Burèl d'inverno

 

di Mauro Moretto

 

Gruppo della Schiara, Burèl, parete Sud-Ovest: una prima invernale su una delle pareti più selvagge e inaccessibili delle Dolomiti.

 

Ogni salita alpinistica lascia una traccia indelebile nel ricordo del salitore; molte di esse si perdono nell'inconscio per la loro semplicità, altre ascensioni invece ritornano alla mente di frequente come in un bel sogno, oppure in un incubo.
Questa mia salita che cercherò di raccontare sta nel mezzo tra il piacere e il dolore. Con ciò voglio dire che le sensazioni positive in senso quantitativo equivalsero alle sensazioni negative. Forse l'esempio non calza alla perfezione, ma è come fare una doccia calda e all'improvviso una doccia fredda in continuazione; ed ecco che il tuo corpo assopito dalla routine quotidiana, sente la vita pulsare con più vitalità. Probabilmente è ciò che rende unica un'esperienza di alpinismo estremo.

Cima del Burèl (Schiara) 2.281 metri, l'altezza è modesta per una cima dolomitica. Cosa avrebbe poi di così speciale questa cima rispetto alle tanto declamate Lavaredo, Civetta, Marmolada, eccetera? Prima di tutto la parete Sud-Ovest alta quasi 1400 metri, poi l'ambiente, certamente più selvaggio dei gruppi dolomitici più famosi. Esteticamente la parete non è rilevante, ma provate a batterci il naso e vedrete che questo budello alto 1400 metri vi metterà certamente a disagio. 
Noi alpinisti molte volte sogniamo ad occhi aperti, basta lo stimolo e le immagini si accavallano senza soste, fino a che non colmi la tua sete d'immaginario. Per anni uno dei miei obiettivi consisteva nel salire questa immane parete ormai già segnata da alcune via d'ambiente tra le più difficili delle Dolomiti, però volevo qualcosa di diverso rispetto a una non poi tanto semplice ripetizione. L'inverno è la stagione più inclemente dell'anno! Perché non salire una di queste vie d'inverno?
Dalle mie informazioni la parete era già stata salita in invernale da Riccardo Bee con Franco Miotto, due grandissimi personaggi del mondo alpinistico italiano. Essi salirono per la via Centrale del Gran Diedro nel marzo 1974, poi nessun altro ci aveva messo piede negli inverni successivi. Nei miei progetti avevo coinvolto Savino Sansonne, uno degli alpinisti più preparati della mia zona, nonché un mio caro amico. La via scelta per questa avventura doveva essere il Pilastro Sud Sud-Ovest, aperto dalla cordata Bee e Miotto nell'estate del 1977.

Dopo un tentativo andato storto nell'inverno 1988 ci ripromettiamo di farne un altro per l'anno successivo, e passata una bella stagione alpinistica con salite di tutto rispetto, arriva puntualmente l'inverno. Le condizioni sono ottime per un'invernale: sono tre settimane che non nevica, la parete è in buone condizioni. Decidiamo quindi di partire il giorno 24 dicembre 1989 alle 4 di mattina. 
Alle 5:30, dopo i soliti preparativi, lasciamo la Stanga e ci inoltriamo dentro la Val de Piero, per nulla agevole con il buio. Le pile frontali ci aiutano per una paio d'ore, poi viaggiamo spediti fino ad un primo ostacolo, un piccolo franamento del pendio appena sopra la gola principale del budello 
da dove nasce la parete Sud-Ovest.
Saliamo fino al colle mugoso, di fronte allo spigolo Sud Sud-Ovest, e con due doppie ci caliamo nel canalone che porta all'attacco della via. Il tempo, che non prometteva nulla di buono, ora si apre. Pochi passi e siamo all'attacco, indecisi sul da farsi e con due enormi zaini sulle spalle. Nel scegliere cosa ‘stazzare’ negli zaini, avevamo deciso a malincuore di lasciare scarponi e ramponi a casa sperando nelle buone condizioni della discesa. Già ai primi movimenti ci sembra troppo il materiale che ci grava sulle spalle; mentre il primo di cordata arrampica con circa 6 o 7 chilogrammi, il secondo dovrà sopportarne ben 15. Per fortuna si viaggia in alternata.

Sono le 12 e abbiamo appena iniziato la salita. Il nostro obiettivo consiste nel raggiungere un cengione detto Gravinei, dopo 550 metri di scalata con difficoltà fino al V+. Nonostante il peso siamo veloci, anche se il secondo in qualche passaggio vede i cosiddetti ‘sorci verdi’ a causa dello zaino per niente leggero. Alle 17 circa, tocchiamo il cengione. Vogliamo salire ancora un po', ma arrivati in conserva sotto la serie di diedri che caratterizzano la parte superiore, subisco una battuta d'arresto: l'aspetto tutt'altro che incoraggiante della parte superiore della via mi blocca. 
Ormai è buio, e la scelta del bivacco è inevitabile. Scendiamo una decina di metri fino ad un mugo, spianando il più possibile una piazzola. La cengia è inclinata quindi è d'obbligo assicurarsi: siamo sul bordo del baratro. Ci buttiamo subito dentro ai sacchi a pelo visto che la temperatura comincia a scendere vertiginosamente. Questo è anche un buon segno di tempo stabile. Passiamo la notte in compagnia di una miriade di stelle, ma le ossa non sono certo in una posizione comoda.

La mattina seguente il freddo si fa sentire e il nostro corpo, seppur in posizione scomoda, si è abituato ad un certo tepore. Cerchiamo di rimandare il più possibile la partenza. Alle 9:30 finalmente la decisione è presa, ma la mia mente, scossa definitivamente dall'aspetto poco attraente della parte superiore della via, si rifiuta di proseguire. Una ventina di metri a destra viaggia un'altra via interessante, la Goedeke. Propongo a Savino di salire per questo itinerario che, anche se leggermente più facile dell'altro, rimane pur sempre una prima salita invernale.
Alle 10 i giochi sono fatti ed iniziamo a salire per quest'ultima via che già dalle prima battute ci dà del filo da torcere. L'arrampicata è impossibile con gli zaini sulle spalle e per tre o quattro tiri il nostro materiale fungerà da terzo di cordata. 
La parte superiore viene addomesticata, poi per 150 metri saliamo in conserva. Ormai sentiamo odor di vetta e dopo un paio di tiri di corda usciamo sulle ultime facili rocce, ed è la vetta. Svuotati di energie, ma felici di aver raggiunto la meta, ci lasciamo andare per qualche minuto.
Sono le 16:30 ed uno sguardo alla discesa mi fa rabbrividire: la conca che dobbiamo attraversare è tutta innevata. Prima di impegnarci ad attraversare le Pale del Balcon, quattro calate in corda doppia, su chiodi malsicuri, ci depositano nel Van de Burèl, unica conca piana tra salti rocciosi e pendii di neve ghiacciata. 
Il buio ci sorprende di nuovo, le pedule ormai fradice necessitano una sostituzione immediata con le scarpe di avvicinamento. Sostituendo anche i calzini, inseriamo tra essi e la scarpa un sacchetto di polietilene per isolare il piede dal continuo contatto con la neve. Qui inizia per noi l'odissea della discesa, armati soltanto di frontale, martello e con ai piedi un misero paio di scarpe da ginnastica. Non conoscendo la discesa è d'obbligo l'assicurazione su corda, ma per ogni passo fatto il martello deve lavorare alacremente per creare un appoggio sicuro. Tutto ciò si protrae fino alle 3:30 di mattina, quando sfiniti e stremati dalla tensione nervosa, troviamo un posto per bivaccare. Con un migliaio di tacche per i piedi alle spalle ci meritiamo qualche ora di riposo fino alle 8 di mattina.

Con la luce la prospettiva non cambia e il pericolo è palpabile. Ciò esige ancora corde doppie e scalini scavati con il martello. D'estate questi pendii sono quanto di più semplice ci si possa essere in alpinismo, ma ora li vediamo diversamente. Arrivati alla Forcella del Balcon ci affacciamo sul versante destinato alla discesa. Il Van de la Schiara luccica di neve ghiacciata, l'unica alternativa è di scendere per le Vacche Magre e poi la valle Ru da Molin. Di qui la neve sembra scomparire dopo un centinaio di metri, ma resta un'incognita l'itinerario da seguire.
Ormai sono le 12 ed abbiamo ancora poche ore di luce per evitare un terzo bivacco. Rimettiamo le corde negli zaini e ci buttiamo a capo fitto verso i pendii erbosi delle Pale Magre. Scendendo nella parte mediana sentiamo il rumore caratteristico di un elicottero che si sta avvicinando ed inizia a volteggiare sopra il Van de Burèl. “Che sia in cerca di noi?” chiedo a Savino in tono scherzoso, senza dare troppo peso alla cosa. Continuiamo a scendere nella parte bassa della valle su terreno per me familiare mentre la luce si affievolisce fino a scomparire. Una decina di minuti ci separano dall'auto, quando sentiamo un vocio sul sentiero: ci imbattiamo sugli uomini della squadra del Soccorso Alpino di Belluno che avvertiti del nostro mancato rientro ci stavano cercando.
Scambiamo con loro le prime impressioni e veniamo a saper che l'elicottero, già in volo per un altro intervento su richiesta, era venuto a controllare la nostra posizione ed aveva seguito le nostre tracce fino alla Forcella del Balcon, poi aveva avvisato le squadre a terra, dato che non ci aveva localizzati. 
Tutto quindi finisce nel migliore dei modi, tranne per il nostro peso corporeo che risulterà diminuito di 6-7 chilogrammi in tre giorni. Il resto lo lascio immaginare a voi.

 

Autunno 1992

Mauro Moretto

 

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE

PIERO ROSSI, Schiara, GUIDA DEI MONTI D'ITALIA C.A.I. - T.C.I., Milano 1982, pp. 294-321.

GINO BUSCAINI, Le Dolomiti Orientali - Le 100 più belle ascensioni ed escursioni, Bologna 1984, pp. 232-233.

ALESSANDRO GOGNA, Sentieri verticali, Bologna 1987, pp. 126-128.

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