Su gli ultimi passi di Giancarlo Biasin

 

di Arturo Castagna

 

Pale di San Martino, Sass Maòr, Paret Sud-est: ripetizione della via Biasin da parte di un suo allievo morale (agosto 1993).

 

Stavo sognando, uno dei tanti che avevo fatto durante una notte tesa e trascorsa nel dormiveglia al Rifugio ‘Velo della Madonna’, quando sentii il beep dell'orologio di Fabrizio, mio compagno di cordata.
Erano le 5 del mattino del 14 agosto e mi accingevo a ripetere la via Biasin al Sass Maòr, ultima salita di Giancarlo Biasin.
Ci tenevo molto a questa ripetizione, per motivi non solo tecnici e alpinistici, ma anche di carattere umano. Ero convinto di conoscere più da vicino Giancarlo percorrendo i suoi ultimi passi e sentivo quasi un dovere rendergli omaggio1.
Sapevo che si trattava di un itinerario duro, non a caso nel 1990 contava solo 17 ripetizioni e tutte d'alpinisti di punta.
Mi ero perciò preparato con metodo, scegliendo le vie in modo da raggiungere un elevato stato di forma fisica e psicologica. Nell'anno in corso avevo ripetuto salite molto esposte, strapiombanti e tecnicamente molto difficili, come l'Hasse-Brandler alla Grande di Lavaredo. Avevo inoltre raccolto molte informazioni dalla letteratura sulla parete Sud-est del Sass Maòr, in particolare sulla via Biasin, però nessuna relazione era precisa e dettagliata come per le grandi classiche. Mi ero costruito sia mentalmente sia graficamente lo schizzo della salita e per analogia vedevo tutti i passaggi come in un filmato. Mi era successo di sognare più volte il diedro giallo, friabile e strapiombante dove Scalet nel '61 decise di tornare indietro tanto era impressionante.
Così il beep giungeva quasi come un senso liberatorio. Dopo tanta attesa e qualche apprensione era arrivato il momento giusto.

Ci alziamo, facciamo una veloce colazione, prepariamo il materiale e poi via verso la forcella della Stanga che porta al Sentiero dei Cacciatori. Si vedono le prime luci, il tempo è buono e così pure il morale.
Al sentiero seguono le prime rampe (in comune con la Solleder), che si percorrono slegati fino all'attacco della via. I primi trecento metri non presentano grosse difficoltà, 4°+ con qualche passo di 5°.
In questo tratto vedo molti cordini da ‘doppia’, segno evidente di tentativi non andati a buon fine.
Casualmente lo stesso giorno ripetono la via una cordata di vicentini, e uno di questi è Piero Radin, il compagno di Renato Casarotto in tante salite.
Guardo spesso la parte alta, voglio rendermi conto il più rapidamente possibile dell'esposizione, del tipo di roccia.
Finalmente, dopo sette tiri di corda arriviamo all'inizio delle vere difficoltà, terreno di tanti tentativi negli anni Sessanta per vincere direttamente l'ambita parete Sud-est.
Il primo tiro è una fessura gialla e friabile, a volte marcia, che porta ad una sosta, sotto i grandi tetti gialli vicino al ‘diedro’.
Il diedro è bello, friabile all'inizio, ma poi discretamente compatto; dopo 25 metri raggiungo la sosta su una cengetta alla sua destra.
Scalet e Biasin impiegarono un pomeriggio per attrezzare il diedro che poi si rivelò il tratto chiave dell'intera salita.
In sosta, il primo pensiero che faccio è quello di osservare se essa è ‘accogliente’: qui Giancarlo ha fatto il primo bivacco e la sua penultima notte.
La via prosegue quindi rientrando per qualche metro nel diedro per poi spostarsi orizzontalmente fino ad uscire sul filo dello spigolo.
L'idea di questa deviazione è stata di Biasin poiché Scalet era orientato a proseguire nel diedro con probabile fallimento dell'impresa. Nel percorrere il traverso capisco l'intuito alpinistico di questo personaggio: egli ha voluto raggiungere le placche nere dal punto più vulnerabile del diedro.
Le placche hanno passaggi molto difficili, alternati da altri di minore impegno e così arriviamo al famoso tetto nero che tante volte ho immaginato a forma di tetto, quando in realtà è una ‘pancia’ che per superarla necessita di un traverso, prima a destra e poi in senso inverso.
In questo tratto constato quanto sia moderna la via; i primi salitori hanno sì beneficiato di mezzi artificiali, terreno di ricerca degli anni Sessanta, per raggiungere però le placche nere sommitali con un'arrampicata che era in anticipo sui tempi di almeno dieci anni.
In un traverso fatto esclusivamente di equilibrio, immagino Biasin che è passato con gli scarponi e con uno zaino pieno del necessario ai cinque giorni ipotizzati per l'apertura della via.
Infine, la parte alta si appoggia un pochino prima di prepararsi all'impennata finale (la caratteristica calotta). In questa zona Biasin ha consumato il suo ultimo bivacco, seduto su un'assicella e l'amaca messa come schienale; si sa che ha parlato con Scalet del suo passato e dei suoi programmi futuri, poi si sono addormentati.
La parte terminale della via è caratterizzata da una fessura gialla e sana, all'inizio verticale, poi strapiombante fino ad incunearsi sotto la pancia nera della calotta. In questo punto faccio sosta in un posto molto scomodo e precario.
Il tratto superiore, soli 15 metri, consiste nel superare la pancia e qui di comune accordo, Scalet e Biasin, decisero di usare il punteruolo per ‘bucare la parete’ visto che non esisteva alcuna possibilità di progressione. Dopo questa quindicina di metri la salita non presenta difficoltà e rapidamente si giunge in vetta, dove ci si dà la solita e significativa stretta di mano.  
Scattato qualche foto, cominciamo la discesa: alcune corde doppie, dei tratti d'arrampicata, fino all'ultima calata che porta al sentiero. Un'altra stretta di mano al compagno nel senso che la via ora è veramente finita. E nel momento in cui, dopo aver messo un po' d'ordine al materiale, prendiamo la direzione del Rifugio, mi passa per la testa un triste pensiero: e se Biasin fosse sceso da questa parte e non dal Sentiero dei Cacciatori...2

Al ritorno ero contento della via, ma solo in auto - dopo essermi liberato con un profondo sospiro da un nodo alla gola - provai una grande gioia interiore per aver sentito Giancarlo così vicino.

 

Settembre 1993

Arturo Castagna

 

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N.d.r.

1 L'autore, veronese come Biasin, appartiene alla Sezione del C.A.I. di San Bonifacio, ex Sottosezione ‘G. Biasin’.

2 Il forte alpinista nativo d'Illasi, Giancarlo Biasin, morì il 3 agosto 1964 scivolando dall'ultima balza del Sentiero dei Cacciatori, ripida ed esposta traccia che si alza sopra la Val Pradidali. Aveva appena concluso una delle più difficili salite dolomitiche dell'epoca, accompagnando Samuele Scalet al suo ennesimo tentativo. Samuele trovò in Giancarlo il giusto e leale compagno (Biasin, contrariamente alle sue abitudini, fece da secondo di cordata) per la soluzione finale.

 

 

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE

GABRIELE FRANCESCHINI, Catena Centrale delle PALE DI S.MARTINO - Arrampicate ed Escursioni, Cortina 1979, p. 224-5.

LUDOVICO CAPPELLARI - RENZO TIMILLERO, Pale di S. Martino - VAL CANALI - Arrampicate ed Escursioni, Cortina 1978, p. 57-9.

LUCIANO MARISALDI - BEPI PELLEGRINON, Pale di San Martino, Bologna 1993, pag. 277-8

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