Ogni
salita alpinistica lascia una traccia indelebile nel ricordo del
salitore; molte di esse si perdono nell'inconscio per la loro
semplicità, altre ascensioni invece ritornano alla mente
di frequente come in un bel sogno, oppure in un incubo.
Questa mia salita che cercherò di raccontare sta nel mezzo tra il
piacere e il dolore. Con ciò voglio dire che le sensazioni positive in
senso quantitativo equivalsero alle sensazioni negative. Forse l'esempio
non calza alla perfezione, ma è come fare una doccia calda e
all'improvviso una doccia fredda in continuazione; ed ecco che il tuo
corpo assopito dalla routine quotidiana, sente la vita pulsare con più
vitalità. Probabilmente è ciò che rende unica un'esperienza di
alpinismo estremo.
Cima del Burèl (Schiara) 2.281
metri, l'altezza è modesta per una cima dolomitica. Cosa avrebbe poi di
così speciale questa cima rispetto alle tanto declamate Lavaredo,
Civetta, Marmolada, eccetera? Prima di tutto la parete Sud-Ovest alta
quasi 1400 metri, poi l'ambiente, certamente più selvaggio dei gruppi
dolomitici più famosi. Esteticamente la parete non è rilevante,
ma provate a batterci il naso e vedrete che questo budello alto 1400
metri vi metterà certamente a disagio.
Noi alpinisti molte volte
sogniamo ad occhi aperti, basta lo stimolo e le immagini si accavallano
senza soste, fino a che non colmi la tua sete d'immaginario. Per anni uno dei miei obiettivi consisteva nel salire questa immane
parete ormai già segnata da alcune via d'ambiente tra le più difficili
delle Dolomiti, però volevo qualcosa di diverso rispetto a una non poi tanto
semplice ripetizione. L'inverno è la stagione più inclemente
dell'anno! Perché non salire una di queste vie d'inverno?
Dalle mie informazioni la parete era già stata salita in invernale da
Riccardo Bee con Franco Miotto, due grandissimi personaggi del mondo
alpinistico italiano. Essi salirono per la via Centrale del Gran Diedro
nel marzo 1974, poi nessun altro ci aveva messo piede negli inverni
successivi. Nei miei progetti avevo coinvolto Savino Sansonne, uno degli
alpinisti più preparati della mia zona, nonché un mio caro amico. La
via scelta per questa avventura doveva essere il Pilastro Sud Sud-Ovest,
aperto dalla cordata Bee e Miotto nell'estate del 1977.
Dopo
un tentativo andato storto nell'inverno 1988 ci ripromettiamo di farne
un altro per l'anno successivo, e passata una bella stagione alpinistica
con salite di tutto rispetto, arriva puntualmente l'inverno. Le
condizioni sono ottime per un'invernale: sono tre settimane che non
nevica, la parete è in buone condizioni. Decidiamo quindi di partire il
giorno 24 dicembre 1989 alle 4 di mattina.
Alle 5:30, dopo i soliti preparativi, lasciamo la Stanga e ci inoltriamo
dentro la Val de Piero, per nulla agevole con il buio. Le pile frontali
ci aiutano per una paio d'ore, poi viaggiamo spediti fino ad un
primo ostacolo, un piccolo franamento del pendio appena sopra la gola
principale del budello
da dove nasce la parete Sud-Ovest.
Saliamo fino al colle mugoso, di fronte allo spigolo Sud Sud-Ovest, e
con due doppie ci caliamo nel canalone che porta all'attacco della via.
Il tempo, che non prometteva nulla di buono, ora si apre. Pochi
passi e siamo all'attacco, indecisi sul da farsi e con due enormi zaini
sulle spalle. Nel scegliere cosa ‘stazzare’ negli zaini, avevamo
deciso a
malincuore di lasciare scarponi e ramponi a casa sperando nelle buone
condizioni della discesa. Già ai primi movimenti ci sembra troppo il
materiale che ci grava sulle spalle; mentre il primo di cordata
arrampica con circa 6 o 7 chilogrammi, il secondo dovrà sopportarne ben
15. Per fortuna si viaggia in alternata.
Sono le
12 e abbiamo appena iniziato la salita. Il nostro obiettivo consiste nel
raggiungere un cengione detto Gravinei, dopo 550 metri di scalata con
difficoltà fino al V+. Nonostante il peso siamo veloci, anche se il
secondo in qualche passaggio vede i cosiddetti ‘sorci verdi’ a causa
dello zaino per niente leggero. Alle 17 circa, tocchiamo il cengione.
Vogliamo salire ancora un po', ma arrivati in conserva sotto la serie di
diedri che caratterizzano la parte superiore, subisco una battuta
d'arresto: l'aspetto tutt'altro che incoraggiante della parte superiore
della via mi blocca.
Ormai è buio, e la scelta del bivacco è inevitabile. Scendiamo una
decina di metri fino ad un mugo, spianando il più possibile una
piazzola. La cengia è inclinata quindi è d'obbligo assicurarsi: siamo
sul bordo del baratro. Ci buttiamo subito dentro ai sacchi a pelo visto
che la temperatura comincia a scendere vertiginosamente. Questo è anche
un buon segno di tempo stabile. Passiamo la notte in compagnia di una
miriade di stelle, ma le ossa non sono certo in una posizione comoda.
La
mattina seguente il freddo si fa sentire e il nostro corpo, seppur in
posizione scomoda, si è abituato ad un certo tepore. Cerchiamo di
rimandare il più possibile la partenza. Alle 9:30 finalmente la
decisione è presa, ma la mia mente, scossa definitivamente dall'aspetto
poco attraente della parte superiore della via, si rifiuta di
proseguire. Una ventina di metri a destra viaggia un'altra via
interessante, la Goedeke. Propongo a Savino di salire per
questo itinerario che, anche se leggermente più facile dell'altro,
rimane pur sempre una prima salita invernale.
Alle 10 i giochi sono fatti ed iniziamo a salire per quest'ultima via
che già dalle prima battute ci dà del filo da torcere. L'arrampicata
è impossibile con gli zaini sulle spalle e per tre o quattro tiri il
nostro materiale fungerà da terzo di cordata.
La parte superiore viene addomesticata, poi per 150 metri
saliamo in conserva. Ormai sentiamo odor di vetta e dopo un paio di tiri
di corda usciamo sulle ultime facili rocce, ed è la vetta. Svuotati di energie, ma felici di aver raggiunto la meta, ci lasciamo andare
per qualche minuto.
Sono le 16:30 ed uno sguardo alla discesa mi fa rabbrividire: la conca
che dobbiamo attraversare è tutta innevata. Prima di impegnarci ad attraversare
le Pale del Balcon, quattro calate in corda doppia, su chiodi malsicuri,
ci depositano nel Van de Burèl, unica conca piana tra salti rocciosi e
pendii di neve ghiacciata.
Il buio ci sorprende di nuovo, le pedule ormai fradice necessitano una
sostituzione immediata con le scarpe di avvicinamento. Sostituendo anche
i calzini, inseriamo tra essi e la scarpa un sacchetto di polietilene
per isolare il piede dal continuo contatto con la neve. Qui inizia per
noi l'odissea della discesa, armati soltanto di frontale, martello e con
ai piedi un misero paio di scarpe da ginnastica. Non conoscendo la
discesa è d'obbligo l'assicurazione su corda, ma per ogni passo fatto
il martello deve lavorare alacremente per creare un appoggio sicuro.
Tutto ciò si protrae fino alle 3:30 di mattina, quando sfiniti e
stremati dalla tensione nervosa, troviamo un posto per bivaccare. Con un
migliaio di tacche per i piedi alle spalle ci meritiamo qualche ora di
riposo fino alle 8 di mattina.
Con la luce la
prospettiva non cambia e il pericolo è palpabile. Ciò esige ancora
corde doppie e scalini scavati con il martello. D'estate questi pendii
sono quanto di più semplice ci si possa essere in alpinismo, ma ora li
vediamo diversamente. Arrivati alla Forcella del Balcon ci affacciamo
sul versante destinato alla discesa. Il Van de la Schiara luccica di
neve ghiacciata, l'unica alternativa è di scendere per le Vacche Magre
e poi la valle Ru da Molin. Di qui la neve sembra scomparire dopo un
centinaio di metri, ma resta un'incognita l'itinerario da
seguire.
Ormai sono le 12 ed abbiamo ancora poche ore di luce per evitare un
terzo bivacco. Rimettiamo le corde negli zaini e ci buttiamo a capo
fitto verso i pendii erbosi delle Pale Magre. Scendendo nella parte
mediana sentiamo il rumore caratteristico di un elicottero che si sta
avvicinando ed inizia a volteggiare sopra il Van de Burèl. “Che sia in
cerca di noi?” chiedo a Savino in tono scherzoso, senza dare troppo
peso alla cosa. Continuiamo a scendere nella parte bassa della valle su
terreno per me familiare mentre la luce si affievolisce fino a
scomparire. Una decina di minuti ci separano dall'auto, quando sentiamo
un vocio sul sentiero: ci imbattiamo sugli uomini della squadra del
Soccorso Alpino di Belluno che avvertiti del nostro mancato rientro ci
stavano cercando.
Scambiamo con loro le prime impressioni e veniamo a saper che
l'elicottero, già in volo per un altro intervento su richiesta, era
venuto a controllare la nostra posizione ed aveva seguito le nostre
tracce fino alla Forcella del Balcon, poi aveva avvisato le squadre a
terra, dato che non ci aveva localizzati.
Tutto quindi finisce nel migliore dei modi, tranne per il nostro peso
corporeo che risulterà diminuito di 6-7 chilogrammi in tre giorni. Il
resto lo lascio immaginare a voi.