Nord verticale

 

di Manrico Dell'Agnola

 

Isola di Baffin,  Inugsuin Fjord, Nuksuklorolu Mountain: prima salita di Welcome Nunavut sulla Torre del Nuksuklorolu (estate 1998).

 

Non è molto che viviamo in questa desolata spiaggia all'interno di questo sconosciuto fiordo. Sopra di noi incombe una torre di granito con pareti di quasi mille metri che nelle mattine di bel tempo si tingono di rosso come le lontane ed amate Dolomiti. Tutto ciò è la ragione per cui siamo qui, il motivo che ci ha risucchiato enormi energie, tempo e soldi, che non ci ha fatto dormire di notte, ma che ci sta dando ora sensazioni fortissime. 
Dopo due sopralluoghi che ci servono per conoscere la roccia, farci un'idea sul percorso da seguire e di conseguenza delle difficoltà, finalmente si decide di partire.

Sono della partita Giuliano, Simone, i due Luigi e naturalmente il sottoscritto. Quasi tutto il materiale è all'attacco e cinque tiri sono già stati attrezzati con l'aiuto anche di Garafao. Tra il campo base e lo zoccolo, che fa da basamento alla torre, si butta nel mare con un grande delta un fiume che nasce dall'enorme ghiacciaio che ci sovrasta e che a sua volta è l'unione di altre tre lingue glaciali che scendono dalle ampie valli laterali; quindi abbiamo bisogno del gommone per raggiungere i soffici muschi che s'inerpicano fin sotto le pareti. Attracchiamo al solito sassone; durante le manovre di scarico uno zaino mi sfugge di mano e per un pelo non cade in acqua. Al momento lo vedo come un presagio negativo, ma la risata del nostro Caronte di turno mi distoglie subito dai cattivi pensieri e continuo con il passamano dall'imbarcazione agli umidi muschi. La salita di quei 600 metri di dislivello è una ‘barba’ e oltre tutto richiede attenzione, perché uno sbaglio di percorso ci porterebbe su delle placche umide e lichenose, che pur non procurando problemi tecnici ci farebbero perdere del tempo prezioso. Il cielo è azzurro e non fa il solito freddo; con la fatica sudiamo e ci spogliamo, nessuno di noi ha fretta e sembriamo degli escursionisti in passeggiata. 

Non è molto presto, sono forse le nove o le dieci, ma vivendo oltre il circolo polare e non avendo una concezione precisa del giorno e della notte agli orari non ci si fa più caso. 
Salgo chiacchierando; ogni tanto rumori sordi e sinistri mi fanno sobbalzare e guardare in basso. Essendo fondamentalmente un dolomitista non abituato ai rumori dei ghiacciai rabbrividisco ogni volta, anche se so che è tutto normale e che oltretutto sia noi che i nostri compagni al campo base siamo al sicuro. 
L'unica cosa che in poco tempo è cambiata è l'orizzonte verso sud; prima era limpidissimo, ora una striscia rossiccia pare ingrandirsi ed avvicinarsi mentre il vento si è fermato e tutto pare immobile.
Pensandoci bene anche i rumori che arrivavano cosi chiari e netti dal fondo valle, chiarezza simile a quella del rumore del treno vicino casa in certe giornate autunnali, dovevano farmi immaginare un repentino cambiamento meteorologico.

Abbiamo con noi anche i sacchi piuma, ma li lasciamo alla cengia d'attacco nel caso dovessimo tornare indietro. Il tempo è ancora stupendo; sono ottimista e penso che con un ‘bel colpo di mano’ in breve dovremmo essere in cima. Arrivato sotto la parete il mio atteggiamento cambia, l'amore platonico che provavo per la parete vedendola dal basso si trasforma in voglia di sesso, la montagna è lì, gialla, solare, vergine, solcata da diedri interrotti da strapiombi; ora ho fretta.
Fretta di salire, curiosità di scoprire, di toccare appigli e rocce mai sfiorati da altro essere umano. In quei fugaci momenti la montagna mi dà il suo consenso.
Con un po' di spavalderia mi lego e parto. Con me c'è il Gigiat con il quale ho già arrampicato molte volte in Dolomiti e del quale mi fido, seguono Simone Giuliano e Luigi, che, salendo sulle nostre corde, chiodano e pensano già a rendere sicura la discesa.
Man mano che saliamo il tempo peggiora; un lieve venticello porta dal mare foschie e nubi, che non promettono niente di buono. 
Pur essendo in piena estate a queste latitudini basta poco perché il termometro precipiti, infatti appena arrivati su terreno vergine inizia a nevicare.
Cerco di aumentare la velocità, ma il freddo mi costringe a soventi fermate per cercare di scaldarmi un po' le mani; è dura, ma uno stimolo che da anni non conoscevo mi spinge a continuare.

I tiri si susseguono e le corde finiscono in fretta, tuttavia quel diedrone giallo-nero sta diventando un miraggio; io salgo e lui pare rimanere sempre lontano ed irraggiungibile. Il Gigiat mi segue fedele anche se leggo nei suoi occhi la stanchezza e forse la perdita di parte dell'originaria carica. D'altronde lo capisco, ha più tempo per pensare di me, che invece sono pienamente impegnato nell'azione, e rimanendo fermo alle soste si raffredda più facilmente.
La logica classica imporrebbe di scendere, di lasciare tutto il materiale in parete e di ritentare con il tempo buono, ma qui il tempo, in special modo in questo periodo, non è mai favorevole, quindi patire per patire tant'è continuare.

Mi sembra il racconto di un alpinismo eroico e che puzza di retorica, eppure io non mi sento e non sono un alpinista eroico, forse un po' classico e romantico, ma non eroico e il masochismo non l'ho mai visto come una cosa sana e positiva. Eppure sono qui, dall'altra parte del mondo, in un fiordo inesplorato, sulla parete di una cima vergine, in mezzo agli strapiombi, con il brutto tempo e con le mani gonfie dal freddo e mi piace tanto.
In realtà queste esperienze al momento non si vivono certo bene ed il freddo i pericoli e la fatica debilitano il fisico ed il morale, ma più questi fattori negativi sono forti, più dà gusto cercare di vincere la sfida, ignorando l'istinto che ci imporrebbe di scendere; ogni tanto mi sento un'imbecille. Superficialmente si dice che è bello raccontarle, ma non può essere che si accettino certi disagi solo per confrontarci con gli altri, non mi sento tanto stupido e oltre tutto non ho neanche un opinione tanto alta del prossimo per giustificare questo.

Qualche tiro più in alto il diedro appare tra un diradarsi momentaneo delle nubi. Un diedro giallo ed attraente esce dalla verticale sopra le nostre teste; non è la prima volta che apro delle vie, ma questa è senz'altro la più bella e logica. Immagino così le emozioni provate da Cassin o da Bonatti e Mauri mentre aprivano le loro storiche salite e un po' gli invidio; per noi nuova generazione sarà sempre più difficile e costoso, in tutti i sensi, trovare linee del genere.
Una netta spaccatura larga una manciata di centimetri e obliqua verso destra sembra portare ad un ripiano; la supero tirando su dei friend ben piazzati e come pareva evidente anche dal basso, un ottimo terrazzino ci accoglie. Guardo in basso, un bel salto! Giuliano e Simone s'avvicinano, anche loro sembrano esausti, ma ormai siamo in ballo e balleremo.
Un largo camino con rocce spaccate all'interno mi permette d'alzarmi senza grandi difficoltà per altri 50 metri. Ora non nevica più ma tutto intorno è candito e l'umidità nelle fessure s'è trasformata in ghiaccio; una luce di un rosa strano rende l'atmosfera immobile.

E' già sera, anche se parlare di sera fa sorridere. Il buio durerà solo poche ore, ma in questo breve periodo la temperatura s'abbasserà ancora, mentre io continuo a salire. Il bivacco è ormai scontato, ma tutto quello che guadagno questa sera ci sarà risparmiato domani.
Oltre il camino strapiombi gialli invitano ad attraversare a destra; fa freddo ed un appiglio cede. Volo all'indietro pochi metri, più sotto mi fermo su un piccolo ‘gigetto’ (micro-friend). In situazioni simili emozioni di questo genere si vivono in maniera molto ovattata, quasi rallentata. 
Ricordo i voli nella notte lungo “The Headwall” su El Capitan. Anche quella volta volare pareva uno strano sogno e quando rimanevo appeso trattenuto dalla corda lo strappo pareva dolcissimo. Allora solo le mani e le ginocchia sanguinanti mi davano l'idea della realtà, questa volta invece non ci sono conseguenze fisiche, quindi, fatto un cenno al Gigiat, che a sua volta non si è quasi accorto di nulla, mi ricompongo e riparto. Il passaggio non è facile, penso un 6c almeno. In una fessura più in alto un bel friend mi ridà fiducia, ma le mani tremano, più per la fatica che per la paura; a questo punto è meglio riposarci. Gli altri ci urlano che dal bel terrazzino guadagnato oltre il tratto artificiale non si muoveranno fino a domani. Hanno ragione. 
Con una calata lunghissima li raggiungiamo; mi sembra di non vederli da tanto tempo. Siamo tutti sfiniti ed infreddoliti; sono solo 15 ore che siamo in parete, ma abbiamo lavorato parecchio e la breve notte si preannuncia difficile.

Io ed il Gigiat siamo gli ultimi arrivati e ci dobbiamo accontentare dei posti peggiori. Io sono quello più all'esterno e seduto divido una piccola cengia con Giuliano; un coprisacco e una mantellina, entrambi leggerissimi, ci difendono un po' dal vento ma non dal freddo.
Il tempo non sembra migliorare ed altri spessi nuvoloni ci avvolgono. Una piccola telecamera digitale della Sony fissa questi momenti, altrimenti appannati e confusi; siamo un pugno di uomini stretti tra loro su di un piccolo terrazzino sospeso sul mondo.
Stiamo compiendo questa salita con lo spirito ed i mezzi dei pionieri e la via stessa ricalca le storiche ascensioni sulle Alpi degli anni '30, '40 e '50. Naturalmente lo stile è anni '90, anzi, è il mio stile anni '90 e cioè pochi rinvii, arrampicata snella, possibilmente protezioni veloci e progressione in libera.
Infatti non capisco la logica storica di alcune direttissime odierne prevalentemente in artificiale, seppure con un artificiale pulito ed estremo, in luoghi come questo, dove ci sono linee di fessure e diedri evidentissimi e assolutamente logici. 
Secondo me sarebbe più giusto risolvere prima queste linee classiche, dettate dalla struttura naturale della parete ed arrampicabili e solo in un secondo tempo puntare ai problemi che richiedono un arrampicata più sofisticata e tecnologicamente più avanzata.

Il tempo non migliora, e continua a far freddo. In un diradarsi delle nuvole vediamo il mare; l'imboccatura del fiordo è una linea bianca, con lo zoom della telecamera intravediamo lunghi blocchi di ghiaccio che si stanno avvicinando ad una velocità incredibile.
Le circa due ore di buio passano in fretta ed un alba cerulea ci invita a muoverci. Come al solito i primi movimenti sulle jumar sono goffi e difficili, sembra di essere dei motori diesel freddi, ma ai primi sentori di calore il progredire diventa, seppur faticoso, un piacere.
Roteando nel vuoto io e il Gigiat ci trasciniamo sino al punto massimo raggiunto la notte prima; finalmente siamo di nuovo operativi.
Mi massaggio i piedi per riscaldarli un po' e parto; con il martello spacco delle piccole colate di ghiaccio, intanto un timido raggio di sole c'illumina.
Questo è il tratto dove il diedro principale s'incurva verso destra, qui la roccia è sporca umida e terrosa, ma abbastanza lavorata. In alto invece vedo a sinistra un bel diedro fessurato già notato dal basso e che sbucando su cenge appena sotto la cima ci porterà fuori; il problema sarà solo trovare la maniera di raggiungerlo.
In realtà, dopo un traversino putrido, un piccolo camino facile porta ad un vasto ed orizzontale ripiano, primo ed unico posto veramente comodo con vari metri quadrati di soffice sabbietta. Avendolo saputo sarebbe valsa la pena fare uno sforzo ulteriore ieri sera; il freddo sarebbe stato lo stesso, ma comodamente sdraiati uno accanto all'altro forse l'avremmo sentito meno. Intanto il tempo sembra migliorare ed un sole ancora indeciso ci riscalda più il morale che il fisico. Simone, Giuliano e Luigi, uno alla volta sbucano dagli strapiombi, sorridendomi alla vista di questa inattesa isola orizzontale; il morale adesso è più alto. 
Oltretutto ora ci vediamo tutti più chiaro: la cima par molto vicina e il modo per raggiungerla appare da questo punto assai evidente. Un diedro sanissimo parte dal terrazzo. Cedo il comando a Simone che si carica di materiale e parte. A metà diedro una grossa colatura di ghiaccio lo costringe a chiodare la fessura. 

Io me ne sto finalmente in pace; sdraiato sulla sabbietta mi mangio due ottime barrette energetiche alla fragola, più per golosità che per bisogno, mentre ora tocca a Simone ‘lottare con l'alpe’. Nonostante la cima sia ormai prossima siamo tutti provati. Sono comunque tranquillo e l'unica mia preoccupazione è quella di schivare i pezzi ghiacciati che butta giù Simone e tra un blocco e l'altro fare delle foto. Sicuramente in condizioni migliori anche questo tratto poteva essere superato in libera, così invece solo chiodi e staffe permettono di vincere questo scorbutico passaggio. Oltre il diedro una sorpresa: non è la cima, è solo una cengia, la vera cima è lassù. Ora però non ci sono più dubbi, lo si capisce in maniera inconfutabile da come le nuvole ci passano sopra; doveva essere un solo tiro e invece se ne dovranno fare quattro. 

In cima è stupendo; sotto di noi il fiordo è di un blu irreale ed il mare è costellato di puntini bianchissimi contornati da un azzurro verde chiarissimo. Mi sento piccolo al cospetto di questa vastità fatta di montagne e di ghiaccio a perdita d'occhio. Ridiamo, scherziamo, ci abbracciamo e facciamo delle foto mentre su di noi impera un'atmosfera colore dei sogni. 

Inverno 2001

Manrico Dell'Agnola

 

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE

JOHN MACDONALD, The Arctic Sky: Inuit astronomy, star lore and legend,Toronto - Iqaluit 1998.

BYRAN and CHERRY ALEXANDER, The Vanishing Arctic, Markham - Ontario 1997.

DANIEL FRANCIS, Discovery of the North: the exploration of Canada's Arctic, Edmonton 1986.

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