Avventure sullo Spiz di Lagunàz
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di Leri Zilio | |
Terza Pala di San Lucano, Spiz di Lagunàz, versante sudovest: 9^ ripetizione del Diedro Casarotto-Radin.
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La valle di San lucano, con le sue alte
muraglie, i ‘boràl’ ed i ‘vioz’, è l'ambiente ideale per
coniugare alpinismo ed avventura. Quasi tutti gli itinerari sono
circondati da un alone di mistero, e tra zoccoli infiniti e labirintici
ritorni, si consumano suole e bivacchi prima che una vetta si lasci
calpestare. La volta buona sembrava proprio del
giugno di quest'anno. Dopo le tre ore di zoccolo avevamo attaccato
baldanzosi la parete, e lenti ma inesorabili avevamo proseguito tra
diedri, strapiombi gialli e tetti, fino al fatidico punto chiave. Una
liscia placca dove l'immenso Casarotto, non si sa con che miracoloso
equilibrio, aveva piantato un chiodone artigianale in un foro naturale.
Si parlava molto di questo chiodo. Di come bisognasse lanciare un
cordino per acchiapparlo e poi pendolarci sopra, della delicatezza del
passaggio e di come questo fosse la chiave per entrare nella parete
ovest ai piedi del gran diedro. Dopo
un mese eravamo ancora lì, più testardi ed operai che mai. Molto più
veloci, con le soste già attrezzate (da noi), avevamo salito già un
buon terzo di parete quando decidemmo di fermarci per la notte. Il posto
era minuscolo, ma si riusciva a stare seduti. Eravamo già nei sacchi da
bivacco quando sperammo che un brontolio lontano fosse un aereo di
passaggio. Cinque minuti dopo scoppiava il temporale, e mentre pensavamo
alla trappola in cui ci eravamo cacciati, fummo investiti da una cascata
d'acqua torrenziale che ci impediva vista e parola. Cominciarono a
rotolare anche i sassi, battevano sopra di noi e scomparivano giù nel
‘boràl’. Restammo così in piedi per più di un'ora, fermi
immobili, disperatamente attaccati ai chiodi finché finalmente la
pioggia cessò. Eravamo fradici, stralunati, ubriachi. Il peggio era
passato, e Dio solo sa come, passò anche la notte. Il giorno dopo
pioveva nuovamente e sapendo che mancavano solo sette o otto tiri alla
fine delle difficoltà, ci alzammo di altri cinquanta metri. Ma la
roccia era bagnata e noi ancora di più. Ci piangeva il cuore tornare.
La vetta così vicina e tutte quelle doppie da fare ed il traverso nel
chiodo, consapevoli ormai, lucidamente consapevoli, che era infisso per
soli due centimetri in un foro cieco e che un movimento sbagliato lo
avrebbe tolto. Era rimasto nelle mie mani quando all'andata, quasi per
scherzo, avevo provato a toglierlo. Non credevo ai miei occhi. Avevamo
pendolato, fatto di tutto, su di un'asta infilata in buco di soli due
centimetri! Nelle mie mani bruciava come ferro rovente. A
fine settembre ripartii con Stefano Rossi, un compagno forte e leale
quanto Gianrino, il mio grande amico che con tristezza aveva ormai
considerata chiusa ‘quella sua partita’.
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Novembre 1997 | |
Leri Zilio
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BIBLIOGRAFIA ESSENZIALEGINO BUSCAINI - SILVIA METZELTIN, Le Dolomiti Occidentali - Le 100 più belle ascensioni ed escursioni, Bologna 1988, pp. 238-239. ----------------------------------------------------------------------------------------------------
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