Change in solitaria. Mi racconta che hanno appena richiodato le soste su Jolly Roger così come su decine di altre vie. Sono sei mesi che lui e i suoi amici lavorano a questo progetto e raccoglie offerte in moneta ‘verde’ per poter andare avanti. Oltre alla richiodatura hanno ripulito decine di vie di ogni genere di materiale fisso che si trovava in parete (heads, chiodi, ecc.) e chiuso con la sika (!) i fori inutili fatti per gli hooks. Mi spiega anche che è da qualche tempo che stanno pubblicizzando la nuova tecnica di estrazione dei copperheads da parte del secondo di cordata. Essi devono essere tolti completamente con un punteruolo e non strappati via con il martello, come fossero chiodi, perché  - così facendo - si rischierebbe di togliere solo il cavetto e lasciare la testina appiccicata alla parete. Con questo nuovo modo si risparmia al possibile ripetitore lo stress di rimanere molti minuti appeso, magari ad una protezione precaria, per riuscire a togliere questi deadheads, ‘teste morte’, divenute inutilizzabili. Insomma il clima che respiro è quello del cambiamento; mi sembra che Yosemite, nel bene e nel male, stia voltando pagina. Le tecniche di artificiale sono sempre più esasperate con i bird-beaks (micro-chiodi a becco d'aquila), al primo posto come protezioni impiegate nei tiri di A5 moderni (Chris in una sua via all'Half Dome ne ha messi 22 di fila e tutti molto precari, ed è ancora in dubbio se classificare questa lunghezza A5). La chiusura verso l'alto della scala di difficoltà nell'artificiale (il massimo è per l'appunto il grado A5) ha portato ad una compressione tale che i nuovi tiri aperti negli ultimi tempi, pur rimanendo di una tecnicità e pericolosità altissima, vengono sistematicamente degradati dai primi ripetitori. Si hanno così tiri di A5 che vengono dati A4, A3+ in nome della difficoltà ‘New Wave’. Il risultato è che si generano delle confusioni pericolose perché la differenza tra la gradazione classica, peraltro già estrema, e la New Wave diventa molto soggettiva.
A forza di parlare non mi accorgo che sono quasi le 20; il Garden Terrace, il mio self-service ‘all you can eat’ (tutto quello che puoi mangiare), chiude tra poco, ma Chris gentilmente mi offre un passaggio con la sua macchina. Ci salutiamo augurandoci tante belle arrampicate e un a risentirci via e-mail. Corro dentro appena in tempo; ce l'ho fatta! Anche stasera, ubriaco di fatica e con i crampi allo stomaco, riesco a spendere i miei sette dollari per la cena a base di ‘tutto quello che posso mangiare’.

 

Partenza  

Le previsioni oramai si smentiscono da sole ogni 24 ore, sembra che i meteorologi non riescano a capire la situazione del tempo. Bruciamo una rara giornata di sole per andare a mettere alcune corde fisse all'uscita della mia via, per fare delle foto e un piccolo filmato, ma a 2000 metri, con i piedi bagnati e la neve che mi arriva alle cosce, scopriamo il famoso metro di neve che ci sbarra il passo sui plateau che portano alla cima di El Capitan. Durante il penoso rientro penso che non me ne sta andando bene una e decido di partire l'indomani. Le previsioni sembrano buone: alta pressione sul Pacifico e cinque giorni di stabilità con qualche passaggio di nuvole.
Ok, ci siamo.
Il giorno dopo, quando lancio nel vuoto la prima corda fissa, sono consapevole che adesso tocca solamente a me, sarò da solo e dovrò impegnarmi al massimo.  Lascio andare la corda e con essa tutto ciò che laggiù mi è caro. Devo concentrarmi solo su quello che farò, anche se - devo dire la verità - non è facile. 
Filo via che è un piacere, ma verso sera prendo già un acquazzone che m'inzuppa completamente la portaledge; impreco contro le maledette previsioni del tempo. Per precauzione quindi, la prima notte, dormo nella tendina da parete. Alle 5 del mattino tuttavia il cielo è terso e fa presagire una bellissima giornata.
Mi sento come una macchina; tutte le cose che faccio sono provate e riprovate, il materiale che sto usando è perfetto e mi dà sicurezza; le lunghezze di A3 che sto scalando sono difficili e pericolose, ma oggi non mi ferma nessuno e riesco a farne tre. Arrivo all'inizio di una lama expanding: quando posiziono i friends essa si allarga regolarmente. Mi è difficile capire quanto può ancora tenere prima di scollarsi dalla parete. A mano a mano che salgo la lama diventa sempre più larga e, complice il sole, non riesco a vedere il primo dei due rivetti posti alla sua fine, il che mi obbliga a fare un movimento inopportuno su un friend che sollecita talmente la scaglia, allargandola, che penso sia arrivata la mia ora per davvero. Fortunatamente la scaglia tiene e quando mi accorgo del mio errore mi rendo conto di essere  arrivato molto vicino al limite. 
Dopo questa ‘piacevole’ esperienza, per arrivare in sosta, devo ancora affrontare il passaggio denominato ‘Orange Peel’, classificato 5.4 (4°+, 5°). Questa ‘buccia d'arancia’ è una seconda scaglia di circa nove metri quadrati molto fine e quasi completamente staccata dalla parete. Quando la batto con il martello il suono che emette mi fa rabbrividire. Lascio tutto il materiale appeso all'ultima protezione, e con ballerine e magnesio mi attacco a questa specie di ‘agrume’ con la speranza di non sbucciarlo.
Passato indenne, mi rimangono da scalare ancora tre metri, che si riveleranno un passaggio molto strano. Si tratta infatti di una rampetta da fare a metà tra aderenza e opposizione, una sequenza che secondo me tocca il 6a, a 7-8 metri dall'ultimo rivetto, tanto che nel momento in cui agguanto la sosta sono ben felice di avere finalmente tra le mani un bolt.

In altre parole il mio lavoro di aid-climber si traduce nel salire mettendo le protezioni, quindi faccio la sosta e fisso le corde; scendo in doppia, svincolo i miei due sacconi con i loro 80 chilogrammi di peso, risalgo con le jumar per togliere tutta la ferraglia messa precedentemente e, arrivato di nuovo alla sosta superiore, tiro su i sacconi con la carrucola.  Vado addirittura più veloce di due americani di fianco a me che stanno scalando Cosmos.  

Alla sera, sdraiato sulla portaledge, con la pancia piena di ravioli in scatola e frutta sciroppata, mi godo l'apparire delle stelle, finché l'intera Via Lattea diventa visibile e chiude lo spettacolo. Mi addormento pensando a mille cose, rimanendo stupito di come il mio cervello continui a lavorare senza sosta dopo giornate di continuo impegno fisico e mentale. Domani dovrebbe esserci un passaggio di nuvole alte. Bah! Speriamo bene.

La mattina seguente, al mio risveglio, la realtà mi mostra tutta la sua inaspettata crudeltà. Alla faccia del passaggio di nuvole! Da ovest sta praticamente arrivando un uragano.  Le nuvole meno minacciose sono di colore nero e avanzano veloci e cariche di pioggia.  Guardo l'altimetro: la pressione è crollata da 855 a 818 millibar in poche ore! 

 

Progresso  

Qui in Yosemite è sempre stato vietato buttare la propria spazzatura e i propri rifiuti organici giù dalle pareti mentre si scala una via. Da qualche anno tutto questo è diventato illegale e perseguibile a norma di legge. Bisogna quindi aggiungere all'attrezzatura l'oramai famoso Poop Tube, che altro non è che un tubo di plastica di circa 20 centimetri di diametro per 50-60 di lunghezza, con tappo a vite e fettucce per essere attaccato al saccone. Al suo interno si raccolgono rifiuti di ogni genere prodotti dalla cordata (alcune vie richiedono anche 10-12 giorni per essere scalate),che non andranno così ad ammassarsi in fondo alla parete e che devono essere riportati a valle e scaricati nei bidoni appositi e nei wc.
Altri cambiamenti in corso a Yosemite sono quelli del soccorso e del materiale da bivacco da portare sulla via. Bisogna adoperarsi per avere soprattutto la portaledge,  naturalmente su quelle vie dove serve (può servire anche sul Nose se ci sono molte cordate e i bivacchi tutti occupati), dotata di Rain-fly, una tendina che la copre e fa stare all'asciutto se piove. Il sacco a pelo deve essere esclusivamente con imbottitura sintetica in modo tale che si asciughi velocemente se si bagna, e non di piumino perché una volta bagnato diventa inutilizzabile. A riprova di questo, c'è stato il caso di tre alpinisti austriaci che dopo aver preso un forte temporale sulla via dello Shield sono stati soccorsi e recuperati perché erano senza tendina e sacchi a pelo sintetici. In quello stato, inzuppati d'acqua com'erano, rischiavano l'ipotermia.  Sono intervenuti 3 elicotteri e 23 uomini per tutto il giorno. Gli austriaci, appena arrivati a terra, sono finiti davanti al giudice che li ha multati del costo del soccorso: totale 13.000 dollari!!!

 

Acqua

Riesco a malapena a montare la tendina attorno alla portaledge che arriva la prima ondata d'acqua. Sono le 5:15 del 25 Maggio. La meteo americana fa ‘acqua’ come fa acqua la mia tendina. Devo contorcermi in posizioni al limite del crampo muscolare per schivare le gocce d'acqua che entrano dalle cuciture delle cerniere, e come se non bastasse mi trovo sotto ad un piccolo tetto che produce una minuscola cascatella che s'infrange rumorosamente addosso alla tela della tendina. Dopo cinque ore di pioggia incessante, smette.
Esco per sgranchirmi le gambe; non faccio una gran passeggiata, però almeno mi muovo un po'. Mi attacco alla sosta e faccio qualche autoscatto. Non vedo il mondo sottostante perché veloci nuvoloni bianchi risalgono la parete e mi avvolgono completamente. La cascatella d'acqua sparisce e il mio umore cresce. La pressione è sempre stabile a 818 millibar. Penso a milioni di cose, a casa mia, a cosa stanno facendo gli altri, a come sarà domani. Non ho le previsioni del tempo e questo mi preoccupa. Dopo cena ritorna la pioggia.  Mi sembra più forte di prima. Immancabilmente dopo alcuni minuti ritorna anche la mia odiata cascatella e il suo insopportabile rumore.

 

24 ore di riflessioni  

Sono solo. Veramente solo. E' da ore che sono avvolto dalle nuvole e non vedo il mondo circostante. Non sento rumori provenienti dalla civiltà; sento solo quello della pioggia. Comincio così a pensare alle cose più svariate e in particolar modo a ciò che sto facendo. Rifletto sulla nuova disciplina del Clean Aid Climbing, cioè salire le vie di artificiale senza usare il martello, attaccandosi però a tutto quello che si trova in parete piantato precedentemente, oppure sulle libere delle vecchie vie di artificiale dove si utilizzano i buchi ‘artificiali’ prodotti dalla continua schiodatura, o ancora sullo speed-climbing che tanto assomiglia alla disciplina della vita moderna, sempre di corsa e sempre stressati, per non parlare del ‘Mito del Primo’. Sono stato il primo a scoprire quel posto al Polo Nord e sono stato il primo a defecarci sopra. Alla fine produrremo solo un alpinismo vecchio, ripetitivo e inquinante, dove invece solo chi fa le cose per se stesso riuscirà a trovare le giuste sensazioni. 
Questi pensieri mi occupano la mente per molto tempo mentre là fuori la natura si scatena. Come siamo piccoli e indifesi a cospetto del mondo. A forza di ‘macinare’ queste cose mi viene da sorridere... Non siamo forse tutti un po' pazzi?

 

La dura realtà

Cerco di dormire, ma il rumore dell'acqua e il freddo non me lo permettono. La pressione scende ancora fino a 815 millibar e comincio a pensare che domani dovrò scendere. Durante la notte la temperatura scende a meno 5 e m'invento di tutto per rimanere caldo e asciutto. Mi metto dei sacchetti di carta sotto al sacco a pelo per isolarmi dal vento ascendente che batte contro il fondo della portaledge, causando un'ulteriore diminuzione della temperatura. La tendina è al limite della tenuta e comincia a perdere in tanti punti. Mi raggomitolo dentro al sacco a pelo protetto dal gore-tex ormai sconfitto su tutti i fronti, mentre l'acqua e il freddo sferrano l'ultimo attacco.
Finalmente arriva la luce. Non piove più. Nelle ultime ore la pioggia ha avuto un rumore diverso battendo contro la tenda. Appena esco mi accorgo perché: non era acqua, ma neve! L'esterno è completamente verglassato e ricoperto da 4-5 centimetri di neve. Nel frattempo la pressione non è salita e le nuvole permangono, anche se sembrano meno minacciose. Ragiono su quello che devo fare e su ciò che mi aspetterebbe se continuo. Non conoscendo le previsioni meteorologiche e dovendo affrontare molti passaggi in arrampicata libera su placca per uscire dalla via, considerate le condizioni della parete, decido di scendere.
Le dieci doppie che seguono si rivelano difficilissime. Sono tutte in traverso e le prime due anche strapiombanti. Scendo sulla statica, a volte chiodando in discesa, pendolo fino a prendere la sosta, fisso la statica e risalgo alla sosta sopra. Calo i sacconi lungo la corda fissa e una volta arrivati in fondo, faccio la doppia anch'io e ricomincio ogni cosa da capo. 
Per raggiungere la terza sosta, che si trova 20 metri alla mia destra, corro come un pazzo da una parte all'altra di un'infinita placca di granito, tanto che mi par di essere un acrobata da circo. Impiego quindici minuti buoni per riuscire ad aggrapparmi al primo bolt che trovo, ma oramai sono salvo; le successive due doppie sono facili.
Erano le 5:30 del mattino quando ho iniziato quest'avventura.  Prendendomi qualche rischio e qualche brivido, dopo 12 ore riesco a posare i piedi per terra. Non trattengo un urlo di liberazione e di gioia e gli americani su Cosmos (scenderanno il giorno dopo perché le loro corde erano completamente ricoperte di ghiaccio), che hanno seguito la mia discesa, rispondono contenti che almeno io sia arrivato alla base della parete.

 

Saggia decisione  

Giunto a El Cap Meadows, mi butto per terra. Sono molto vicino allo sfinimento e con lo sguardo assisto al recupero di alcuni scalatori su New Dawn che hanno chiesto soccorso con il telefono cellulare. Uno di loro è in ipotermia e l'elicottero compie un hovering di un quarto d'ora per riuscire ad imbarcarlo. Altre cordate stanno invece scendendo con le proprie forze, avvalorando in tal modo la decisione che ho preso stamattina.
Nei tre giorni successivi tutte le cordate scenderanno in doppia e adesso sono qui, come me, a El Cap Meadows, a contemplare El Capitan. Il tempo è rimasto perturbato e la notte scorsa ha nevicato ancora di più.
Avvolto nella mia giacca antivento, che mi ripara come può da una fastidiosissima pioggerellina, guardo in alto. Lassù, sopra di me, intravedo, lontanissime, le placche di aderenza che dovevo scalare all'uscita della mia via, completamente ricoperte di neve, e m'immagino cosa avrei dovuto fare se avessi deciso di continuare.
Qui, su questo prato, ai piedi di El Capitan, è gia iniziata la mia prossima via. Ora non mi resta che ritornare a casa dove posso ricominciare ad allenarmi e ritrovare la giusta motivazione che sola può permettermi di tentare esperienze come questa appena vissuta.

Per finire, possibile che nel vortice di questi ‘Winds of Change’ che sembra stiano investendo Yosemite non ci sia anche un cambiamento delle condizioni meteorologiche? Ma dove è finito il famoso sole della California?
Reinhard Karl scriveva che El Capitan non ha vetta. Mai come ora mi accorgo quanto avesse ragione. Comunque vada, su questa parete, è sempre meraviglioso tornare.

 

Giugno 1998

Valerio Folco

 

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE

REINHARD KARL, Yosemite, Milano 1986.

DON REID, Yosemite climbs: Big Walls, Evergreen 1993.

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