La pioggerellina del Brenta

resoconto semiserio di una piccola grande avventura

 

di Massimo Anile

 

Gruppo delle Dolomiti di Brenta, Torre Prati, versante Sud: ripetizione dello Spigolo Armani (agosto 1999).

 

“La pioggerellina  di marzo, che picchia  argentina sui tegoli vecchi dei tetti.....”

Fiore, quella poesiola l'aveva studiata alle elementari, alle medie forse...
Gli ricordava un paesaggio disteso, ameno, dove brevi spianate si alternano ai declivi collinari coperti dall'uva: proprio come nell'alto piacentino, come lui lo definiva, ovvero ben prima dell'impennata del Val Trebbia.

Quella mattina aveva preparato lo zaino con cura, tanto la colazione l'avrebbe fatta a Campiglio.
Così accadde. Il cielo azzurro auspicava mitiche imprese, lui si pappava prosaicamente una croissant zeppa di crema pasticcera mentre quel solone di Max stava in un angolo a leggere il giornale.

Prima delle salite era sempre la stessa musica: a lui la tensione metteva una fame da lupo, mentre al suo socio chiudeva lo stomaco. Alla fine della giornata era il contrario: Max s'ingozzava con panini da brivido e lui stava a stecchetto. Beh, si compensavano anche così... Il suo socio era un placchista, uno da arrampicata esterna, delicata (non ha il fisico), mentre lui era il re dei camini e degli strapiombi di forza.

Sulla Torre Prati non c'erano placche e neanche grandi strapiombi. Però era una bella salita lo stesso. Due anni prima l'avevano tentata Massimino Bombelli e Roberto Moiraghi, due che andavano forte, ma il tempo non aveva dato loro tregua.
Il Di Noia, lo spigolo Armani non lo citava neanche, ma sul Buscaini l'incipit era notevole: “classica via su roccia splendida, esposta e sostenuta, una delle più belle salite classiche del gruppo”.

Cazzo (anzi, fighi... come si dice dalle sue parti) una salita così vuoi lasciarla lì, senza metterla nello zaino? Erano già partiti benino quell'anno, con la Sybilla al Castelletto, salita in una giornata torrida che li spingeva a cercare l'ombra negli anfratti del grande camino-diedro (e Max smadonnava...). Ora però il gioco si faceva diverso, se non proprio duro... Ambiente più selvaggio, avvicinamento in giornata da trofeo Kima... e clima un po' meno stabile della settimana precedente.
Ma chi non risica non rosica. O no?

Al rifugio s'erano fatti un the con una fettona di torta di carote da urlo. Anche Max l'aveva  gustosamente addentata.
- Oh, non far piovere...! -
Il ragazzo del banco, quando gli avevano detto che volevano salire lo spigolo, s'era prodigato in commenti:
- Se non fosse troppo corta, sarebbe la più bella via del Brenta - ed aveva rintuzzato la dose:
- La discesa l'abbiamo riattrezzata, passa per i camini tra la Prati e la Nardelli. Vi riporterà dove avete lasciato lo zaino! -

E chi li teneva più?
Avevano divorato il ghiaione morenico che conduceva all'attacco in venti  minuti e poi su, sulla cengia, dove s'erano cambiati in fretta.
Corda in spalla, senza zaino, s'erano infilati per il canalino un po' instabile che portava  all'intaglio, da cui avevano potuto ammirare la slanciata silhouette del Bimbo di Monaco.
- Che spettacolo! - 

Ma la giornata non era più tanto promettente.
Grosse nubi si stavano addensando sopra i vertiginosi appicchi della Brenta Alta e un fronte esteso proveniente dai gruppi cristallini di Adamello e Presanella avanzava proprio verso di loro.
- Finché le nuvole nel cielo non si uniranno, potremo stare tranquilli - aveva sentenziato Max, come un vecchio curato di campagna durante l'omelia domenicale.
- Beh, speriamo bene... -

Poi Max era partito.
“Una roccia da sogno” continuava a dire salendo.
Dopo un po' di inquietante silenzio, era sparito a destra: “Sosta”.
La via era stupenda. Il calcare solido, ruvido e crepitante, sembrava messo apposta lì perché qualcuno lo potesse arrampicare.
Il secondo tiro era anche meglio del primo: che libidine!
Insomma, la via stava filando via da sotto i piedi, tiro dopo tiro, in modo quasi ideale, sospesa com'era tra due baratri agghiaccianti e spettacolari.
A destra l'infinito spigolone della via Hartmann, al Campanile Alto.
A sinistra il circo glaciale dell'Alimonta.
Sotto al culo lo spuntone del Bimbo, sempre più distante e aguzzo.
Dietro, la mole incontenibile del Crozzon, col canalone Neri corrugato dalle scariche, verde per il ghiaccio vivo affiorante.
Davanti quella roccia compatta, ora più grigia, ricca di clessidre, spuntoni, fessure.
E sopra?

Il finimondo.

Appena giunti sulla cima, le nuvole si abbracciano e chiudono per sempre quella sottile breccia d'azzurro che li aveva sino ad ora protetti.
Il tempo di realizzare la cosa e, mentre preparano la prima doppia, comincia a tuonare.
- Andiamo via da qui! - Dice Max preoccupato, con un volto ancor più scavato del solito.
Il pericolo dei fulmini è una cosa reale, palpabile.
Anche le statistiche parlano chiaro: un sacco di morti folgorati da quelle parti...
Improvvisamente saltano alla mente tutte le sfighe del mondo, le lapidi sui sentieri, le cappelle votive.
E Prati, quello che ha dato il nome alla torre, non è morto anche lui colpito da un fulmine?

Fulmini? I fulmini dovranno essere loro, se vogliono portare a casa la pelle...
La grandine mista a pioggia tintinna sui caschetti... La pioggerellina di agosto, che batte argentina sui caschi dei poveri vecchi...

All'intaglio sono già tutti fradici.
Fa un freddo cane,  l'acqua che li inzuppa è gelida, e si è alzato un vento che si insinua tra i vestiti come una lama d'acciaio.
- Max dov'è la doppia? -
- Qua, Fiore, quassù. Bisogna solo salire un pezzetto. -

Alla seconda doppia approdano ad una nicchia.
- Ci fermiamo qua o scendiamo? - chiede Fiore.
- Giù, giù - risponde il magro compare, balbettando dal freddo - Prima ci togliamo da questo canale di merda e meglio è,  siamo zuppi e pieni di ferraglia...

Già... ma la corda non viene.

- Era la rossa o la blu da tirare? - fa Max.
- La blu, la blu. Ma  si è incastrata ....sta stronza! -

Quasi quasi a Fiore viene da ridere. Se non venisse più giù quella maledetta corda, sarebbe una bella menata...
Per un attimo pensa ai suoi irrequieti topini che staranno saltando come pazzi sul divano, duemila metri più in basso.
Allora ci riprova, spostandosi un po' a sinistra e tirando come un dannato.
Si sente forte, ma alla corda non importa un fico secco: lei resiste.
- Cazzo non viene! -
Allora l'abbranca Max che si sposta a destra, praticamente sotto una cascata gelata.
Tira e ritira: fatta!
- Bravo Max! Bravooo! -

L'entusiasmo di Fiore fa da collante alla vita.
Si sentono improvvisamente più sereni.
In fondo, hanno mantenuto la calma. La stanno mantenendo anche se la situazione, per due soffocati come loro, è difficile.
Sono fradici, grondanti, piove e grandina sempre più intensamente e la valle è squarciata dal rimbombo dei tuoni.
Max trema come la sboldra di un martellatore pneumatico...
Lui invece si trattiene, ma ha un freddo da mettersi a gridare.

- Ma non hai freddo? - Gli dice il compare stupito, con una faccia da topo braccato.
Lui non risponde, si picchia solo l'indice sulla tempia, come a dire: “mi sto contenendo” .
Max gli fa un gestaccio col medio, segno che hanno ancora voglia di prendersi per il culo. Un buon segno.

La doppia si incastra di nuovo.
Sentono l'acqua scorrere sulla schiena, sulla pancia... hanno i genitali così contratti da far persino male...
Mentre Max tira come un campanaro impazzito, Fiore, in attesa di dargli il cambio, si ripara le mani sotto le ascelle, tanto è il fastidio della grandine martellante sulle mani.
- Vai, bastarda! -
Anche stavolta è andata. Max però è sfinito e lascia che Fiore recuperi il resto.
L'ultima doppia la fanno senza neanche tenersi alla corde.
Una filata nel vuoto verso la cengia, verso gli zaini, verso il rifugio... verso casa!
Le corde sono così inzuppate che l'attrito provocato dal discensore le strizza facendole schizzare acqua in modo pazzesco: lo schizzo è talmente forte che sembra di avere una doccia puntata sul viso.
Bisogna scostare la faccia perché toglie il respiro.

Alla cengia trovano gli indumenti, che avevano steso al sole prima di iniziare la salita, completamente inzuppati.
La camicia di Max peserà cinque chili!
L'unica cosa asciutta è, ironicamente, il Kay-Way  che avevano “dimenticato” nello zaino.
Si spogliano e lo indossano.
Vanno verso il rifugio.
Camminano dondolando sotto il peso spropositato degli zaini, pieni di roba fradicia, mentre piano piano la pioggia sta scemando.

Si scaldano.

Lo spigolo Armani emerge allora beffardo e magnifico tra le nebbie.
Si voltano a guardarlo mentre sta lentamente smettendo di piovere.

Già... anche lui è finito nello zaino dei ricordi.

 

Settembre 1999

Massimo Anile

 

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE

ETTORE CASTIGLIONI - GINO BUSCAINI, Dolomiti di Brenta, GUIDA DEI MONTI D'ITALIA C.A.I. - T.C.I., Milano 1977.

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