I vari aspetti dell'uomo quando gli cambia la terra sotto i piedi... ovvero:

Esperienze in Patagonia

 

di Michele Guerrini

 

Ande Patagoniche, Fitz Roy, versante nord: 1^ ripetizione italiana - 3^ ascensione assoluta del Pilastro Goretta; versante sud: salita della via Franco-Argentina (ottobre - novembre 1995).

 

Faccende quotidiane

All'inizio ci si deve abituare ad essere un po' selvaggi nel mangiare, vestire, lavarsi e comportarsi... Capita di cominciare ad emulare qualche animale che giornalmente viene a trovarti per ‘scroccare’ un pezzo di pane o altro; il giorno che non lo vedi ti ritrovi a chiamarlo con un verso simile (?) al suo, con lo stupore del tuo compagno di capanna che all'inizio sgrana gli occhi e poi a sua volta ti imita nell'intonazione (ci si può immaginare cosa salta fuori...). Poi ci si guarda, con la barba lunga, incolta, i capelli che stanno in piedi da soli, le mani nere dalla cenere appena spostata per far posto ai piccoli legni per il fuoco quotidiano, e si decide che la giornata si dedicherà alla cura della propria persona, se così si può chiamare.
Adattarsi è facile, il difficile è rientrare nella ‘norma’ alla fine.
Prepariamo il necessario per lavarsi, che consiste in:
-         asciugamano (mai lavato ma ancora in buone condizioni... Nota bene: la prossima volta non lo porto bianco ma di un altro colore!);
-         sapone (con il quale ci si lava dalla testa ai piedi);
-         shampoo (all'inizio non volevo portarlo ma si è reso poi utile per il suo contenuto di balsamo, fondamentale per non rompere il pettine successivamente). 
A seconda del programma si prepara poi il vestiario di ricambio che può essere lo stesso per molti giorni, se a Linate vi hanno fatto storie per il peso complessivo del bagagli, o può essere cambiato di tanto in tanto a seconda delle ‘visite’ che dovete ricevere al campo base.
Dopo una buona colazione si attende il cessare del vento per incominciare ad immergere il cranio ricoperto di capelli nel più vicino torrentello - gelido all'inizio della vacanza e sopportabile alla fine – insaponandolo velocemente e cercando di riscaldarlo per il risciacquo finale (punto più temuto dell'intero programma). Dopo aver cercato di asciugare i capelli con l'asciugamano (già umido dai giorni precedenti) si passa al lavaggio del corpo che presuppone, per non bagnare ulteriormente i capi di abbigliamento (luridi), lo spogliarello integrale! (meglio soffrire una volta sola che più volte poco per volta). Dalle braccia ai piedi il passo è breve (anche perché sono alto solo 168 centimetri!). Il passaggio alle parti intime è d'obbligo, pur essendo queste quelle che laviamo tutti i giorni, ma il problema rimane quello di trovarselo (si può dire?) data la temperatura dell'acqua. Dopo tanto soffrire, si passa alla barba: come al solito siamo pieni di lamette ma ci manca la schiuma da barba... Il sapone o lo shampoo vanno benissimo anche perché c'è l'acqua fredda e troppe comodità incominciano a darci fastidio.
Il risultato è soddisfacente, considerando che all'inizio ho fatto fuori rotoli di scottex  per tamponare le ferite, mentre alla fine la mia pelle era come quella di un elefante e neanche i movimenti bruschi e le lamette più affilate riuscivano a scalfirla.
Il pomeriggio passa a preparare il pane che lentamente verrà cucinato la sera per il giorno dopo, aspettando che qualche trekker venga a visitare questi ‘climbers’ come allo zoo. All'inizio della vacanza, quando era brutto tempo, non vedevamo l'ora che qualcuno venisse a farci visita, ma dopo venti o trenta giorni eravamo talmente abituati a vedere nessuno che la visita dei turisti ci infastidiva (animali?).  

 

Verso il Fitz Roy

Alle tre di notte a Calafate non c'è in giro nessuno con cui scambiare quattro chiacchiere e forse è meglio così dato che fra tre ore passerà a prenderci Carlos con la corriera di linea, che per fortuna oggi parte per El Chaltén. All'inizio della stagione fa tre viaggi alla settimana ma già in novembre le corse sono giornaliere (o a seconda comunque delle richieste) per poi essere anche di due al giorno nei mesi di gennaio e febbraio.
Il tempo di sistemarsi nei divani dell'ostello ed è già tempo di caricare tutti i bagagli (due sacconi, due borse, due zaini ed un sacco portasci) nella corriera, che prima fa un giro per il piccolo paese alle entrate dei vari ostelli, poi passa in stazione (Diego: ca... ma è più bella della stazione di Borca!) per far salire due francesi ed un tedesco che in giornata vogliono visitare El Chaltén e le sue famose montagne.
Eccoci in cinque più l'autista, a viaggiare lungo questa strada sterrata che ogni tanto fa qualche curva (pericolosa) e qualche dosso e, guardando fuori dal finestrino bloccato, alle prime luci dell'alba, ci accorgiamo che è una giornata stupenda.
Dopo due ore c'è la prima fermata per urgenti questioni fisiologiche.
Ad un certo punto un bivio inaspettato, in questa zona così brulla e desertica, ci porta a girare a sinistra in direzione di El Chaltén e fatto qualche chilometro incominciano a vedersi la sagoma del Cerro Torre, del Fitz Roy e delle altre guglie patagoniche.
La sosta è d'obbligo (fisiologia e fotografia). Le foto si susseguono inesorabili anche perché chissà quando riusciremo a vederle un'altra volta così bene! Comincio anche a montare per la prima volta  la videocamera acquistata a rate pochi giorni prima della partenza (i risultati saranno pessimi per le prime riprese e mediocri per quelle seguenti).

Giunti ad El Chaltén (vento) la prima cosa è quella di sistemare gli aspetti burocratici (importanti) della vacanza. Ci troviamo così tutti e cinque i viaggiatori nella stanza del guardiaparco (Susanna) ad ascoltare le sue opportune raccomandazioni. Alla fine, dopo che i trekkers sono partiti quasi di corsa per le loro mete, rimaniamo soli nella stanza e chiediamo di regolarizzare le nostra situazione di alpinisti. 
“Alpinisti, voi siete alpinisti?”, con queste parole incoraggianti Susanna comincia a farci compilare i vari fogli necessari per accedere a qualsiasi ascensione nella zona. Nome, cognome, capo spedizione, cuoco (Diego), cima, via di salita ecc. ecc.
Dopo esserci congedati da Susanna cerchiamo di organizzarci per la salita chiedendo consigli a Marcelo e Carolina. Loro risulteranno gli unici amici con cui parlare e trascorrere qualche ora ad El Chaltén durante le rare ‘uscite’ dal campo base di Rio Blanco. A Thomas (guardiaparco, gaucho nonché capo della Policia) chiediamo di metterci a disposizione del materiale fino a Rio Blanco, punto di partenza (e di arrivo) per la nostra meta: il Fitz Roy. 
Al pomeriggio il materiale è già al campo base e noi partiamo con il nostro zaino carico per un sentiero prima ripido ma poi in piano, lungo boschi, torrenti, zone sabbiose, saliscendi rocciosi con un variare di vegetazione, paesaggi e colori che non avevo mai visto prima. Come stagione sarebbe un po' presto per salite alpinistiche in quanto durante l'inverno c'è stata parecchia neve nella zona (a detta di chi abita si è rivelato uno degli inverni con più neve degli ultimi anni) ma ciò non ci turba... abbiamo portato gli sci!

 

Campo Rio Blanco - Only for climbers

Al campo base una scritta ci rammenta la nostra situazione: “CAMPO RIO BLANCO – ONLY FOR CLIMBERS”.  
Poste due tendine (una per il materiale e l'altra per le numerose notti) ci accingiamo a sistemare una delle tre baracche (!) esistenti nella zona. Dopo una sommaria visita ne scegliamo una né troppo grande né troppo piccola... ma ugualmente zozza! Leggiamo all'interno i nomi degli ultimi inquilini  dell'appartamento di legno che risultano essere dell'anno precedente (francesi e argentini).
La giornata rimane buona e dopo una approsimativa sistemazione del tetto con del telo di nylon già esistente passiamo alla pulizia della zona cucina. Una specie di focolare, costruito con un bidone tagliato a metà, qualche pietra tenuta insieme da una fanghiglia consolidata nel tempo, costituiranno il nostro piano cottura. Con della legna trovata all'interno della capanna accendiamo un fuoco sommario che si rivelerà più deleterio che altro, vista la quantità di fumo nero che riuscirà ad emanare per l'intera serata. (Dopo qualche giorno l'odore di affumicato invaderà tutti i vestiti ma l'olfatto si sarà assuefatto). Forse il motivo è che si doveva scaldare la canna fumaria o forse che ci siamo abituati, fatto sta che dopo qualche settimana il fumo era sparito.
Il tempo si mette al peggio, ma piuttosto di fare la fine del salmone (affumicato) preferiamo sgranchirci le gambe con una camminata verso le lagune della Madre e della Figlia, così chiamate per la loro vicinanza e la loro dimensione. La gita comincia con due ore di cammino ininterrotto attraverso zone paludose o boschi intricati senza raggiungere alcuna traccia di sentiero fino alla lingua di terra che divide i due piccoli laghi. Gli incontri, strani ritrovamenti ossei, ci fanno pensare che ben pochi fanno il giro completo di queste due pozze d’acqua, infatti il sentiero esiste solo da un lato del lago ed è seguito (scopriremo in seguito) per il collegamento fra il campo Rio Blanco ed il campo Bridwell o Maestri sotto il ‘Torre’. Comunque la situazione è bellissima nonostante le nostre scarpe (da trekking) siano completamente zuppe e il tempo inclemente. Le raffiche di vento e nevischio mettono alla prova il nostro equilibrio (fisico): non avevo mai visto prima una cosa del genere, infatti è la prima volta che vengo in Patagonia!
Ritornati alle tende e cambiati i vestiti bagnati con altri asciutti, accendiamo il fuoco (rito obbligatorio). Dopo una cena ‘mediterranea’ a base di spaghetti al pomodoro, cipolle e patate, c'infiliamo nei sacchi sognando il bel tempo ed il Fitz Roy. 

L'indomani alle 7.00 ci svegliamo e come d’incanto il tempo non è male. Organizzati e confezionati gli zaini partiamo con meta il ‘PASSO SUPERIOR’, luogo del campo avanzato da dove partirà la salita vera e propria. Mille metri di dislivello ci separano dal Passo e 30 chili sulle spalle ce li fanno sembrare eterni.
La neve caduta nei giorni precedenti e durante l'inverno ci farà arrivare al Passo dopo 6 ore di salita attraverso la laguna ghiacciata de ‘Los Tres’ e tutto il ghiacciaio omonimo. Il tempo peggiora e, sistemato tutto il materiale alpinistico nel saccone da recupero che rimarrà al Passo per parecchi giorni, scendiamo con gli sci ai piedi incontrando qualche difficoltà a circa metà percorso per l'inclinazione di un pendio e per la sua neve alquanto instabile. (Su otto volte che percorreremo questo pendio in due occasioni dovremo toglierci gli sci a causa della pericolosità del tratto). A sera, stanchi, ci tiriamo un po' su con degli spaghetti al pomodoro, patate, cipolla (ma non l'avevo già detto?). Una mezz'oretta di walkman con Peter Gabriel e Pink Floyd, poi di nuovo nel sacco... e buona notte!

E' il 19 di ottobre ed è quasi una settimana che siamo partiti ma tutto sommato ci sta andando bene. Abbiamo ancora del materiale da portare al campo avanzato e un viaggio ‘carico’ dovrebbe bastare. Oggi però preferiamo riposare e far asciugare scarponi e abbigliamento per i giorni successivi. Il tempo non è bello ma almeno non nevica e tira vento che velocizza il processo di asciugamento del materiale. Lavaggio capi intimi e igiene personale sono alla base di una buona convivenza (escludendo i comportamenti animaleschi durante la digestione e nei sacchi piuma, classici esempi di pseudo-virilità alpina).
Cena, questa volta con del riso ai piselli e contorno con solite patate e cipolle.

20 ottobre, tempo brutto. Andata e ritorno ad El Chaltén per provviste (patate e cipolle) e una birra a testa (forse più di una... non ricordo bene).

Altro giorno fortunato, il 21, e stiamo di nuovo salendo verso il Passo Superior con un carico forse maggiore del primo ma con neve ventata che ci permette maggior velocità  (ci metteremo 4 ore fino al campo avanzato). Questa volta decidiamo di bivaccare al Passo sperando nel bel tempo del giorno dopo. Qualche ripresa con la videocamera, qualche foto, preparazione dei liquidi per il giorno a venire e una cena a lume di frontale.
Le nostre speranze diminuiscono alle otto del giorno successivo, per il persistere del brutto tempo e così ci troviamo a scendere per la seconda volta dal campo avanzato. Tuttavia una neve stupenda e la temperatura rigida della mattinata ci regalano una sciata memorabile e filmata.

Il giorno seguente ci riposiamo al campo Rio Blanco e Diego incomincia a lavorare su ciò che risulterà essere il nostro simbolo, il nostro porta fortuna, il nostro totem e cioè una scultura di legno raffigurante una donna a grandezza quasi naturale. Nei giorni successivi questa figura prenderà forma con il solo uso di un'accetta acquistata in precedenza a Rio Gallegos. Durante la lavorazione della parte anteriore, però, un colpo assestato con virile violenza stacca uno dei seni creati con tanta passione. Da qui la decisione di usare due piccoli chiodi per il fissaggio dei pettorali. Alla fine risulterà comunque apprezzata da tutti coloro che hanno avuto l'occasione di vederla.

A tratti riusciamo a intravedere il Fitz Roy nel suo aspetto semi invernale dopo le nevicate dei giorni precedenti.
Finalmente il bel tempo tanto atteso arriva ed in sole tre ore saliamo al Passo Superior. Partiti infatti da Rio Blanco alle nove di mattina (non riusciamo mai a partire prima!), dopo 45 minuti siamo alla laguna de Los Tres e calzati gli sci percorriamo in sole due ore il dislivello successivo. Nel pomeriggio decidiamo di fare una ricognizione del tratto di misto che ci separa dal Pilastro Goretta. Dopo sette lunghezze di corda su neve fresca, neve dura, roccia e ghiaccio,  giudichiamo utile fissare una corda di 50 metri nel tratto roccioso, per farci risparmiare tempo il giorno dopo, senza però raggiungere il famoso Blocco (sasso incastrato tra il Pilastro Goretta  e Cima Val Bisis). I successivi 100 metri non ci sembrano poi tanto impegnativi e così verso le 17:00 torniamo alla tendina e ci prepariamo per il tanto atteso fatidico giorno.

Alle 6:00 del mattino partiamo con gli sci ai piedi e dopo circa un'ora siamo alla base del misto (zaini pesantissimi: oltre alla normale attrezzatura abbiamo telecamere e almeno 35 chiodi per la discesa, prevista per una linea nuova rispetto a quella di Renato Casarotto). Ripercorriamo le lunghezze del giorno precedente, arrivando a circa due tiri dal Blocco. Una lunghezza in uno stretto canalino con ghiaccio durissimo (ho fatto fatica a piantare una vite da ghiaccio in acciaio!) e un breve diedro di misto ci permettono di guadagnare altri 50 metri. Tocca a Diego la lunghezza successiva, su roccia ricoperta di neve alquanto instabile ma verticale. Quasi subito il nostro ottimismo svanisce... ci metteremo ben quattro ore per superare quel tratto ed arrivare finalmente per la prima volta al ‘bloc emportado’. Dopo aver scattato qualche foto ed aver sistemato parte del materiale sotto un sasso, cominciamo ad attrezzare le soste di calata nel canale di misto. A sera arriviamo nuovamente alla tendina e prepariamo un the caldo. Le nostre forze sono un po' in calo ma quel che è peggio sono i nostri viveri che praticamente sono finiti, giocoforza tornare a Rio Blanco per prendere altre scatolette, speck, grana, ecc. ecc.
Scendiamo così nuovamente con gli sci lungo tutto il ghiacciaio fino al lago de Los Tres, dove depositiamo sci, piccozza, ramponi ed una corda; in un'altra ora siamo al campo base.
Il morale è alto! Abbiamo il materiale al Blocco e questo ci rassicura, se non altro sugli sforzi successivi che saranno senza grossi carichi.

Nei giorni seguenti il tempo si guasta, ci costringe a far solo delle escursioni giornaliere ora ad El Chaltén, ora da Ricardo a Los Tres. Durante i successivi tentativi la nostra tattica era sempre la medesima: partenza da Rio Blanco, bivacco al Passo Superior, salita del misto e ritorno a causa del cattivo tempo che ogni tanto ci dava non più di una giornata discreta. Dopo una breve analisi capiamo che dovevamo anticipare l'arrivo del bel tempo e trovarci già almeno al Passo per avere qualche possibilità di riuscita.

Il 9 novembre decidiamo di partire anche se il tempo non è dei migliori ed anche perché è un mese o quasi che siamo qui senza concludere gran che! Bivacco al Passo Superior e grande attesa per il giorno dopo. Durante la notte, uscendo per i soliti piccoli bisogni fisiologici, osservo il cielo e con grande meraviglia vedo una stellata senza eguali. E' la volta buona! Alla mattina siamo già al Blocco e dopo un breve riposo attacchiamo il Pilastro vero e proprio. Per un timore reverenziale o forse per non aver arrampicato (su roccia) da molto tempo, le prime lunghezze si rivelano subito abbastanza difficili (6a, 6b, su granito, per noi dolomitisti, è già un bel grado). Dopo aver seguito tre lunghezze della via di Renato, ci accorgiamo che quest’ultima traversa a sinistra su di una piccola cengia per oltre 20 – 25 metri mentre la variante (o via) di Marco (Pedrini) prosegue quasi direttamente. Dopo un breve consulto decidiamo di prendere la via del ‘Pedro’ che segue una serie di fessure e diedri di dimensioni accettabili. Le lunghezze successive saranno ancora più difficili (6c) e completamente da proteggere con stopper e friend, come pure tutte le soste. A due terzi di parete raggiungiamo una comoda cengia e decidiamo di congiungerci con la via originale attraversandola verso sinistra. Arriviamo così, dopo qualche lunghezza, a portarci sul versante est del Pilastro. Per l'esposizione e le condizioni della parete effettuiamo qualche passo in artificiale sui friend raggiungendo la cima del Pilastro con l'ultima luce del tramonto. 
Cominciamo subito la calata sulla via originale ma giunti al raccordo effettuato qualche ora prima decidiamo di attrezzare una nuova linea di calate. Con la pila frontale Diego scenderà per primo ad attrezzare le soste, mentre io lo assicuro ulteriormente con dei friend alla sosta. Dopo una serie interminabile di doppie, un paio delle quali di 60 metri esatti (fine corda), riusciamo a distinguere il Blocco che però è spostato di 10 – 15 metri rispetto la nostra ultima calata, costringendoci ad eseguire un traverso a ‘luce frontale’. Esausti ci infiliamo nei sacchi da bivacco in un antro roccioso che deve aver ospitato parecchie volte anche Renato perché il ghiaccio su cui siamo appoggiati nasconde i segni di una tendina.
La mattina alle 6:00 ripartiamo per scendere nuovamente il tratto di misto che ormai conosciamo a memoria per averlo percorso almeno altre cinque volte. Arrivati alla tenda lasciamo il materiale al Passo Superior per scendere scarichi a Rio Blanco. 

Dopo due giorni di riposo il tempo rimane bello e così di comune accordo risaliamo il ghiacciaio, ritorniamo alla tenda del Passo, ma questa volta per salire il Fitz Roy dal versante opposto e cioè attraverso la Franco-Argentina. Partenza di notte con le pelli di foca e arrivo alle 4:00 del mattino alla crepaccia terminale del tratto di misto del canale che porta alla Brecia de Los Italianos. A differenza della Casarotto questo tratto, e il resto della via, è a noi sconosciuto e infatti ci creerà non pochi problemi affrontarlo in piena notte con la lampada frontale. In qualche maniera riusciamo ad arrivare al colle, scendere il canalino opposto e risalire quei canali e diedri che portano poi alla cresta nevosa che costituisce l'attacco della via vera e propria. Appesi all'imbrago ci togliamo i Koflach e calziamo le scarpette d'arrampicata ed in gran velocità cominciamo a salire grazie anche all’aiuto di qualche corda fissa (più o meno fissa!)  lasciata da una spedizione giapponese. In giornata riusciamo questa volta a concludere salita e discesa grazie anche al poco equipaggiamento e quindi al poco peso di ciascuno di noi. Ripercorrendo a ritroso tutto l’itinerario Diego trova una piccozza nel canale di misto: probabilmente al buio ci era sfuggita. Stanchi ed affamati arriviamo al Passo con una sciata non proprio da maestri. Diego se la cava nettamente meglio e con mio stupore, dalla fame, riesce ad aprire e mangiare così com'è un intera confezione di carne che andrebbe cucinata con almeno mezzo litro d'acqua! Dopo questa performance dietetica ci sistemiamo nei sacchi e ci riposiamo per la discesa del giorno dopo.

Il 16 novembre ci apprestiamo ad ‘accompagnare’ verso il basso il nostro compagno d'avventura, e cioè quel saccone di almeno 40 chili che ci ha tenuto compagnia al Passo Superior per queste lunghe settimane. L'impresa non è semplice ma dopo molte peripezie eccoci sul lago de Los Tres  a trainarlo di peso come fosse una slitta. In due volte successive riusciamo poi a portarlo fino al campo base di Rio Blanco. La vacanza va verso la conclusione e le birre non mancano a festeggiare la buona sorte che ci ha permesso di trovare favorevoli tutti gli elementi per le nostre realizzazioni: tempo, energia e condizioni.
Prima del ritorno a casa, previsto per il 21 novembre, dato il persistere del bel tempo, riuscirò in compagnia dell'amico a fare un giro fino al Passo Marconi per rendermi conto di persona di tutti quei magnifici aggettivi che lo hanno reso famoso.            

 

Maggio 1996

Michele Guerrini

 

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE

GORETTA TRAVERSO, Goretta e Renato Casarotto - Una vita tra le montagne, Novara 1996, pp. 32-41.

GINO BUSCAINI - SILVIA METZELTIN, Patagonia - Terra magica per alpinisti e viaggiatori, Milano 1987 - 1998.

AA.VV. a cura di MARCO A. FERRARI, Reportage Patagonia, in ALP n° 161, Torino 1998.

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