Le Dolomiti del Mali

 

di Giuliano Bressan

 

Gruppo della Main de Fatma, Kaga Pamari, Pilastro Sud: nuovo itinerario sul durissimo e strapiombante gres delle Dolomiti del Mali (novembre - dicembre 1995)

 

Il Mali è uno fra gli stati africani più interessanti dal punto di vista etnografico. Situato alle porte dell'Africa Nera, ma strettamente legato al deserto che ne occupa la maggior parte del suo territorio, questo paese affascina con la magia del suo sontuoso passato e dei suoi sahariani orizzonti. Vi si ritrova l'Africa delle origini dove la vita è rimasta quella di sempre: il miglio pestato ancora nei mortai, l'acqua attinta ai pozzi, il mercato che attira le genti dai villaggi più remoti. Un paese in cui oltre venti diverse etnie hanno saputo conservare ciascuna il proprio idioma, i propri costumi e soprattutto l'arcaica nobiltà, non cancellata dai loro fieri sguardi dalla miseria attuale. 
A sud della grande ansa formata dal Niger (il terzo fiume d'Africa dopo il Nilo ed il Congo) vive in una terra arida ed assolata, una di queste etnie tra le più enigmatiche dell'intero pianeta: i Dogon. I loro villaggi sono disseminati sull'orlo ed ai piedi della famosa ‘falesia’ di Bandiagara; alta circa 400 metri, questa dirupata parete rocciosa attraversa il Sahel per oltre 200 chilometri. Nel mondo verticale della falesia i Dogon hanno costruito i loro villaggi di fango collegati fra loro da aeree scalette di legno e vertiginosi sentieri; allevano capre e coltivano piccoli orti di terra riportata, strappati spesso faticosamente alla roccia. Grazie all'inacessibilità del loro territorio, i Dogon sono riusciti, nel corso dei secoli, a sottrarsi all'influenza mussulmana prima e coloniale poi, conservando la religione animista e le antiche tradizioni. Questo popolo ritenuto, a torto, sino a trent'anni fa primitivo ed arretrato, si tramanda invece da tempo immemorabile straordinarie conoscenze scientifiche sulla nascita e sul movimento delle stelle. 
Visitare i villaggi Dogon significa entrare nel mistero di questo popolo e della sua cultura tramandata gelosamente senza lasciare alcuna traccia scritta. E' senza dubbio un'esperienza dai vasti contenuti culturali ed umani che, da sola, può tranquillamente rappresentare il clou di un viaggio in Mali. 
In più, al centro della grande ansa formata dal Niger (fra i villaggi di Bandiagara e Hombori - circa 1200 km dalla capitale Bamako), in una regione semidesertica ricoperta da una secca savana, compaiono all'improvviso come fantasmi, immersi in una dorata foschia, pareti alte fino a 600 metri: sono le “Dolomiti” del Mali. L'erosione ha scolpito nella roccia, attraverso un millenario lavoro, monumenti naturali singolari e grandiosi: compatte muraglie, massicci altipiani, aeree guglie, possenti ed eleganti pilastri. Inconfondibili il grosso blocco dell'Hombori Tondo disteso al sole come un animale pietrificato e le cinque guglie giallo-ocra della “Main de Fatma”.
L'esplorazione di questo massiccio è relativamente recente; se si omettono le antichissime ed incomprensibili (considerate le difficoltà) salite, riuscite agli autoctoni, di cui sono state ritrovate le tracce sulle cime dell'Hombori Tondo e del Suri Tondo, le prime isolate ascensioni, sono state realizzate da alpinisti europei verso il 1920 (Hombori Tondo), mentre la prima spedizione importante in questa regione è senza dubbio quella spagnola del 1975. Da allora numerosi sono gli itinerari, spesso estremamente difficili, realizzati sulle cime più rilevanti da arrampicatori francesi e spagnoli (scarsa fino ad ora la presenza italiana). Tantissime restano però le possibilità, non solo in nuovi itinerari, ma anche in salite di cime ancora vergini, sia nel massiccio del Barkoussou (fra la Main de Fatma e l'Hombori Tondo), sia sulle innumerevoli guglie che si trovano lungo la strada che da Douentza porta a Hombori. La roccia compatta e solidissima si presta perfettamente all'arrampicata che si svolge prevalentemente su lisce placche e su grandi sistemi di fessure. Verticalità e solidità della roccia rendono le salite entusiasmanti, aeree ed atletiche, a volte faticosissime a causa anche dell'elevata temperatura. 
In questo ‘eden’ alpinistico, nel novembre del 1992, ho effettuato con un gruppo di amici un interessante trekking alpinistico. Nei cinque giorni operativi, inseriti nella dimensione africana della vita, del tempo e dello spazio, abbiamo realizzato la terza ripetizione e prima italiana di un entusiasmante e stupendo itinerario sul Kaga Tondo (via “Vuelva Usted Manana” - S. Campillo e F. Levi, 1988/89; disl. 450 m; diff. ED, 6b - A2e) e l'apertura di un nuovo itinerario su una cima, non ancora salita, sul massiccio del Naama (Torre Escondida, toponimo proposto, via “Agua Caliente” - G. Bressan, E. Brunazzo, F. Busato,  S. Campillo, A. Giambisi, K. Kiniger e G. Zella; disl. 300 m; diff. ED-).
E' stata un'esperienza estremamente positiva ed affascinante che mi ha permesso di scoprire nuovi orizzonti alpinistici e di conoscere Salvador Campillo, il ‘Detassis del Mali’, una guida spagnola che da diversi anni ha la sua seconda residenza proprio ai piedi delle slanciate torri della Main de Fatma.

Da quell'avventura e da quell'incontro è nata un'idea che, piano piano, ha assunto i contorni di un progetto per diventare alla fine realtà. Tornare nel Mali per vivere nuovamente la dimensione dell'Africa, di questo continente affascinante, ambiguo, tormentato, ma sempre profondamente umano. Obiettivo e sogno: aprire un nuovo itinerario sul durissimo gres dello strapiombante pilastro Sud del Kaga Pamari, la torre più meridionale del gruppo della Main de Fatma.
Quello che segue è il racconto, a volte ironico ma vero, di questa nostra esperienza (normale nella sua eccezionalità) vissuta con umiltà a contatto di una realtà affascinante e dura nella crudezza dei paesaggi e nella povertà della gente.

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...il volo della Sabena ci scarica a Ouagadougou, capitale dal nome quasi impronunciabile del Burkina Faso ex Alto Volta, dove ad attenderci troviamo il buon Salvador.
Il giorno successivo dopo aver acquistato le restanti cibarie necessarie al nostro soggiorno, partiamo con due fuoristrada, la mitica Land Rover di Salvador, dalle innumerevoli transahariane ed un'altra vecchia Land, passo lungo, guidata da un muscoloso autista di nome Teimoko; scopriremo poi che questo aitante giovanotto, premuroso ed affidabile in ogni situazione, è stato per due volte campione ‘burkiniano’ di boxe, categoria dei pesi massimi. 
Dapprima su un buon sterrato, poi su tracce di pista, attraversando una selvaggia zona di sahel sconfiniamo in Mali; un bivacco alla ‘belle etoile’, poi un altro bel tratto di semidesertica savana ci permettono di vedere le prime conformazioni rocciose della Monument Valley maliana; un ultimo tratto di gaudron e finalmente, 510 chilometri circa da Ouaga, raggiungiamo la meta agognata: la Main de Fatma. 
Il residence di Salvador, prospiciente proprio alle slanciate torri, diventa il nostro campo base; sistemate le tende, il materiale e la cucina, il pomeriggio ci vede già osservare attentamente, da ogni posizione possibile, lo spigolo da salire.
Il mattino seguente la prima squadra è all'attacco del nuovo itinerario; vengono superati ottanta metri circa di parete, attrezzati successivamente con corde statiche. 
Seguono giornate di intenso ed ostinato lavoro, con le varie squadre che si alternano con lenta progressione, nel tratto centrale del pilastro.
Prigionieri del sole, arrampichiamo con temperature cocenti (ben 45 gradi all'ombra), sottoposti ad una disidratazione bestiale (necessari almeno 3-4 litri di acqua a testa in parete per giornata di lavoro).
Risalire le corde fisse (alla fine saranno lunghe 300 metri circa le corde statiche posizionate sulla via) diventa sempre più ‘adrenalitico’ e recuperare il saccone da big-wall pieno zeppo di materiale è un vero e proprio facchinaggio ‘arrampicartistico’; c'è poi il trapano [...], che non ne vuole sapere di fare il suo dovere, o delle relative punte (una che ‘fila’ l'altra che ‘fonde’).
Ma tant'è, abbiamo voluto la bicicletta, pardon... il nuovo itinerario; inutile allora lamentarsi, anche se, tra un voletto ed un altro, qualcuno trova anche il tempo di scrivere le bozze di un nuovo libro: “Guida al turpiloquio in parete” (sembra che alla pubblicazione siano interessati i “Fratelli Blasfemi Editori”).
Il nostro lavoro è fortunatamente sollevato dalla presenza al campo di Anna e Fiorenza che provvedono ai contatti radio ed a ‘ristorarci’ con la loro organizzazione culinaria; un altro grande aiuto ci viene dato dai ragazzi del villaggio, nel quotidiano trasporto del materiale alla base della parete. Da ciascuno di noi un affettuoso grazie. 
Sempre più ‘abbronzati’, metro dopo metro, voletto dopo voletto (per fortuna sempre senza conseguenze), lunghezza dopo lunghezza, guadagniamo quota e dopo sette giorni di preparazione ci troviamo, col buio pesto, a bivaccare su una meravigliosa, ampia e regolare cengia. 
La notte passa velocemente, rallegrata dai fuochi dei villaggi sottostanti, finché tra un sonnellino e l'altro ed il pensiero delle lunghezze che ci attendono, arriva una radiosa alba.
E radiosa la giornata lo diventa per davvero perché dopo altre tre lunghezze, per niente pedalabili, raggiungiamo finalmente la ‘ciclabile’ cresta sommitale ed appare, davanti a noi, l'inconfondibile sagoma del maestoso ed imponente Kaga Tondo.
La gioia di avere finalmente raggiunto la cima dura pochi attimi; ci attende una discesa molto ‘aerea’ e per niente semplice. Fusi dalla stanchezza, carichi dal materiale e cotti a puntino dal sole di mezzogiorno, arranchiamo assetati e stanchi verso la prima corda doppia che ci deposita fortunatamente su una aerea ma ombrosa cengia. 
Altre due corde doppie ci portano a raggiungere un espostissimo terrazzino da dove parte la doppia che porta ad una circense ‘tirolina’. Il Kaga Pamari è infatti staccato completamente dal Tondo e solo una traversata alla corda permette di raggiungere l'avancorpo e la normale di discesa.
Affrontiamo anche questa acrobatica avventura e dopo 18 sudati metri approdiamo, novelli navigatori, sul nuovo mondo, oh... scusate sul Kaga Tondo. Scendiamo quindi lungo l'avancorpo, labirintico ed insidioso; superando facili passaggi e percorrendo strette ed aeree cenge che mettono a dura prova le nostre residue energie raggiungiamo infine il pianeggiante suolo.
L'avventura si è conclusa, il sogno si è realizzato...

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NOTA TECNICA

Hanno partecipato al trekking alpinistico svoltosi dal 21 novembre al 6 dicembre '95: Gianni Bavaresco INA, Anna e Giuliano Bressan INA-CAAI (Sezione CAI Padova); Flavio Busato CAAI (GET Torrebelvicino); Fiorenza Dantone e Almo Giambisi AGAI (SAT Trento); Loris Manzana e Oscar Piazza INA (SAT Mori); Fabrizio Miori INA-IAL (SAT Arco). 
Nei dieci giorni di permanenza sul gruppo della Main de Fatma sono stati percorsi i seguenti itinerari:

Wanderdu: via “La Reina de Africa” (S. Campillo, F. Levi, 1984); disl. 300 m; diff. TD-.
Wanderdu: via “Etat Gripal, Horacio” (S. Campillo, F. Levi, 1988);
disl. 300 m; diff. ED-. 
Kaga Pamari (Sarroulããm): nuovo itinerario “Meridiana Tropicale”; disl. 400 m, svil. 600 m; diff. ED (VII, A2); 24 novembre - 1 dicembre 1995.

Ringraziamo Salvador per l'ospitalità, la collaborazione ed i preziosi consigli, Teimoko per l'apporto logistico e i ragazzi del villaggio di Daari che, con il loro aiuto, hanno contribuito alla realizzazione di questa nostra avventura. 

 

Gennaio 1996

Giuliano Bressan 

 

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE

GIULIANO BRESSAN, Le Dolomiti del Mali, in Le Alpi Venete, primavera-estate 1996, pp.86-89.

GIULIANO BRESSAN - FLAVIO BUSATO, Nuovi orizzonti: le “Dolomiti” del Mali, in C.A.A.I. Annuario 1996, pp.62-63.

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