I giorni senza notte
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di Bepi Magrin | |
Fryberg Mountain, Huski Pass, Lanterman Range: un profondo e vibrante sguardo introspettivo sul bianco antartico da parte di uno dei protagonisti della Spedizione Italiana ENEA-CNR 1996.
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All'Huski
Pass, nelle Fryberg Mountain, abito - o meglio vivo - insomma sto da
solo nella tendina dentro la quale aspetto da giorni che il tempo
migliori, che si calmi il vento e che finisca il white-out1
che impedisce
di muoversi. Vivere qui ha poco di romantico, non c'è tempo per i sogni e le vaghezze della fantasia. Lavorare nel campo remoto di Lanterman vuol dire stare ogni momento con addosso l'odore acre del GP8, il carburante che impregna ogni cosa, gli abiti e la pelle. Significa incavolarsi con la radio sempre disturbata da scariche magnetiche, o con le batterie dell'elicottero che non vogliono saperne di lavorare, con tende che si strappano, con pesantissimi fusti di carburante sepolti dalla neve da trascinare qua o là con fatica immane, con fornelletti che fumano tossiscono e non funzionano; e poi udire per giorni, senza sosta, il rumore del vento che scaglia la neve contro il telo della tenda: lo scuotere, sbattere, agitare, fremere, fischiare, suonare, premere e rilasciare - irragionevole e continuo - della forza invisibile ma potentissima del blizzard. Vi è latente ma certo, un senso diffuso e profondo di disagio, come avere sottopelle un velo di vaga paura per quella lontananza vera, per lo spazio insuperabile con le sole proprie forze, quello spazio che qui ti divide dal mondo umano. Forse la stessa paura che provano gli argonauti o quelli che si affidano totalmente ai mezzi tecnici, a macchine e a volontà diverse dalla propria... Insomma, qui è dato sapere che non vi sarà possibilità di vita se gli altri, se gli amici, non verranno a prenderti. Non vi è alcun ragionevole modo di pensare di andarsene da soli coi mezzi della propria volontà e della propria libertà verso l'oceano che dista 500 chilometri, o verso qualchessia isola di salvezza. Al contrario di una galera o di una gabbia, lo spazio bianco, libero, infinito, è un'altra gabbia, come dire che gli opposti si toccano. Ho visto nei giorni passati volando con l'elicottero deserti immensi, pianori bianchi e senza confine, spazi bianchi illimitati di ghiaccio segnato per ogni verso da crepacci e sastrugi2 , catene di montagne ingessate dal gelo e ancora valli ed altre immensità ghiacciate prima del grande nulla del plateau antartico: nessun segno di vita o di presenza umana, nulla che richiami al mondo presente o passato, umano o animale... Il nostro luogo è aperto, luminoso, immerso nella neve soffice ed un
poco riparato dai piccoli monti che ieri ho salito da solo cavalcando
fragili cornici gelate e coni che giacciono come imbambolati nella
coltre bianca e tenera. Il
campo ed ogni nostra cosa paiono a momenti stare come sospesi tra un
cielo bianco e uno azzurro. Nei lunghi giorni di white-out posso appena
muovere stentati passi intorno al punto rosso della tenda. In quella
condizione allontanarsi sarebbe certamente perdersi nel bianco, andare
nel nulla. Nelle interminabili pause forzate, il sacco a pelo è il
luogo dei pensieri e dei ricordi, il covo dell'immaginazione ove poter
fingere di ripetere i passi mille volte fatti sui sentieri dei miei
monti e ingannare il tempo e lo spazio col ripeterne da tutti i versanti
le salite. Sì, qui su tutto domina il bianco! Sapevo che il bianco per la tradizione orientale è il colore della morte. Il bianco è l'assenza delle cose, l'inconsistenza eterea della neve, il freddo, il nulla. Qui potrei prendere in mano la mia anima se ci fosse, guardarla come un oggetto mai visto con la curiosità di un bimbo per il nuovo giocattolo, invece di pensare al calore del sole, al tremolio delle foglie sui rami, agli odori del cibo, alla quiete spensierata di altri luoghi dove la natura accoglie un corpo senza infliggergli inutili pene o permette di collegarsi facilmente alle persone che fanno parte della vita e che ora sono confinate tra vaghi ricordi. In un paesaggio così splendente e dimesso nel medesimo tempo, in un ritiro così totale, in questa solitudine estrema, piace il rifugio della musica. La musica invade la mente e qui è come una droga, ti porta di colpo e senza fatica in un mondo che non c'è o che è troppo lontano anche per la fantasia. La radio quasi non stride di disturbi elettromagnetici, gracchia parole incomprensibili nelle lingue più varie dell'emisfero sud del mondo. Smanetto spesso nervosamente sull'apparato per trovare le frequenze, poi finalmente una canzone in italiano: “... in Italia - in Italia - in Italia è già primavera - la vita è più vera...”, quasi un'ironica provocazione ma le parole della canzone mi suscitano mille struggenti nostalgie, sensazioni, desideri, impazienza: che passi il tempo, questo tempo fermo e maledetto! Di
questi giorni di attesa, di sospensione, di quest'esperienza e del
contatto profondo col bianco, col nulla, sono spesso a chiedermi cosa
rimanga... quali segni conservi la memoria profonda, quale nuova
saggezza si possa guadagnare nelle prove estreme...
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Gennaio 2000 | |
Bepi Magrin
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____________________ 1 Il white-out, letteralmente traducibile in bianco-fuori, consiste nell'uniforme effetto lattiginoso tipico dell'ambiente antartico e glaciale. 2 Ondulazioni e asperità glaciali che si formano per effetto del vento, della neve e del movimento del ghiaccio.
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BIBLIOGRAFIA ESSENZIALECARLO BARONI (a cura di), Antartide, il cuore bianco della terra, Firenze 1992. ARDITO DESIO (a cura di), L'Antartide - Notizie geografice, economiche, naturalistiche, Torino 1983. REINHOLD MESSNER, Antartide - Inferno e Paradiso, Milano 1991. ----------------------------------------------------------------------------------------------------
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