Sul
finire dell'estate
‘97,
una spaventosa frana di roccia si stacca dalla parete ovest del Dru,
qualcosa come 15.000 metri cubi di granito si abbattono sul Rognon e con
essi anche un po' della storia alpinistica di questa famosa parete.
Vanno
letteralmente
in polvere nel giro di qualche secondo alcuni dei suoi itinerari più
noti; le vie Thomas Gross, Destivelle ed un paio di lunghezze del mitico
Pilastro Bonatti, precipitano verso valle;
il pulviscolo raggiunge gli chalets di Les Praz, gli abitanti di
Chamonix tremano per qualche secondo, il Dru scatena per l'ennesima
volta la sua ira devastatrice.
Esattamente dieci anni
prima, sulla stessa parete, si
verificò il medesimo episodio, un'analoga,
terribile frana di sassi sconvolse la montagna, ed i numerosi alpinisti
impegnati quel giorno sullo stesso versante.
Al Montenvers, vi furono scene di panico, alcuni turisti assistettero
terrorizzati, gelati dall'enorme
boato; tutt'intorno
una gigantesca nuvola di polvere
ad oscurare la valle per diversi
minuti.
La paura scese tra la gente, attonita, incredula; in alto, sulla
montagna qualcuno aveva chiuso per sempre con l'alpinismo...
___________
Al
Rognon quella sera di agosto, eravamo almeno in venti, altro che soli; sì,
certo, gli unici deficienti a salire sotto al Dru passando da quella
stramaledettissima morena.
Gli
unici a non sapere che quell'avvicinamento era in disuso ormai da molto
tempo.
La parte bassa, uno zoccolo morenico eroso dal ghiacciaio, una
successione di pietroni giganteschi, levigati e pericolosamente in
bilico, spesso ancorati solamente al terriccio. Più in alto, una
giungla infida e scivolosa con acqua e ruscelletti dappertutto, placche
ripide e levigate nei millenni dal ghiacciaio, una vegetazione
rigogliosa, impenetrabile. Infine, la cresta morenica vera e propria,
interminabile, scoscesa e noiosa fino al suo termine, quando finalmente
alle pietre si sostituiscono le uniche terrazze erbose che costituiscono
appunto il cosiddetto Rognon, incantevole isolotto pianeggiante adatto
per il bivacco al cospetto della grandiosa parete ovest del Dru.
E'
tardi, ci infiliamo nel sacco, sfiniti, fradici di sudore, senza neppure
pensare molto alla giornata di domani.
Il
buio sopraggiunge improvviso e nonostante la stanchezza fatichiamo non
poco a prendere sonno, poi le solite pietre, incessanti, che spaccano il silenzio, che
ruzzolano con lunghi echi rimbombando nelle gole; il sonno diventa un'ossessione,
ad ogni boato un sobbalzo e così per tutta la notte tra mille pensieri;
il cielo che brilla, nero sulle nostre teste.
Che importa, domani saremo sulla Ovest, zaino leggero, pietra da sogno,
fessure e dülfer da sballo, su fino al Bloc Coincé, pensavo tra me.
Mire non aveva parlato, sprofondata nel suo sacco di piumino. Forse,
questa volta, rimpiangeva di non sentirsi all'altezza, ma nello stesso
tempo era felice di averci accompagnato fin quassù, di dividere fino
all'ultimo le ansie, l'emozione, e la gioia di una grande salita.
Alex, anche lui, si era rintanato già da un po' nel suo sacco dopo aver
ingurgitato un buon the caldo.
Dalla terribile avventura sul Capucin, ci ritrovavamo nuovamente insieme
per questa nuova ascensione al Dru...
---------------
“Alex!”
“Dai Alex, sbrigati per favore, non mi piace qui sotto, non mi piace
niente.”
“Forza! Andiamo via da qui.”
Le ultime calate, su ‘Passage cardiaque’ scorrono lente, recuperiamo
alternativamente un capo poi l'altro.
Scendiamo in ordine, io, poi Alex, infine i nostri due amici di
nazionalità greca conosciuti al mattino presto dopo le prime lunghezze,
e subito diventati compagni ideali, una coppia affiatata, simpatica, con
cui dividere, anche solo per un giorno, sforzi, gioie ed emozioni.
Alex, era il più lento di tutti, appeso a novanta gradi sulle corde,
sembrava camminasse in verticale, scrutando in continuazione la roccia,
tutt'intorno.
A
volte si fermava, immaginando i passaggi, i gesti, poi riprovava
mentalmente la sequenza, un vero arrampicatore.
“Porca
vacca! Dai Alex, andiamo, non è il momento!”
Continuavo ad implorare di fare svelti. La roccia sembrava bombardata
dappertutto, chiazzata qua e là da nitide macchie più chiare o forse
no, erano solo le alterazioni chimiche del minerale, eppure mi era parso
che alcuni spit, sulle lunghezze di corda vicino alle colate nere,
fossero effettivamente danneggiati.
Che strano, pensai, una via così difficile, aperta solamente un paio di
anni fa, con gli spit già in quello stato. Un paio addirittura mi erano
sembrati letteralmente spezzati.
Volevo sbagliarmi, forse la stanchezza o il forte riverbero del sole mi
stavano giocando qualche brutto scherzo eppure ero turbato, continuavo
ad essere agitato, volevo togliermi al più presto da quella parete.
Gli ancoraggi per le doppie erano costituiti da un unico punto fisso,
uno spit solamente, di quelli martellati, per nulla divertente a vedersi
e, ad ogni nuova calata, si rideva sulla potenziale catastrofe qualora
l'ancoraggio al quale eravamo tutti appesi fosse improvvisamente
saltato; ogniqualvolta i cordini entravano in tensione, un sospiro, poi
giù altri cinquanta metri aspettando le corde dai greci.
Le
ultime doppie sono quanto di più estenuante si possa immaginare al
termine di una salita. Le braccia sono cotte, ci si sente spossati,
stanchi dopo tutti quei tiri, quelle fessure.
Mi giro un istante, dopo tante ore di tensione, punto lo sguardo verso
il Rognon e vedo un piccolo puntino rosso in piedi. E' Mire, che ci
saluta con le braccia tese.
Ho una gran voglia di raggiungerla, abbracciarla.
I movimenti proseguono al rallentatore, è tutto infinitamente lungo,
eterno, la borraccia è finita da un pezzo e la sete si fa ora veramente
acuta.
I greci, più in alto di un tiro, stanno per completare l'ultima calata.
Butto la corda nello zaino e guardo nuovamente verso l'alto, maltratto
Alex e lo imploro di venire via, di cambiarsi più giù.
Sono passate da poco le sette, la parete ovest del Dru è inondata dal
sole, tutto tace.
L'aria è tiepida, come pure la roccia, per un attimo penso persino di
appisolarmi, tanto è forte la stanchezza.
In
alto sulla destra, oltre il Bloc Coincé due cordate di spagnoli
proseguono l'ascensione verso la cima. Al Rognon, intanto, continuano a
sopraggiungere altri alpinisti provenienti dalla stazione superiore dei
Grands Montets, altri atterrano direttamente in parapendio.
Pensai
subito al giorno prima, alla faticaccia che avevamo dovuto farci
partendo direttamente dal Montenvers.
Ci
allontaniamo, quasi di corsa, dalla parete; giusto il tempo di salutare
i nostri due compagni d'avventura. Loro si attardano sulle cenge intenti
a riordinare gli zaini.
Per Dio, ho il cuore in gola, non riesco a capire, dobbiamo andare giù,
in fretta. Mire mi aspetta, non vedo l'ora, è da stamane alle quattro.
Alex segue a ruota, la testa rivolta al terreno; stiamo entrambi
correndo, uno stupito dell'altro, e penso persino che Mirella, più in
basso, non capisca il perché di tanta fretta: avremmo bivaccato un'altra
notte, questa volta un altro magnifico bivacco, per gustarci finalmente
la salita.
Ma perché tanta fretta?
Pensavo e ripensavo a quegli spit maciullati, spazzati via sulle placche
appena discese, quelle chiazze sulla parete. Tutto ciò continuava a non
convincermi...
In
un battibaleno siamo al Rognon, forse cinque minuti neanche da quando
abbiamo salutato i nostri due amici greci. Ho giusto il tempo di posare
lo zaino, quando d'improvviso mi pare di sobbalzare dallo spavento; sul
volto di Mire leggo una smorfia di terrore, voltata in quel momento
verso la parete: un boato flagella la montagna. Sulla sinistra rispetto
a noi, precipita una grossa valanga di neve. Molti degli alpinisti
accampati intorno saltano fuori dai sacchi a pelo, qualcheduno riesce
addirittura a immortalare l'evento sulla macchina fotografica.
Ma nello
stesso istante in cui si placa la valanga un secondo boato, più forte
del primo, terrificante, sconquassa l'aria, il cielo si oscura per un
istante, dalla parete scende il finimondo, due grattacieli di roccia,
sbucati dal versante nord della montagna, si urtano nell'aria, si
rigirano più volte toccandosi in volo andandosi ad infrangere sullo
zoccolo iniziale all'attacco della via. La scena è apocalittica. Afferro
Mirella dal bavero del pile, tuffandoci alla bell'e meglio sotto un
grosso blocco di granito. Siamo lontani dalla base della parete eppure,
tutt'intorno comincia un bombardamento, sembra la fine del mondo,
restiamo rannicchiati per alcuni istanti in attesa di essere spazzati
via anche noi insieme alle pietre che piombano rovinosamente a pochi
centimetri da noi.
Per fortuna la sassaiola proiettata nell'aria fa parte della porzione più
esterna dell'intera frana; comunque sia, uscire per un solo istante dal
nostro piccolo riparo sarebbe sicuramente la fine.
D'improvviso
il frastuono si placa, il turbine d'aria creatosi al seguito sembra
acquietarsi, una gigantesca nube di polvere si impenna nel cielo.
Usciamo
finalmente allo scoperto, le gambe mi tremano, siamo attoniti, ci
guardiamo in volto, qualcuno è ancora in mutande, uscito di scatto
dal proprio sacco senza avere avuto il tempo di capire; ci contiamo,
siamo tutti vivi, tutti vivi?
Non
è possibile, è un miracolo, e lo sguardo corre spontaneo verso la
parete, quella maledetta parete.
Qualcuno
aveva attaccato nel pomeriggio la Diretta Americana, per raggiungere il
Bloc in serata e proseguire poi con comodo l'indomani, qualcun'altro...
mannaggia c'era ancora qualcuno dietro di noi...
“I greci? Cazzo! I greci dove sono?”
“Cristooo! I greci!”
Aguzzo
la vista, sulle cenge all'attacco della via non si vede anima viva. In
alto sulla sinistra, poco lontano dal luogo dove ci eravamo slegati,
scorgo qualcosa di anomalo: fisso per un attimo attentamente.
Cerco
disperatamente i due greci... una lunga colata di sangue riga l'avancorpo
centrale al di sotto delle cenge basali, scomparendo nel ghiaccio dopo
una salto di una decina di metri.
I
greci, sono spariti, se ne sono andati per sempre.
Mirella
si volta e scoppia a piangere, Alex si siede su un roccione poco più in
alto chinando il volto tra le braccia; gli occhi si gonfiano, il sole si
tuffa dietro le montagne e l'aria diventa gelida, insopportabile.
Qualcuno
fa lo zaino, abbandona i progetti di salita e comincia la discesa.
Un
elicottero volteggia al Montenvers, tarda ad alzarsi, nessuno ci sente
nonostante i nostri richiami di soccorso, nessuno osa avvicinarsi alla
parete, appena martoriata dalla scarica.
Il
Dru è ancora in agguato.
C'infiliamo
nei sacchi, l'incubo di quei corpi straziati ci attanaglia lo stomaco,
nessuno riesce più a prendere sonno.
__________
A
dieci anni dal fatto, ho rispolverato i particolari di quella terribile
giornata e attraverso i ricordi d'allora
ho rivissuto i momenti salienti più intensi.
Nessuna
tragedia in montagna ci aveva sfiorato così da vicino, ne restammo
tutti profondamente colpiti, ma nonostante ciò, negli anni a venire,
continuammo ad arrampicare e ad andare in montagna assiduamente.
Con
Alex invece, le strade si divisero e quella del Dru fu l'ultima
importante salita insieme.
Capii
molte altre cose e dall'analisi
di quella durissima esperienza, l'atteggiamento
verso quel tipo di attività cambiò profondamente.
La
montagna e l'alpinismo,
non furono più come prima.
La
morte imprevedibile, violenta, dei nostri due amici, così assurda e
tangibile, aveva forse cancellato per sempre quel disincantato senso di
immortalità che ci aveva accomunato sin dagli inizi durante le nostre
scorribande alpine.
“...Avevo sempre saputo che l'alpinismo
era una sfida ad alto rischio. Accettavo il fatto che il pericolo fosse
una componente essenziale del gioco: senza di esso, arrampicare sarebbe
stato ben poco diverso da cento altri modi di passare il tempo. Quello
che mi titillava era proprio sfiorare di proposito l'enigma
della mortalità, lanciare un'occhiata
oltre la frontiera proibita. Arrampicare era un'attività
meravigliosa, ne ero fermamente convinto, non a dispetto dei rischi
impliciti, ma proprio per quelli...”
(dal
libro Aria sottile di Jon
Krakauer)