La
valle dell'Adige scorre veloce fuori dal finestrino, la striscia di
asfalto sparisce sotto al cofano della macchina, il termometro dell'aria
esterna sul cruscotto segna 32°C e le mie palpebre inesorabilmente si
chiudono ogni due minuti per poi riaprirsi subito dopo con una piccola
scarica di adrenalina.
Da quando ho recuperato la mia macchina a Ora ho già preso due caffè,
sommato a quello del ristorante fanno tre in tre ore, però e come se
avessi bevuto acqua. Beh, fretta non ne ho, dopo aver salvato la
pellaccia in ghiacciaio mi scoccerebbe proprio lasciarla contro un TIR
sull'Autobrennero. All'autogrill successivo mi fermerò per dormire!
Avete
mai notato che agli autogrill non c'è mai uno straccio d'ombra?
Fermo l'auto (nera, ovviamente) e provo a chiudere gli occhi, ma in due
minuti i 25° condizionati sono solo un ricordo. Boccheggio qualche
altro minuto e poi rinuncio, ingollo una Coca media (per la caffeina, io
odio la coca!) e riparto deciso: vediamo un po' quanto duro ancora. Facciamo
così, proviamo a rivivere i bei momenti di questi giorni, magari in
questo modo mi passa meglio...
__________
Il
manipolo del CAI Ferrara si trova a fine Agosto sparso per il Trentino,
a parte Tiziano che invece era giù al lavoro. Come le rondini che
migrano verso sud d'inverno, noi con il bel tempo convergiamo tutti
verso la meta individuata e studiata durante i martedì in sezione:
Picco dei Tre Signori, in Valle Aurina.
Con Tiziano ci troviamo ad Ora e
proseguiamo facendoci un po' di compagnia. Dopo un toast con immancabile
birra media e un bel gelato, alle tre arriviamo nella verdissima valle. Certo
che questi tirolesi la montagna la tengono veramente come uno specchio!
Nonostante il caldo, su diversi prati con inclinazioni impossibili,
contadini teutonici spingono tagliaerba radendo chissà cosa, visto che i
prati sembrano già perfetti. Ma come fanno a stare in equilibrio, che
usino i ramponi!?
La
novità della valle è che ci bloccano l'auto a Casere, due chilometri
prima che la strada finisca; ma per ora la cosa non mi preoccupa per
niente, un po' di allenamento in più non farà male, anche se il sacco
è pesantino con piccozza, ramponi, attrezzatura da roccia, corda e
tutto il resto. Mentre prepariamo gli zaini soppesando ogni cosa,
arrivano anche gli altri due, Ruggero e Antonio accompagnati dalle
rispettive consorti. Si parte allora, lungo la bellissima valle
ammiriamo prati, torrenti, cascate imponenti, splendidi cavalli, e
intanto ci avviciniamo lentamente allo strappo finale, quello che porta
ai 2440 metri del Rifugio Tridentina. Arrivati alla testa della valle
finalmente, in uno splendido prato percorso da mille rivoli lucenti per
la luce del tardo pomeriggio, si apre alla nostra destra il panorama
mozzafiato verso la nostra cima, il Picco con il suo tormentato
ghiacciaio vistosamente agonizzante nella sua parte più bassa, con
ghiaccio ormai completamente scoperto e crepacci ben delineati. Della
cima mi colpisce subito quello che da lontano sembra essere un
gigantesco panettone ghiacciato sulla sinistra, al termine della lunga
cresta rocciosa; il sole lo illumina
e già non vedo l'ora di esserci, lassù! Con lo sguardo pieno di
questa luce magica ci inerpichiamo per il ripido sentiero. Presto mi ritrovo sul prato davanti al rifugio a godermi lo splendore delle
ultime ore del giorno e la pace che le cime e i ghiacciai - da una parte
- e la lunghissima valle al tramonto - dall'altra - infondono nel mio
animo tormentato; solo in questi momenti d'estate riesco a trovare un po'
di serenità, il cuore sembra risollevarsi, la mente vagare spensierata
insieme allo sguardo tra cime, creste e ghiacciai, il fisico sprigionare
energie inesauribili.
Mentre
i compagni si sistemano in stanza io indugio qui fuori, percorrendo con gli
occhi le vie tra le vette. Ogni tanto butto un'occhiata alla bella
ragazza che a pochi metri da me sembra - anche lei - rapita dalla
montagna. Solo il mio solito impaccio mi impedisce di tentare un
approccio; penso a una frase ad effetto per attaccare discorso, ma
improvvisamente due sorelle giungono a darle manforte. Niente di
peggio per un timido che attaccare pezza a tre ragazze, per giunta
sorelle! Pazienza, e se la mia massima aspirazione è poter vivere di
montagne, devo anche imparare ad accontentarmi di queste, tanto più che
ormai gli ultimi raggi illuminano la cima incendiandola per lasciare
spazio alle prime stelle luminose. Un ultimo sguardo e poi a tavola: le altre forchette sono già al lavoro!
Nell'accogliente
rifugio, con un buon litro di vino rosso, si comincia a parlare di
programmi e subito Ruggero e Antonio insinuano dubbi sulla meta dell'indomani:
salita per la cresta Nord-Ovest fino alla cima e discesa per la via
normale. In effetti da qui sembra lunghetta e i nostri amici vogliono tornare in
serata all'albergo a Cencenighe; inoltre le loro mogli il giorno dopo
saranno al rifugio ad attenderli. Insomma, loro vanno per la normale
che è più veloce. Con un rapido consulto io e Tiziano decidiamo
invece per il programma originale, entrambi abbiamo voglia di ‘muover le mani’ e dopo aver fatto tanti chilometri non c'è
nessuna fretta di
abbandonare questo paradiso, la cima ce la conquisteremo su questa via
che la guida descrive come abbastanza difficile, lunga e poco ripetuta.
Il dopocena passa tra due chiacchiere con il rifugista - che si stupisce
un po' della nostra intenzione di fare la cresta e ci dice che è per
‘esperti’ - e una bella bevuta con il pittoresco Babbo e i suoi tre
discepoli: un buffo personaggio sui cinquant'anni già decisamente
allegro (causa alcool, of course) e tre ragazzi più giovani che
cominciano a raccontarci delle avventure loro e del capo spirituale, salito almeno
un'ottantina di volte
nell'ultimo anno sul Monte Baldo (il pensiero corre a Gabriele e le sue
innumerevoli ripetizioni della Ardizzon al Falzarego...). Tra una grappa
e l'altra viene l'ora di raggiungere gli altri a letto. La sveglia è
vicina ormai, inesorabilmente fissata alle ore 4.
Come
per ogni ascensione i miei occhi si aprono prima della sveglia, la
stanchezza e il torpore del sonno spariscono al pensiero della difficile
salita, la mente comincia subito a lavorare. La sensazione di affrontare
l'ignoto mi dà quella strana sensazione che penso ogni alpinista provi e che sparisce dopo i primi passi, quando tutte le difficoltà
giungono e spariscono con molta più naturalezza; credo sia questa sensazione che ha spinto e spinge anche i più grandi, ed è la stessa
sensazione che invece porta ad abbandonare l'attività quando uno non
trova più dentro di sé la voglia di affrontare e risolvere queste
incognite.
Bando alle ciance, comunque! Un rapido elenco mentale della
roba nello zaino, ancora sotto alle coperte, e poi si scende per
iniziare a prepararsi. S'inghiottisce la scarsa colazione lasciata sul
tavolo dal rifugista la sera prima e si esce finalmente a vedere il
tempo e a saggiare la temperatura esterna: non potrebbe andare meglio, il
cielo è tappezzato di stelle, ancora completamente scuro in questa fine
di agosto, ma l'aria non è freddissima.
Ci carichiamo gli zaini e
partiamo senz'altri indugi.
Dopo
circa un'ora di morena, alle prime lingue del ghiacciaio, è giunto il
momento di separarsi: Ruggero e Antonio calzano i ramponi, si legano e
cominciano a obliquare sul ghiacciaio fino al caratteristico
‘intaglio a V’ che porta sulla vedretta di Lana e poi verso la cima; io e
Tiziano invece, dopo un ultimo sguardo ai due compagni che hanno scelto
la via normale, ci giriamo e scrutiamo la nostra cresta, almeno 200
metri sopra le nostre teste. La nostra via comincia lassù, ma per ora il
problema è arrivarci!
Tra un canale franoso con un residuo di neve
sporca e una parete di un centinaio di metri apparentemente facile,
scegliamo la seconda e a comando alternato cominciamo a salire. Certo
che con scarponi (io ho le pedule) e zaino pesanti non si arrampica
come con le scarpette! Questo terzo grado ci fa sudare un po',
soprattutto quando si tratta di trovare la via giusta e ci toccano
traversi non proprio simpatici...
Alle 9 ci troviamo finalmente sulla
cresta, a 2900 metri, illuminati in pieno da un bellissimo sole, e davanti a
noi si apre lo spettacolare panorama dei ghiacciai, le creste e le cime
austriache; in controluce invece si staglia tutta la nostra via: la
cresta scura, la zona innevata che ora appare come un dolce pendio
nevoso, l'ultimo salto per raggiungere la cresta superiore e poi la
cima, in parte nevosa. Considerando l'esposizione notevole e la friabilità
della roccia decidiamo di comune accordo di proseguire in cordata, a
comando alternato, passando la corda tra gli spuntoni ed utilizzando
ogni tanto i dadi e gli eccentrici che ci siamo portati. Procediamo
senza grossi problemi, spostandoci sia sul versante austriaco sia su quello italiano, a seconda degli ostacoli che ci troviamo
davanti; la via è divertente e spettacolare, l'accordo ottimo, il sole
ci scalda anche se un po' di vento ci costringe a tenere le giacche in
goretex. Ogni tanto dalla sosta io e Tiziano ci fotografiamo a vicenda.
I tiri si susseguono fino ad uno spigolo roccioso descritto dalla guida
che ormai ricordiamo a memoria; qui troviamo il primo chiodo (è la
prima traccia di passaggio umano!) e dobbiamo “obliquare a destra per
poi tornare direttamente sulla cresta”. Il tiro tocca a Tiziano, ho
fatto sicura sul chiodo e lui parte su una placca quasi verticale con
sotto almeno 300 metri di vuoto e i crepacci del ghiacciaio come bocche
spalancate sul fondo; lo zaino sembra tirarlo giù, le suole degli
scarponi gemono in aderenza. Finché lo vedo, sembra tribolare parecchio,
poi sparisce dalla mia vista e la corda si muove molto lentamente. La
guida parla di III+ però la cosa non mi sembra proprio così tranquilla.
Passa parecchio tempo e sento l'urlo di Tiziano mentre recupera la corda, libero la
sosta e mi preparo a partire: le mie pedule non sono proprio il massimo
su questa placca, cerco qualche tacchetta ma la suola si piega
inesorabilmente... Maledizione, sono mesi che rimando l'acquisto dei
Nepal, mi stramaledico per la mia riluttanza a spendere un buon quarto
di stipendio in un paio di scarponi seri. Anche per le mani inoltre, non è
che ci sia granché: qualche lama spesso inclinata che poi termina nel
nulla, qualche piccolo appiglio molto basso o fuori posto, qualche sasso
precario... seguo la corda e mi ritrovo bloccato... Maledizione, Tiziano
deve essere passato più sotto! Mi tengo con le ultime forze, mi fido più
per disperazione che per convinzione dei miei piedi e per miracolo
mi ritrovo un metro più in basso dove vedo il passaggio. Vedo anche il
rinvio... almeno 8 metri più in là! Per poco non mi faccio un signor
pendolo! L'adrenalina è a mille, mantengo la calma e dopo qualche
altro passaggio un po' delicato arrivo in sosta; senza dire niente
riempio i polmoni d'aria, prendo le consegne, scruto la parete e tento
di ritornare in cresta con un tiro verticale che mi impegna abbastanza.
Il sole torna a illuminarci, Tiziano riemerge dallo scuro versante
italiano ed entrambi
tiriamo il fiato.
“Complimenti Tiziano, ti sei fatto un signor
tiro, sul traverso! Io me la sono vista brutta, non so tu come hai
fatto a passare!” gli dico ammirato, e lui: “Anche il tuo
ultimo tiro non era certo da meno...”.
Riprendiamo il filo di
cresta, che ora si fa più facile, e arriviamo a quella che
una volta era una calotta nevosa ed ora una piccola spianata di detriti.
Siamo a quota 3014, da cui si procede con una calata di 40 metri in doppia
senza ritorno (a quel che ci ha detto il rifugista). Dobbiamo perciò decidere il da farsi; uno sguardo all'orologio mi stupisce, sono quasi
le 12! Il tempo è volato, ma la guida descrive come migliore la roccia
successiva e la calotta di neve dovrebbe farci recuperare parecchio
tempo. Ci consultiamo, entrambi abbiamo voglia di continuare e a
tornare indietro ora nessuno dei due ci pensa. Ci fermiamo un attimo per
mettere qualcosa sotto i denti. Quindi cominciamo a cercare chiodi per la
doppia: niente! Non si trovano, toccherà affidarci ad uno spuntone!
Una prima calata obliqua per roccette, la seconda più impegnativa
nel vuoto, vicino ad una gialla parete strapiombante completamente
marcia, e Tiziano - ricoperto di polvere - arriva sulla stretta forcella da
cui riparte la cresta.
Ora tocca a me scendere; il secondo spuntone però
non mi convince molto, la corda si è interrata e sembra fare molto
attrito: chiedo a Tiziano di provare a recuperare la corda (i freschi
insegnamenti del corso di alpinismo...) che infatti non scorre! Wow,
che occhio, penso! Sistemo un po' meglio la corda e mi calo,
mangiandomi la mia dose di polvere gialla. Quando è il momento di
recuperare la corda... non viene! Dapprima con calma, e poi sempre più
convulsamente le proviamo tutte, dagli strappi ai tiri opposti, dalle
parolacce agli improperi: niente! Come tirare un elastico, si tende
per qualche metro e poi ritorna al suo posto.
Ci troviamo con 400 metri
di vuoto a destra e a sinistra e mezzo chilometro di cresta davanti, e la corda
è bloccata! Per giunta, la parete appena discesa è impossibile da risalire,
almeno da questo lato. Dopo un momento di sconforto adocchiamo il lato
austriaco, che sembra per lo meno abbordabile. Mi offro per tentare il
recupero, sistemo un prusik sulla doppia maledetta e comincio ad
arrampicare rinviando quando posso la corda per evitare un pendolo nel
vuoto; in effetti, da sotto sembrava peggio, in dieci minuti sono di
nuovo allo spuntone e vedo cosa ci stava per fregare: lo scotch che
indica il mezzo della corda, incastrato nel terriccio! Cerco qualcos'altro
per piazzare la doppia e alla fine, nascosto sul lato austriaco, trovo
un vecchio chiodo con cordino sbiadito: la prospettiva di calarmi su
quello non mi alletta molto, ma piuttosto che risalire a sbloccare di
nuovo la corda... Dopo due strappi ben assestati per verificare il
chiodo mi metto nelle sue mani e mi calo moooolto dolcemente per
evitargli stress eccessivi, e in due minuti sono di nuovo a fianco di
Tiziano: peccato però che abbiamo buttato via un'altra ora e mezza con
questo contrattempo. Sarà meglio darsi una mossa! Comunque siamo
ancora fiduciosi, la guida parla di “divertente arrampicata su
roccia compatta e ricca di appigli”, poi ci attende la neve; vorrà
dire che correremo un po' in discesa! D'altronde, vie di fuga laterali
non ce ne sono proprio, quindi all'opera!
I tiri successivi sono
in realtà molto belli. Una strana placca
liscia, compatta e ben appoggiata ci consente un elegante Dülfer
con mani sulla lama di cresta, i piedi in Italia e lo sguardo verso le
splendide cime austriache.
Tra una foto e l'altra
questo bel tratto dura solo due o tre tiri, poi riprendono i grandi
massi appoggiati, le rocce non molto solide e la via da cercare in questo
cumulo di pietre disgregate dalle azioni climatiche millenarie.
Verso
le 17 arriviamo nella zona nevosa, quella che ci dovrebbe
velocemente portare in vetta; la luce è cambiata parecchio, ormai una
sfumatura rosa colora il pendio che da lontano non ci era sembrato
impegnativo ma che adesso ci opprime con i suoi 50° di pendenza di
ghiaccio abbastanza tenero... Anche questa non sarà una passeggiata,
fortuna che Tiziano è un appassionato di ghiaccio e con entusiasmo
inforca i ramponi, sfodera la seconda picca da piolet e attacca il
pendio facendo sosta su un chiodo da ghiaccio al termine della lunghezza
di corda; io, dapprima un po' riluttante, poi sempre più a mio agio, lo
seguo cercando di perdere meno tempo possibile e dopo quattro tiri il pendio
finalmente spiana fin sotto ad una parete rocciosa
completamente franosa. Attraversando il pendio mi ritrovo con una gamba
dentro un piccolo crepaccio completamente invisibile, fortunatamente stretto:
un attimo di spavento e mi tiro su senza che Tiziano se ne accorga.
Stiamo cercando di forzare i tempi, la luce
cala e la cima resta sempre lontana. Faccio un po' di calcoli, ma è sempre più
evidente che il buio ci coglierà ancora sulla via.
L'ultimo ostacolo
prima della cima è un ex parete di neve di un'ottantina di metri
ridotta ad un pendio di sassi rotti e fango; qui prendo l'iniziativa io,
pur di uscire mi lancio in un'improbabile salita in piolet su fango (con
pochi riguardi per la picca prestatami da Simone), senza riuscire a piazzare una sola sicurezza sul
tracciato, e recupero
con sicura a spalla.
Alle 19:30 raggiungiamo finalmente la cresta finale e veniamo
travolti da raffiche fortissime di vento; in almeno due casi mi sento
sbattere verso l'abisso ma per fortuna sono assicurato alla sosta mentre
recupero Tiziano.
La luce è veramente mozzafiato. Ho
sempre desiderato essere al tramonto su una cima importante, ho sognato
leggendo il racconto di Leslie Stephen e del suo tramonto sul Bianco,
ma ora sinceramente tutta questa poesia mi sfugge e solo qualche
rapida occhiata e una foto immortalano questo momento indimenticabile.
Per un pendio nevoso ci ricongiungiamo con la via normale a pochi metri
dalla cima, mentre il sole sparisce dietro le cime occidentali e il
vento si fa scorbutico; propongo a Tiziano di affrettarci verso la
discesa finché c'è luce, ma a pochi metri dalla vetta non vuole
rinunciare e quindi ci incamminiamo verso lo strappo finale. Alle 20
tocchiamo l'agognata cima, il vento mi impedisce di cambiare
il rullino della macchina fotografica, mentre il freddo ha bloccato
quella di Tiziano. E' una beffa per due fotografi come noi non poter
fare la foto di vetta! Impossibile anche infilare i pantaloni antivento.
Dopo uno guardo a 360°, che mai potremo ricordare con la
nitidezza di una diapositiva, ci affrettiamo verso la discesa sulla via
normale mentre l'oscurità avanza velocemente come succede a fine
Agosto. La neve è dura e si riescono solo vagamente ad intuire i passi
di chi oggi ci ha preceduto in vetta; la luce sparisce definitivamente
mentre ci avviciniamo alla sella da cui si prende il ripido pendio per
la vedretta di Lana.
In lontananza, la luce rassicurante del rifugio ci
indica la nostra meta, ma sappiamo che la via è ancora lunga e
difficile, soprattutto di notte. Accendiamo le frontali e procediamo in conserva fino a che la
pendenza non diventa preoccupante; il pendio a 45° almeno è
ghiacciato, nel buio si scorgono solo i pochi metri illuminati e poi lo
scivolo sparisce nel vuoto. Ormai è inutile affrettarsi, meglio
ricominciare la progressione in cordata: alternativamente uno di noi si
avventura al buio giù per il pendio cercando di intuire la via e finita
la corda pianta un chiodo da ghiaccio, urla nel vento al compagno di
venire e spegne la frontale per risparmiare un po' di luce, accendendola
ogni tanto per indicare la direzione.
Il vento intanto continua a
soffiare con raffiche potenti; nuvoloni nerissimi passano
sopra le nostre teste a velocità impressionanti scaricando scaglie di
ghiaccio e, andandosene velocemente, lasciano posto a qualche stella.
Tiziano
mi dice di tenermi sulla sinistra del pendio, ma a me la cosa non piace:
intuisco vagamente delle impronte e al buio vedo sulla
sinistra ombre scure che significano rocce, mentre sulla destra la
lingua di neve sembra scendere maggiormente; mi impongo allora
insistendo per quel lato, come guidato da un intuito non certo affinato
dall'esperienza (è la mia quinta via in ghiacciaio) e mi dirigo nella
giusta direzione fino ad incontrare un ultimo tratto roccioso che ci
deposita sulla vedretta di Lana. Tiriamo un attimo il respiro, ora
possiamo riprendere in conserva e il pendio si fa più dolce; sulla
sinistra cerchiamo di scorgere tra le ombre scure della cresta il famoso
‘intaglio a V’ che dovrebbe condurci sull'ultimo ghiacciaio e poi al
rifugio. Ancora non riusciamo a trovarlo, continuiamo ad avanzare per intuito o scorgendo qualche traccia; davanti a noi crepacci bui ci
obbligano a saltare con prudenza: ogni volta aspetto Tiziano sul bordo
del crepaccio,
salto, assicuro il mio compagno illuminandolo e poi ripartiamo
leggermente distanziati. Procediamo come se avessimo il pilota automatico, concentrati a scorgere segnali di passaggio e
ombre sospette che celano abissi profondi. Improvvisamente un
potente boato ci ammutolisce nel silenzio della notte: una frana
probabilmente gigantesca cade da qualche parte intorno a noi e l'unica
cosa che possiamo fare è aspettare che ritorni la calma, senza poter vedere se è
caduta a pochi passi da noi o in lontananza.
Verso
mezzanotte esce la luna a vincere le nuvole e ci
illumina brandelli di ghiacciaio. Lentamente ci avviciniamo a quello che
potrebbe essere l'intaglio, infatti - finalmente - tra le due pareti della
cresta rispunta la luce rassicurante del rifugio. Ci siamo, ormai è
fatta!
E' l'una e mezza, e dalle 12 non mettiamo niente sotto i denti e
addirittura non beviamo; decidiamo di sostare un po' e mettere mano alle
provviste, anche se non abbiamo fame. Buttiamo giù un panino, una mela,
della cioccolata e un sorso d'acqua; con questo freddo veramente
preferiremmo un bel the, ma ci dobbiamo accontentare.
Io da parecchio
ho freddo alle punte dei piedi, le mie pedule da trekking sono ormai
umide e i ramponi ben stretti mi hanno rallentato la circolazione;
le punte non le sento e cerco di riattivarle sfregandole negli scarponi
e pestando un po' i piedi. Il resto va bene, la stanchezza non si
sente, il morale è alto, entrambi stiamo vivendo questa avventura
con sufficiente tranquillità e senza grossi patemi, sicuri che tra un po'
saremo al calduccio nel rifugio e ci faremo una colazione gigante!
Una
volta ripartiti la frontale di Tiziano comincia ad affievolirsi, ormai
avanza quasi al buio e per lunghi tratti la spegne; alla forcella
scopriamo che ci aspetta un tiro di corda su roccia franosa e fango,
quello che probabilmente fino a pochi anni fa era un comodo passaggio su
neve tra i due ghiacciai. Attacco anche qui con la mia rivisitazione di
piolet-traction su schifezze, a tratti affondo
tutto il manico della piccozza nel fango pur di tenere in questo
marciume. Un po' in
affanno Tiziano mi raggiunge sulla Vedretta di Predòi e riprendiamo
attraversando il ghiacciaio in obliquo ricordando a memoria il percorso
di Ruggero e Antonio che avevamo intravisto dalla cresta il giorno prima.
I crepacci aumentano di numero mentre ci avviciniamo sempre più
alla luce del rifugio, e già mi pregusto la colazione e la dormita
successiva. Ma per Tiziano saltare i crepacci al buio è sempre più
difficile, nonostante che io gli illumini le labbra di
ghiaccio spalancate...
Anche la luce della mia pila non è più molto intensa. In un mare di crepacci
scorgiamo le prime rocce. Sulla
sinistra, a poche decine di metri, sembra cominciare la morena ma il
labirinto si fa inestricabile e la direzione sempre meno evidente. Alla
fine il mio compagno, che avanza alla cieca, propone di fermarsi e
aspettare l'alba su alcuni sassi.
Sono le 3:30, mancano due ore alla
luce. La notte qui è tranquilla, il vento poco più che una brezza. Io
continuerei ancora, mi sembra quasi di toccare la luce del rifugio con
un dito ma non è giusto che insista: se non se la sente va bene così,
inutile rischiare quando tra due ore potremo uscire in tutta calma da lì. E così proviamo anche questa esperienza, ci sediamo su due rocce e
cominciamo ad aspettare l'alba procedendo prima ad una vestizione con
tutto quello che era rimasto nello zaino e poi ad una scorpacciata di
dolci e frutta avanzati; chiacchieriamo un po', ci godiamo questi
momenti indimenticabili sotto un cielo stellato, un silenzio rotto solo
da qualche scarica e dallo scioglimento del ghiaccio che provoca rivoli
che scorrono verso valle. Ognuno di noi rivive le emozioni della
giornata e insieme ci scambiamo i ricordi più vivi, battiamo un po' i
denti per il freddo (2°C) anche se la notte è mite. Di tanto in tanto le
nostre teste cadono per un istante assopite per poi risvegliarsi subito
all'idea del crepaccio al nostro fianco. Siamo noi due, soli in mezzo ad
un mare di roccia e ghiaccio; è incredibile il sentimento di
fratellanza che ci unisce in questo momento, bastano poche parole per
capire che siamo in sintonia, che stiamo condividendo qualcosa che
appaga entrambi e che va oltre le nostre aspettative, che quello che
abbiamo vissuto insieme questa notte lo porteremo sempre con noi e
cementerà la nostra ancora giovane amicizia.
E'
difficile trovare una posizione comoda su questi sassi in bilico, provo
a distendermi ma il freddo aumenta con la superficie esposta e ritorno
in una posizione accovacciata, finché il nero della notte
non lascia il posto ad un blu cobalto, all'azzurro scuro che vira infine
ad un tenue rosa dietro la nostra cima. Rapiti, la guardiamo lentamente diventare più chiara e ripercorriamo con lo sguardo la lunga via
percorsa. Va bene essere innamorati della montagna, però sono 24 ore
che siamo fuori!!!
Bando alle ciance e usciamo da questa trappola di
ghiaccio! Adesso con la luce la via è semplice, qualche ultimo crepaccio
da saltare, qualche roccetta da scavalcare e poi ci buttiamo sulla
morena togliendoci la corda che ci univa dal mattino
precedente, inzuppata di acqua e fango fino a pesare l'inverosimile
(mi sono offerto di portare la corda ed ora me ne pento...).
Ci
affrettiamo verso il rifugio, ansiosi di arrivare. La tensione sta
scemando e con essa giunge la stanchezza: come automi proseguiamo sulla
morena, ormai indifferenti allo spettacolo del sorgere del sole sulle
cime che contornano la Valle Aurina, nella mente solo un the caldo e un
meritato riposo nel letto rimasto vuoto tutta la notte. Già, ma che
diranno al rifugio? Forse si saranno un po'
preoccupati, però hanno potuto vedere le nostre piccole luci sul
ghiacciaio nell'oscurità.
Arriviamo tranquilli mentre due tedeschi
stanno scrutando con un binocolo la cima, neanche ci degnano di uno
sguardo; ci togliamo di dosso lo zaino che ormai era diventato una
seconda pelle e entriamo nella sala, ansiosi di mettere i piedi sotto la
tavola (e il sedere su una sedia). Una volta ordinata la colazione al
simpatico ragazzino che serve ai tavoli, la gente comincia a guardarci un
po' strano e a bisbigliare, poi arriva la moglie teutonica della guida
che gestisce il rifugio e con tono accusatorio comincia la ramanzina sul
nostro comportamento e la nostra incoscienza. Tiziano purtroppo è
andato in bagno, io devo cercare di contenere il torrente in piena con
frasi di circostanza e sorrisi rassicuranti ma tutti nella sala ci
guardano con disapprovazione. Erano tutti preoccupati per noi e
stamattina avrebbero chiamato i soccorsi.
Ma chi se ne frega, penso! In fondo abbiamo forse sbagliato nella valutazione del percorso, oppure
non siamo stati in grado di procedere in conserva anche su terreno
parecchio instabile, però non abbiamo rotto le palle a nessuno e ce la
siamo cavata senza affanni con le nostre forze e capacità. Credo che
anche questo sia un modo di crescere come alpinisti e di fare
esperienza, saper affrontare l'ignoto piuttosto che il conosciuto,
cercare di far fronte con le proprie capacità (e incapacità...) agli
eventi e alle condizioni della montagna, eventualmente sbagliare, ma
saper trarre insegnamento dai propri errori. Quello che per molti può
essere un itinerario banale per noi è stata una faticosa conquista e
anche ripensandoci non possiamo che andarne fieri!
Dopo
una colazione del tutto insoddisfacente, chiediamo umilmente di poter
riposare due ore prima di scendere alla macchina, ben sapendo quanto
interminabile sarà la strada per arrivare al parcheggio e poi a casa,
350 chilometri più a sud... Ovviamente ci viene negato questo piccolo piacere e
noi ci accampiamo di conseguenza sui tavolacci di fronte al rifugio e
schiacciamo un pisolino riscaldati dal sole mattutino.
Alle 9:30 ci
rassegniamo all'ultima fatica e comincia l'interminabile discesa per la
valle. Lo zaino di nuovo strapieno - con corde e cordini umidi è
diventato pesantissimo - sega le spalle senza pietà e ogni dieci minuti
lo tolgo per avere un attimo di riposo. Nel frattempo, in condizioni a dir
poco pietose, cominciamo ad incontrare escursionisti con famigliole al
seguito, che ci scrutano come se fossimo marziani; le ultime energie le
spendiamo a contare i passi che ci mancano alla macchina e a
fantasticare sul faraonico pranzo a cui tra poco ci abbandoneremo!
__________
Che
dire ancora, mentre le ultime curve nella campagna del Polesine mi
portano verso casa la sensazione è quella di aver vissuto una
esperienza indimenticabile, di quelle che si serbano nella memoria per
tutta la vita e si raccontano ai nipoti davanti al camino. Purtroppo c'è
anche quella sottile amarezza che mi accompagna ad ogni rientro dalle
montagne, quella sensazione di aver abbandonato un luogo magico e dover
tornare ad una realtà nella quale proprio non mi ritrovo. Non ho
voglia di tornare a parlare a persone che non mi capiscono e non
condividono con me queste emozioni, di affrontare una quotidianità che
non mi appassiona né mi stimola. L'unica compagnia per i prossimi
giorni saranno i ricordi delle splendide ore passate lassù, così
vicino al cielo, e soprattutto di quel silenzio notturno nel mezzo del
ghiacciaio.