Avventure sullo Spiz di Lagunàz

 

di Leri Zilio

 

Terza Pala di San Lucano, Spiz di Lagunàz, versante sudovest: 9^ ripetizione del Diedro Casarotto-Radin.

 

La valle di San lucano, con le sue alte muraglie, i ‘boràl’ ed i ‘vioz’, è l'ambiente ideale per coniugare alpinismo ed avventura. Quasi tutti gli itinerari sono circondati da un alone di mistero, e tra zoccoli infiniti e labirintici ritorni, si consumano suole e bivacchi prima che una vetta si lasci calpestare.
Il sogno mio e di Gianrino Gottardo era da tempo il diedro Casarotto-Radin sullo Spiz di Lagunàz. L'avevamo corteggiato come ossessi per un paio d'anni e sempre ne eravamo stati respinti. Dopo innumerevoli sopralluoghi avevamo osato attaccare d'inverno e come polli audaci ma maldestri avevamo ripiegato dopo due freddissimi bivacchi, tra i rebus e gli enigmi della repellente parete sud.
Accantonati gli eroismi alla Rusconi e preso nuovamente atto del nostro ruolo di semplici operai delle crode, avevamo così optato per i climi più umani dell'estate.
Lo zoccolo ormai non aveva più segreti. Questo affascinante salto di cinquecento metri è già una ‘via’ per suo conto. E' un susseguirsi continuo di paretine rocciose, cenge, placche inclinate che, con miracolosi tornanti, portano sotto la selvaggia parete.

La volta buona sembrava proprio del giugno di quest'anno. Dopo le tre ore di zoccolo avevamo attaccato baldanzosi la parete, e lenti ma inesorabili avevamo proseguito tra diedri, strapiombi gialli e tetti, fino al fatidico punto chiave. Una liscia placca dove l'immenso Casarotto, non si sa con che miracoloso equilibrio, aveva piantato un chiodone artigianale in un foro naturale. Si parlava molto di questo chiodo. Di come bisognasse lanciare un cordino per acchiapparlo e poi pendolarci sopra, della delicatezza del passaggio e di come questo fosse la chiave per entrare nella parete ovest ai piedi del gran diedro.
Quando Gianrino riuscì a passare ed io raggiunsi la sosta, ci sentivamo il mondo in mano. Il più era fatto, ci dicevamo, ma intanto nuvoloni neri ci avvolgevano ed una pioggerella minuta cominciava a cadere. Il diedro era tutt'altro che facile. Liscio, slavato, bagnato. I posti buoni da bivacco erano prima del traverso e così dovemmo accontentarci di una nicchia sopra una frana. Scomodissimi, in piedi, quasi appesi ai chiodi, con l'instabilità tutto intorno. Poi in piena notte un movimento per cercare la giusta posizione, una leva con i piedi, chi lo sa come ma quasi tutto il terrazzino franò sotto di noi, giù nel buio più totale nell'immenso ‘boràl’ e con un frastuono da tregenda. Attimi di terrore, le mani tremanti a cercare la pila, il controllo dei chiodi, la posizione ancora più scomoda e la pioggia che continuava a cadere.
Al mattino era nevischio e non ci fu bisogno di parlare per iniziare le doppie. Ritorno epico, nella nebbia più totale, tra pendoli e doppie nel vuoto, bagnati fradici, con il miraggio della valle, di una birra, di un po' di tregua.

Dopo un mese eravamo ancora lì, più testardi ed operai che mai. Molto più veloci, con le soste già attrezzate (da noi), avevamo salito già un buon terzo di parete quando decidemmo di fermarci per la notte. Il posto era minuscolo, ma si riusciva a stare seduti. Eravamo già nei sacchi da bivacco quando sperammo che un brontolio lontano fosse un aereo di passaggio. Cinque minuti dopo scoppiava il temporale, e mentre pensavamo alla trappola in cui ci eravamo cacciati, fummo investiti da una cascata d'acqua torrenziale che ci impediva vista e parola. Cominciarono a rotolare anche i sassi, battevano sopra di noi e scomparivano giù nel ‘boràl’. Restammo così in piedi per più di un'ora, fermi immobili, disperatamente attaccati ai chiodi finché finalmente la pioggia cessò. Eravamo fradici, stralunati, ubriachi. Il peggio era passato, e Dio solo sa come, passò anche la notte. Il giorno dopo pioveva nuovamente e sapendo che mancavano solo sette o otto tiri alla fine delle difficoltà, ci alzammo di altri cinquanta metri. Ma la roccia era bagnata e noi ancora di più. Ci piangeva il cuore tornare. La vetta così vicina e tutte quelle doppie da fare ed il traverso nel chiodo, consapevoli ormai, lucidamente consapevoli, che era infisso per soli due centimetri in un foro cieco e che un movimento sbagliato lo avrebbe tolto. Era rimasto nelle mie mani quando all'andata, quasi per scherzo, avevo provato a toglierlo. Non credevo ai miei occhi. Avevamo pendolato, fatto di tutto, su di un'asta infilata in buco di soli due centimetri! Nelle mie mani bruciava come ferro rovente.
Ancora una volta ripiegammo sconfitti.

A fine settembre ripartii con Stefano Rossi, un compagno forte e leale quanto Gianrino, il mio grande amico che con tristezza aveva ormai considerata chiusa ‘quella sua partita’.
Anche Stefano rimase affascinato dalla salita e dall'ambiente. Pure lui provava un timore reverenziale per posti così selvaggi ed inospitali. Ed io dovetti ancora una volta rendermi conto quanto duro fosse l'osso che volevo rosicchiare. In un passaggio ostico sfilai maldestramente il chiodo al quale mi ero attaccato facendo così un brutto volo e rimediando una maledetta botta al fondoschiena che mi rese le molte ore successive un vero tormento.
Bivaccammo nel diedro, naturalmente avvolti nelle nuvole. Ma il sole del giorno dopo rinvigorì gli animi e così potemmo affrontare al meglio l'immenso libro aperto. Pareti ai lati di quaranta, cinquanta metri, una fessura slavata al centro, tutta una serie di tetti e strapiombi da superare e l'immensa voragine sotto di noi. Alle tre del pomeriggio urlammo di gioia sulla cima dello Spiz, padroni assoluti delle Pale di San Lucano. Ma non era finita perché ci aspettava una discesa lunga e complessa. Giù dallo Spiz fra doppie e arrampicata e poi su a beccare il canale giusto per risalire sulla Torre di Lagunàz e quindi ennesime aeree doppie per ridiscendere all'intaglio con il Monte San Lucano. Avevo già fatto quella discesa e giustamente la temevo sapendo che non ci avrebbe risparmiato sudore e bestemmie.
Quando risalimmo sul monte San Lucano era ormai buio, e così decidemmo di bivaccare lì sull'erba, sotto un cielo freddo e stellato. La mia felicità era incompleta. Mancava Gianrino, quella cima era anche sua. Le fatiche e i rischi corsi assieme, le notti insonni passate sui posti più scomodi, quella nostra etilica intesa, la fiducia reciproca. Questi pensieri, ed altri, ma anche la vicina, serena presenza di un forte compagno come Stefano.
Il giorno dopo altre tre doppie e poi giù lungo il sentiero, sghembi, storti, zoppicanti ma felici come scolaretti appena usciti da scuola.

 

Novembre 1997

Leri Zilio

 

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE

GINO BUSCAINI - SILVIA METZELTIN, Le Dolomiti Occidentali - Le 100 più belle ascensioni ed escursioni, Bologna 1988, pp. 238-239.

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