Una donna a Baffin
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di Antonella Giacomini Dell'Agnola | |
Isola di Baffin, Sam Ford Fjord, territori inesplorati: una donna e cinque uomini esplorano per la prima volta i territori Inuit tra il Clyde River e il Sam Ford Fjord (estate 1997).
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Alcuni
mesi prima della fatidica decisione più volte mi era capitato di
guardare sconsolata mio marito Manrico dicendogli: “Io lo so! Io non
andrò a Baffin”. Sembravano così insuperabili le numerose difficoltà
che si frapponevano fra me e quello sperduto lembo di terra dell'estremo
Grande Nord, che egli non sempre trovava il coraggio di rassicurarmi con
quel “sì! vedrai che ce la faremo”, al quale non credeva molto
nemmeno lui.
Erano ormai passati quasi due anni da quel giorno in
cui, rientrando dalla Patagonia, da una di quelle tante spedizioni
alpinistiche miseramente fallite per il consueto cattivo tempo, avevo
detto a Manrico: “Sai dove andiamo la prossima volta?” e lui esausto
per il vento gelido di quella terra dove finisce il mondo, non aveva
saputo pensare a nient'altro ad eccezione dei Caraibi. Per due anni non avevo fatto altro che sognare quella terra morsa dai ghiacci nella quale per sei mesi le ombre di tutto ciò che vi si poggia sopra sai dove iniziano, ma ne perdi la fine. Distesa sul divano dello studio, immersa nella musica, mi vedevo camminare nella tundra ed ogni qualvolta immaginassi di raggiungere una vetta, battuta da bufere di neve, all'estremo delle mie forze, provavo un piacere così intenso, una specie di orgasmo mentale, che mi lasciava pienamente appagata, ma allo stesso tempo ogni volta ancor più insaziabile. Conoscevo tutto quanto dall'Italia fosse possibile
sapere. La prima volta che avevo incontrato lungo la mia strada di
alpinista l'isola di Baffin, era stata su uno storico libro
dell'arrampicatore inglese Doug Scott. Con il monte Asgard fu un
vero colpo di fulmine, ma la mia indole di esploratrice sarebbe emersa
grazie al naturalista americano Eugene Fisher e ad un suo scritto sul
Sam Ford Fjord, un fiordo dell'Est oltre il 70° parallelo, lungo il
quale si trova la più alta concentrazione di torri granitiche al mondo.
Solo undici alpinisti, tra i quali nessun italiano, hanno provato a
cimentarsi su quelle pareti, raggiungendole dal mare, e soprattutto
nessun uomo al mondo aveva mai osato attraversare a piedi quello
sterminato tratto di terra, che divide il piccolo centro di Clyde River
dal fiordo, alla ricerca di altre pareti altrimenti irraggiungibili. ---------- I primi giorni di luglio Clyde River si mostra ingrigita da un cielo nuvoloso che impareremo a conoscere bene. Beverly, il nostro contatto con quella landa desolata, viene al piccolo aeroporto in terra battuta ad accoglierci e, sistemati in una specie di visitors center da lei ideato, cominciamo a montare le mountain-bike (MTB) e a fare piani di battaglia. Le poche indicazioni su quello che ci aspetterà ci vengono da Joshua, suo marito, un inuit che ci guarda in modo sarcastico considerandoci dei pazzi. Da giorni il piccolo paese di 650 persone, tra cui il 60% al di sotto dei quattordici anni, ci sta aspettando, perché non si è mai visto nessuno che voglia attraversare a piedi questa loro terra così ostile agli uomini. La gente ci sorride, i bambini vogliono salire sulle nostre biciclette e così li scorazziamo per le strade polverose avidi di vedere quel poco che il villaggio offre. Guardare la nostra carta o parlare con Joshua non
cambia di molto le nostre conoscenze, poiché lui stesso, che dovrebbe
essere una guida, non è mai stato in quelle zone. Gli Inuit non vanno a
piedi e raramente si addentrano nell'entroterra, se non d'inverno a
caccia di caribù con le slitte. La loro autostrada è il mare sul quale
navigare con le motoslitte quando è ghiacciato e con le barche al
disgelo. Poche croci bianche rivolte ad
Est; sopra le lapidi di terra battuta, oggetti: un libro aperto, un
orologio ancora funzionante. L'indomani decidiamo di proseguire a piedi portando
con noi una fantomatica guida che ci dovrebbe garantire una specie di
fucile qualora incontrassimo l'orso, la mia più grande preoccupazione.
Ora inizia veramente l'avventura. Le giornate alternano sole, vento e pioggia e la
mattina che decidiamo di conquistare la nostra prima cima vergine il
cielo ci permette giusto il tempo di arrivare in vetta prima di
scatenare una fitta e gelida pioggerellina. Dopo aver salito un
ghiacciaio dai riflessi azzurrognoli e solcato da piccole cascate
d'acqua di disgelo, una lunga cresta di neve ci conduce sulla cima e di
fronte ad uno spettacolo indescrivibile, che lascia tutti senza parole.
Sento un nodo in gola e mi commuovo; credo, anzi sono convinta di non
aver mai visto nulla di più bello e grandioso. L'immenso Ayr Lake
finalmente si mostra sotto di me ancora semighiacciato; poco più in là
si scorge l'Englinton Fjord e si intuiscono le cime del Sam Ford; ad est
il mare e costellato di iceberg. Le vette si susseguono intervallate da giorni di pioggia che gradiamo in quanto pongono un freno alla nostra attività convulsa e ci permettono di riposare. Nella piccola tenda battuta dal vento penso di essere fermamente convinta di una cosa: che non esistano donne che vogliono fare gli uomini, ma che semplicemente ci siano donne che fanno le stesse identiche cose che fanno gli uomini, ma in modo diverso, provando sensazioni diverse, con motivazioni profondamente diverse. Io sono qui a Baffin non perché voglia giocare a fare l'uomo. Forse da ragazza ho affrontato situazioni pensando di confrontarmi con i miei compagni. Ora invece so che la sfida è aperta solo con me stessa senza necessariamente, anche se non sempre è facile, voler dimostrare qualcosa agli altri. Non mi sento umiliata se mi vengono incontro per prendermi lo zaino o se arrampicando qualcuno mette una corda fissa per me; qui so che nessuno lo fa per sottolineare quello che solo un uomo di scarso intelletto potrebbe definire una mia debolezza. La conquista dell'Italian's Peak, la cima più alta di tutta la zona, mette alla prova tutto il gruppo. Il canale di ghiaccio di 40° non mi impensierisce, ma l'uscita su roccia vetrata con i ramponi non è roba per me; io sono un'arrampicatrice pura e anche mal abituata. Non voglio rischiare nulla; un incidente qui potrebbe essere fatale e perciò provvedo ad assicurarmi come meglio è possibile. La cresta est invece è tutta roccia e nel salirla ci sentiamo dei veri pionieri; solo con i nostri mezzi senza offendere la roccia, come Mummery al Grépon. Ma l'euforia si spegne quando in discesa Sandro scivola per 200 metri su una pendenza di 45°. Accade ciò che non sarebbe dovuto mai accadere; la sua gamba destra è rotta e in quell'isolamento, che oltre ad esaltare può anche opprimere, inizia il calvario del soccorso. Simone e Michele cercano di raggiungere Clyde River mentre io, Manrico e Giuliano stecchiamo la gamba e iniziamo il recupero dal ghiacciaio. Per quanto il sole, che ci accompagna tutta la notte, aiuti il morale, ci vogliono cinque ore per uscire da quell'inferno di neve nella quale sprofondiamo anche sino alla coscia. Superiamo due crepacci in uno dei quali affondo fino alla vita ed è commovente vedere proprio Sandro, che soffre terribilmente, tendermi le mani per aiutarmi ad uscire. Ma saranno le ore successive alla base del ghiacciaio in attesa che Manrico e Giuliano portino le tende, con il termometro sotto lo zero, a ridare smalto ad un'amicizia che dura da anni. Mentre gli massaggio la schiena e lui cerca di scaldarmi i piedi parliamo di tutto: dei figli, dei genitori, di mio marito e di sua moglie, di come siamo e di come eravamo, di tutte le cose fatte insieme e di come il destino si prenda gioco degli uomini avendoci portati qui dopo otto anni di lontananza. Ventiquattro ore dopo, un miracoloso elicottero trovato non so dove mette fine alla sua sofferenza. Lentamente ci prepariamo a rientrare mentre ritornano ad aiutarci Simone e Michele. Abbiamo salito cinque vette inviolate, quattro delle quali le abbiamo dedicate ai nostri figli, che sono ben nove. Penso sia importante affinché la gente capisca che noi non siamo persone particolari. Non siamo gente che non ha nulla da perdere, ma abbiamo una famiglia come gli altri e dei figli a casa che ci aspettano e che lasciamo ogni volta a malincuore. A Clyde la gente viene a farci visita in casa, ci chiede notizie e ci rallegra con risate sonore. E' incredibile come gli Inuit riescano a ridere sempre. Mi faccio confezionare un ‘amautik’, il loro giaccone porta bebè, e mi faccio scrivere quello strano alfabeto che è un misto tra un cuneiforme e figure geometriche. Sylvie, una parigina che ha sposato anche lei un inuit, mi spiega che deriva dall'alfabeto degli indiani Cree adattato verso la metà dell'800 dal missionario John Peck per tradurre la bibbia. A Clyde ormai mi sento perfettamente a mio agio; entro nelle case della gente, bevo il tea con loro e così mi chiedo come sarebbe vivere qui; mi piacerebbe provare almeno un anno. Però non riesco a capire cosa possa aver spinto donne come Sylvie e Beverly a rifugiarsi in questo luogo a meno di 2000 chilometri dal Polo Nord. Sylvie forse fugge da un passato burrascoso; oltre a due bambine piccole, ha una terza figlia di otto anni da un precedente matrimonio e che trascorre con lei solo i mesi estivi. La guardo: è una vera francese; bionda con i lineamenti molto delicati. E' molto timida, non riesco mai a parlarle; mi pare a disagio in questo ambiente. Beverly invece è figlia di un pastore anglicano di Toronto ed è giunta qui per diffondere la fede come maestra elementare. Per lei Joshua è un vero uomo perché ha catturato un orso di 600 chili per lei. Loro sanno che esiste il Sam Ford Fjord, che è un luogo stupendo, ma non ci sono mai state; la loro vita è a Clyde e fare figli. Le sento così diverse da me, che potrei vivere qui, ma per conoscere palmo per palmo questa terra così affascinante e allo stesso tempo così ostile non solo con le donne, ma anche con gli uomini. ---------- Hanno fatto parte della spedizione i bellunesi Antonella Giacomini, Manrico Dell'Agnola, Giuliano De Marchi, Michele Gasperin; il trentino Alessandro (Sandro) de Guelmi e Simone Gorelli di Grosseto. Abbiamo conquistato cinque cime vergini. Oltre all'Italian's Peak (1145 m) sono state battezzate le cime: Marco, Andrea, Francesca's (de Guelmi) Mount (1055 m); Matteo, Laura's (Gasperin) Mount (1045 m); Valentina, Matteo's (De Marchi) Dome (1030 m) e Annandrea's (Dell'Agnola) Peak (1080 m).
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Inverno 1997 | |
Antonella Giacomini Dell'Agnola
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BIBLIOGRAFIA ESSENZIALEJOHN MACDONALD, The Arctic Sky: Inuit astronomy, star lore and legend,Toronto - Iqaluit 1998. BYRAN and CHERRY ALEXANDER, The Vanishing Arctic, Markham - Ontario 1997. DANIEL FRANCIS, Discovery of the North: the exploration of Canada's Arctic, Edmonton 1986. ----------------------------------------------------------------------------------------------------
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