Stavo
sognando, uno dei tanti che avevo fatto durante una notte tesa e trascorsa nel
dormiveglia al Rifugio ‘Velo della Madonna’, quando sentii il beep
dell'orologio di Fabrizio, mio compagno di cordata.
Erano le 5 del mattino del 14 agosto e mi accingevo a ripetere la via
Biasin al Sass Maòr, ultima salita di Giancarlo Biasin.
Ci tenevo molto a questa ripetizione, per motivi non solo tecnici e
alpinistici, ma anche di carattere umano. Ero convinto di conoscere più
da vicino Giancarlo percorrendo i suoi ultimi passi e sentivo quasi un
dovere rendergli omaggio1.
Sapevo che si trattava di un itinerario duro, non a caso nel 1990
contava solo 17 ripetizioni e tutte d'alpinisti di punta.
Mi
ero perciò preparato con metodo, scegliendo le vie in modo da
raggiungere un elevato stato di forma fisica e psicologica. Nell'anno in
corso avevo ripetuto salite molto esposte, strapiombanti e tecnicamente
molto difficili, come l'Hasse-Brandler alla Grande di Lavaredo. Avevo
inoltre raccolto molte informazioni dalla letteratura sulla parete Sud-est
del Sass Maòr, in particolare sulla via Biasin, però nessuna relazione
era precisa e dettagliata come per le grandi classiche. Mi ero costruito
sia mentalmente sia graficamente lo schizzo della salita e per analogia
vedevo tutti i passaggi come in un filmato. Mi era successo di sognare
più volte il diedro giallo, friabile e strapiombante dove Scalet nel '61
decise di tornare indietro tanto era impressionante.
Così il beep giungeva quasi come un senso liberatorio. Dopo
tanta attesa e qualche apprensione era arrivato il momento giusto.
Ci
alziamo, facciamo una veloce colazione, prepariamo il materiale e poi
via verso la forcella della Stanga che porta al Sentiero dei Cacciatori.
Si vedono le prime luci, il tempo è buono e così pure il morale.
Al sentiero seguono le prime rampe (in comune con la Solleder), che si
percorrono slegati fino all'attacco della via. I primi trecento metri
non presentano grosse difficoltà, 4°+ con qualche passo di 5°.
In questo tratto vedo molti cordini da ‘doppia’, segno evidente di
tentativi non andati a buon fine.
Casualmente
lo stesso giorno ripetono la via una cordata di vicentini, e uno di
questi è Piero Radin, il compagno di Renato Casarotto in tante salite.
Guardo spesso la parte alta, voglio rendermi conto il più rapidamente
possibile dell'esposizione, del tipo di roccia.
Finalmente, dopo sette tiri di corda arriviamo all'inizio delle vere
difficoltà, terreno di tanti tentativi negli anni Sessanta per vincere
direttamente l'ambita parete Sud-est.
Il primo tiro è una fessura gialla e friabile, a volte marcia, che porta
ad una sosta, sotto i grandi tetti gialli vicino al ‘diedro’.
Il diedro è bello, friabile all'inizio, ma poi discretamente compatto;
dopo 25 metri raggiungo la sosta su una cengetta alla sua destra.
Scalet
e Biasin impiegarono un pomeriggio per attrezzare il diedro che poi si
rivelò il tratto chiave dell'intera salita.
In sosta, il primo pensiero che faccio è quello di osservare se essa è
‘accogliente’: qui Giancarlo ha fatto il primo bivacco e la sua
penultima notte.
La via prosegue quindi rientrando per qualche metro nel diedro per poi
spostarsi orizzontalmente fino ad uscire sul filo dello spigolo.
L'idea
di questa deviazione è stata di Biasin poiché Scalet era orientato a
proseguire nel diedro con probabile fallimento dell'impresa.
Nel
percorrere il traverso capisco l'intuito alpinistico di questo
personaggio: egli ha voluto raggiungere le placche nere dal punto più
vulnerabile del diedro.
Le placche hanno passaggi molto difficili, alternati da altri di minore
impegno e così arriviamo al famoso tetto nero che tante volte ho
immaginato a forma di tetto, quando in realtà è una ‘pancia’ che
per superarla necessita di un traverso, prima a destra e poi in senso
inverso.
In questo tratto constato quanto sia moderna la via; i primi salitori
hanno sì beneficiato di mezzi artificiali, terreno di ricerca degli
anni Sessanta, per raggiungere però le placche nere sommitali con
un'arrampicata che era in anticipo sui tempi di almeno dieci anni.
In un traverso fatto esclusivamente di equilibrio, immagino Biasin che
è passato con gli scarponi e con uno zaino pieno del necessario ai cinque giorni ipotizzati
per l'apertura della via.
Infine, la parte alta si appoggia un pochino prima di prepararsi
all'impennata finale (la caratteristica calotta). In questa zona Biasin
ha consumato il suo ultimo bivacco, seduto su un'assicella e l'amaca
messa come schienale; si sa che ha parlato con Scalet del suo passato e
dei suoi programmi futuri, poi si sono addormentati.
La parte terminale della via è caratterizzata da una fessura gialla e
sana, all'inizio verticale, poi strapiombante fino ad incunearsi sotto
la pancia nera della calotta. In questo punto faccio sosta in un posto
molto scomodo e precario.
Il
tratto superiore, soli 15 metri, consiste nel superare la pancia e qui
di comune accordo, Scalet e Biasin, decisero di usare il punteruolo per
‘bucare la parete’ visto che non esisteva alcuna possibilità di
progressione.
Dopo
questa quindicina di metri la salita non presenta difficoltà e
rapidamente si giunge in vetta, dove ci si dà la solita e significativa
stretta di mano.
Scattato
qualche foto, cominciamo la discesa: alcune corde doppie, dei tratti
d'arrampicata, fino all'ultima calata che porta al sentiero. Un'altra
stretta di mano al compagno nel senso che la via ora è veramente
finita. E nel momento in cui, dopo aver messo un po' d'ordine al
materiale, prendiamo la direzione del Rifugio, mi passa per la testa un
triste pensiero: e se Biasin fosse sceso da questa parte e non dal
Sentiero dei Cacciatori...2
Al
ritorno ero contento della via, ma solo in auto - dopo essermi liberato
con un profondo sospiro da un nodo alla gola - provai una grande gioia
interiore per aver sentito Giancarlo così vicino.