Dramma sul Dru

(dedicato a tutti coloro che dalla Parete non hanno più fatto ritorno)

 

di Marco Conti

 

Monte Bianco, Petit Dru,  Parete Ovest:  21 agosto 1987, tardo pomeriggio; quattro alpinisti, giunti al  Bloc Coincé, iniziano la lunga discesa a corda doppia  dopo aver terminato la Diretta Americana. La frana è in agguato.

 

Sul finire dell'estate 97, una spaventosa frana di roccia si stacca dalla parete ovest del Dru, qualcosa come 15.000 metri cubi di granito si abbattono sul Rognon e con essi anche un po' della storia alpinistica di questa famosa parete.
Vanno letteralmente in polvere nel giro di qualche secondo alcuni dei suoi itinerari più noti; le vie Thomas Gross, Destivelle ed un paio di lunghezze del mitico Pilastro Bonatti, precipitano verso valle; il pulviscolo raggiunge gli chalets di Les Praz, gli abitanti di Chamonix tremano per qualche secondo, il Dru scatena per l'ennesima volta la sua ira devastatrice.
Esattamente dieci ann
i prima, sulla stessa parete, si verificò il medesimo episodio, un'analoga, terribile frana di sassi sconvolse la montagna, ed i numerosi alpinisti impegnati quel giorno sullo stesso versante.
Al Montenvers, vi furono scene di panico, alcuni turisti assistettero terrorizzati, gelati dall
'enorme boato; tutt'intorno una gigantesca nuvola di polvere ad oscurare la valle per diversi minuti. La paura scese tra la gente, attonita, incredula; in alto, sulla montagna qualcuno aveva chiuso per sempre con l'alpinismo...

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Al Rognon quella sera di agosto, eravamo almeno in venti, altro che soli; sì, certo, gli unici deficienti a salire sotto al Dru passando da quella stramaledettissima morena. Gli unici a non sapere che quell'avvicinamento era in disuso ormai da molto tempo.
La parte bassa, uno zoccolo morenico eroso dal ghiacciaio, una successione di pietroni giganteschi, levigati e pericolosamente in bilico, spesso ancorati solamente al terriccio. Più in alto, una giungla infida e scivolosa con acqua e ruscelletti dappertutto, placche ripide e levigate nei millenni dal ghiacciaio, una vegetazione rigogliosa, impenetrabile. Infine, la cresta morenica vera e propria, interminabile, scoscesa e noiosa fino al suo termine, quando finalmente alle pietre si sostituiscono le uniche terrazze erbose che costituiscono appunto il cosiddetto Rognon, incantevole isolotto pianeggiante adatto per il bivacco al cospetto della grandiosa parete ovest del Dru.

E' tardi, ci infiliamo nel sacco, sfiniti, fradici di sudore, senza neppure pensare molto alla giornata di domani. Il buio sopraggiunge improvviso e nonostante la stanchezza fatichiamo non poco a prendere sonno, poi le solite pietre, incessanti, che spaccano il silenzio, che ruzzolano con lunghi echi rimbombando nelle gole; il sonno diventa un'ossessione, ad ogni boato un sobbalzo e così per tutta la notte tra mille pensieri; il cielo che brilla, nero sulle nostre teste.
Che importa, domani saremo sulla Ovest, zaino leggero, pietra da sogno, fessure e dülfer da sballo, su fino al Bloc Coincé, pensavo tra me.
Mire non aveva parlato, sprofondata nel suo sacco di piumino. Forse, questa volta, rimpiangeva di non sentirsi all'altezza, ma nello stesso tempo era felice di averci accompagnato fin quassù, di dividere fino all'ultimo le ansie, l'emozione, e la gioia di una grande salita.
Alex, anche lui, si era rintanato già da un po' nel suo sacco dopo aver ingurgitato un buon the caldo.
Dalla terribile avventura sul Capucin, ci ritrovavamo nuovamente insieme per questa nuova ascensione al Dru...

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Alex!”
“Dai Alex, sbrigati per favore, non mi piace qui sotto, non mi piace niente.”
“Forza! Andiamo via da qui.”
Le ultime calate, su ‘Passage cardiaque’ scorrono lente, recuperiamo alternativamente un capo poi l'altro.
Scendiamo in ordine, io, poi Alex, infine i nostri due amici di nazionalità greca conosciuti al mattino presto dopo le prime lunghezze, e subito diventati compagni ideali, una coppia affiatata, simpatica, con cui dividere, anche solo per un giorno, sforzi, gioie ed emozioni.
Alex, era il più lento di tutti, appeso a novanta gradi sulle corde, sembrava camminasse in verticale, scrutando in continuazione la roccia, tutt'intorno.
A volte si fermava, immaginando i passaggi, i gesti, poi riprovava mentalmente la sequenza, un vero arrampicatore.
“Porca vacca! Dai Alex, andiamo, non è il momento!”
Continuavo ad implorare di fare svelti. La roccia sembrava bombardata dappertutto, chiazzata qua e là da nitide macchie più chiare o forse no, erano solo le alterazioni chimiche del minerale, eppure mi era parso che alcuni spit, sulle lunghezze di corda vicino alle colate nere, fossero effettivamente danneggiati.
Che strano, pensai, una via così difficile, aperta solamente un paio di anni fa, con gli spit già in quello stato. Un paio addirittura mi erano sembrati letteralmente spezzati.
Volevo sbagliarmi, forse la stanchezza o il forte riverbero del sole mi stavano giocando qualche brutto scherzo eppure ero turbato, continuavo ad essere agitato, volevo togliermi al più presto da quella parete.
Gli ancoraggi per le doppie erano costituiti da un unico punto fisso, uno spit solamente, di quelli martellati, per nulla divertente a vedersi e, ad ogni nuova calata, si rideva sulla potenziale catastrofe qualora l'ancoraggio al quale eravamo tutti appesi fosse improvvisamente saltato; ogniqualvolta i cordini entravano in tensione, un sospiro, poi giù altri cinquanta metri aspettando le corde dai greci.

Le ultime doppie sono quanto di più estenuante si possa immaginare al termine di una salita. Le braccia sono cotte, ci si sente spossati, stanchi dopo tutti quei tiri, quelle fessure.
Mi giro un istante, dopo tante ore di tensione, punto lo sguardo verso il Rognon e vedo un piccolo puntino rosso in piedi. E' Mire, che ci saluta con le braccia tese. Ho una gran voglia di raggiungerla, abbracciarla.
I movimenti proseguono al rallentatore, è tutto infinitamente lungo, eterno, la borraccia è finita da un pezzo e la sete si fa ora veramente acuta.
I greci, più in alto di un tiro, stanno per completare l'ultima calata.
Butto la corda nello zaino e guardo nuovamente verso l'alto, maltratto Alex e lo imploro di venire via, di cambiarsi più giù.
Sono passate da poco le sette, la parete ovest del Dru è inondata dal sole, tutto tace.
L'aria è tiepida, come pure la roccia, per un attimo penso persino di appisolarmi, tanto è forte la stanchezza. 
In alto sulla destra, oltre il Bloc Coincé due cordate di spagnoli proseguono l'ascensione verso la cima. Al Rognon, intanto, continuano a sopraggiungere altri alpinisti provenienti dalla stazione superiore dei Grands Montets, altri atterrano direttamente in parapendio. Pensai subito al giorno prima, alla faticaccia che avevamo dovuto farci partendo direttamente dal Montenvers.

Ci allontaniamo, quasi di corsa, dalla parete; giusto il tempo di salutare i nostri due compagni d'avventura. Loro si attardano sulle cenge intenti a riordinare gli zaini.
Per Dio, ho il cuore in gola, non riesco a capire, dobbiamo andare giù, in fretta. Mire mi aspetta, non vedo l'ora, è da stamane alle quattro.
Alex segue a ruota, la testa rivolta al terreno; stiamo entrambi correndo, uno stupito dell'altro, e penso persino che Mirella, più in basso, non capisca il perché di tanta fretta: avremmo bivaccato un'altra notte, questa volta un altro magnifico bivacco, per gustarci finalmente la salita.
Ma perché tanta fretta?
Pensavo e ripensavo a quegli spit maciullati, spazzati via sulle placche appena discese, quelle chiazze sulla parete. Tutto ciò continuava a non convincermi...

In un battibaleno siamo al Rognon, forse cinque minuti neanche da quando abbiamo salutato i nostri due amici greci. Ho giusto il tempo di posare lo zaino, quando d'improvviso mi pare di sobbalzare dallo spavento; sul volto di Mire leggo una smorfia di terrore, voltata in quel momento verso la parete: un boato flagella la montagna. Sulla sinistra rispetto a noi, precipita una grossa valanga di neve. Molti degli alpinisti accampati intorno saltano fuori dai sacchi a pelo, qualcheduno riesce addirittura a immortalare l'evento sulla macchina fotografica.  
Ma nello stesso istante in cui si placa la valanga un secondo boato, più forte del primo, terrificante, sconquassa l'aria, il cielo si oscura per un istante, dalla parete scende il finimondo, due grattacieli di roccia, sbucati dal versante nord della montagna, si urtano nell'aria, si rigirano più volte toccandosi in volo andandosi ad infrangere sullo zoccolo iniziale all'attacco della via. La scena è apocalittica. Afferro Mirella dal bavero del pile, tuffandoci alla bell'e meglio sotto un grosso blocco di granito. Siamo lontani dalla base della parete eppure, tutt'intorno comincia un bombardamento, sembra la fine del mondo, restiamo rannicchiati per alcuni istanti in attesa di essere spazzati via anche noi insieme alle pietre che piombano rovinosamente a pochi centimetri da noi.
Per fortuna la sassaiola proiettata nell'aria fa parte della porzione più esterna dell'intera frana; comunque sia, uscire per un solo istante dal nostro piccolo riparo sarebbe sicuramente la fine.
D'improvviso il frastuono si placa, il turbine d'aria creatosi al seguito sembra acquietarsi, una gigantesca nube di polvere si impenna nel cielo.

Usciamo finalmente allo scoperto, le gambe mi tremano, siamo attoniti, ci guardiamo in volto, qualcuno è ancora in mutande, uscito di scatto dal proprio sacco senza avere avuto il tempo di capire; ci contiamo, siamo tutti vivi, tutti vivi?
Non è possibile, è un miracolo, e lo sguardo corre spontaneo verso la parete, quella maledetta parete. Qualcuno aveva attaccato nel pomeriggio la Diretta Americana, per raggiungere il Bloc in serata e proseguire poi con comodo l'indomani, qualcun'altro... mannaggia c'era ancora qualcuno dietro di noi...

“I greci? Cazzo! I greci dove sono?”
Cristooo! I greci!”
Aguzzo la vista, sulle cenge all'attacco della via non si vede anima viva. In alto sulla sinistra, poco lontano dal luogo dove ci eravamo slegati, scorgo qualcosa di anomalo: fisso per un attimo attentamente.
Cerco disperatamente i due greci... una lunga colata di sangue riga l'avancorpo centrale al di sotto delle cenge basali, scomparendo nel ghiaccio dopo una salto di una decina di metri.
I greci, sono spariti, se ne sono andati per sempre.

Mirella si volta e scoppia a piangere, Alex si siede su un roccione poco più in alto chinando il volto tra le braccia; gli occhi si gonfiano, il sole si tuffa dietro le montagne e l'aria diventa gelida, insopportabile.
Qualcuno fa lo zaino, abbandona i progetti di salita e comincia la discesa.
Un elicottero volteggia al Montenvers, tarda ad alzarsi, nessuno ci sente nonostante i nostri richiami di soccorso, nessuno osa avvicinarsi alla parete, appena martoriata dalla scarica.
Il Dru è ancora in agguato.
C'infiliamo nei sacchi, l'incubo di quei corpi straziati ci attanaglia lo stomaco, nessuno riesce più a prendere sonno.  

__________

A dieci anni dal fatto, ho rispolverato i particolari di quella terribile giornata e attraverso i ricordi d'allora ho rivissuto i momenti salienti più intensi.
Nessuna tragedia in montagna ci aveva sfiorato così da vicino, ne restammo tutti profondamente colpiti, ma nonostante ciò, negli anni a venire, continuammo ad arrampicare e ad andare in montagna assiduamente.
Con Alex invece, le strade si divisero e quella del Dru fu l'ultima importante salita insieme.
Capii molte altre cose e dall
'analisi di quella durissima esperienza, l'atteggiamento verso quel tipo di attività cambiò profondamente.
La montagna e l
'alpinismo, non furono più come prima.
La morte imprevedibile, violenta, dei nostri due amici, così assurda e tangibile, aveva forse cancellato per sempre quel disincantato senso di immortalità che ci aveva accomunato sin dagli inizi durante le nostre scorribande alpine.

 

...Avevo sempre saputo che l'alpinismo era una sfida ad alto rischio. Accettavo il fatto che il pericolo fosse una componente essenziale del gioco: senza di esso, arrampicare sarebbe stato ben poco diverso da cento altri modi di passare il tempo. Quello che mi titillava era proprio sfiorare di proposito l'enigma della mortalità, lanciare un'occhiata oltre la frontiera proibita. Arrampicare era un'attività meravigliosa, ne ero fermamente convinto, non a dispetto dei rischi impliciti, ma proprio per quelli...” (dal libro Aria sottile di Jon Krakauer)

 

<1997>

Marco Conti

 

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE

AA.VV., Sbarüa 1997, C.A.I. Sezione di Pinerolo.

FRANCOISE LABANDE, Guida Vallot - Monte Bianco (2), Roma 1988, pp. 157,163-5.

GIOVANNI BASSANINI, Monte bianco - Le moderne, Torino 1998, pp.86-87.

JON KRAKAUER, Aria sottile, Milano 1998.

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