Atacama ‘99 Note di due viaggiatori
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di Giancarlo Zella e Giuliano Bressan | |
Ande Centrali, Cime dell'Atacama, Licancabùr e Ojos del Salado: note di due viaggiatori affascinati dalle desertiche montagne dell'Atacama, arido altipiano ai confini tra Cile e Bolivia dove si elevano i più alti vulcani della terra.
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Gli ultimi giorni di questo novembre
di fine secolo mi hanno
visto itinerante, col mio gruppo, nella regione dell'Atacama. Per
valide salite e interessanti escursioni San Pedro de Atacama
è base ideale di partenza, anche se non l'unica. Questa piccola
cittadina esiste grazie ad un'oasi naturale,
localizzata in un vasto altipiano
ospitante il Gran Salar de
Atacama, che con un'estensione
di circa 3.000 chilometri quadrati è il secondo del Sud America. La
catena andina che fa da cornice a San
Pedro è dominata dalla mole del
Licancabùr, un vulcano
spento dalla regolare forma classica troncoconica. Attrae subito l'occhio, sia per l'eleganza della
sua forma che per la sua altezza. La geografia cilena lo fa salire sino
a più di 5.900 metri e un alpinista non
può sottrarsi al suo lineare fascino. Per salirlo non occorre essere
dei bravi arrampicatori, ma disporre
di buoni polmoni e di gambe allenate magari sulle cime minori di cui...
- da
queste parti - c'è solo l'imbarazzo della scelta. L'Ojos
del Salado è la più elevata cima dell'Atacama e con i suoi 6.893
metri è indicata come la seconda delle Ande e di conseguenza delle
Americhe, nonché come il vulcano attivo più alto della terra. La via cilena di salita prevede un lungo avvicinamento di più
giorni, partendo dalla moderna città mineraria di Copiapò, a sud
della regione d'Atacama e a 600
chilometri da Santiago. Sono necessari i fuoristrada per percorrere i
circa 250 chilometri di strada sterrata, direzione verso oriente, che
salgono dai 300 metri di Copiapò ai 4.500 della Laguna Verde: un luogo
di stupefacente, cruda bellezza, fuori del mondo nel vero senso della
parola. Giancarlo Zella __________
Il silenzio, fino a quel momento signore
incontrastato all'interno del bivacco Tejos (5.700 metri), è
bruscamente interrotto dal suono prodotto delle sveglie dei vari orologi
elettronici. Sono le ore 1:00 del 28 novembre e ci prepariamo a salire i
1.200 metri che ci separano dalla vetta dell'Ojos del Salado. All'appello, prima della partenza, Gianni “grillo” da purtroppo forfait; finora sempre in condizioni fisiche più che buone, lamenta questa mattina un forte senso di vertigine, oltre ad una fastidiosissima emicrania. Giancarlo decide di fargli compagnia e di spostare quindi la partenza verso la cima a più tardi, dando per l'ennesima volta prova del suo biblico altruismo. Rimaniamo perciò in tre ad aprire, verso le ore 2:00, dopo una doverosa ma stentata colazione, l'uscio del bivacco; nevica ancora, seppure in maniera lieve, ma quello che c'impressiona, appena usciti, è il vento e il senso di freddo che pervade immediatamente i nostri corpi. Kiki indossa un caldo completo d'alta quota della Millet, ma ciò nonostante accusa subito i morsi del gelo, sia alle mani sia agli arti inferiori, e non procede col suo solito, spedito, passo. Almo è salito su tre ottomila, ha partecipato a dodici spedizioni in Himalaya e a numerose altre in quasi tutti i continenti del nostro stupendo pianeta e dispone conseguentemente di un enorme bagaglio d'esperienza; il freddo però, anche se non uguale per tutti, è oggi incontrastato padrone costringendo anche il motore del buon Almo, già imballato da dolorosi problemi di stomaco, a girare a basso regime. Saliamo,
più o meno distanziati, superando un dislivello di circa 300-350 metri;
nel frattempo ha smesso di nevicare e un numero incredibile di stelle
illumina il terreno circostante con luce spettrale. Il vento ed il
freddo continuano però nella loro opera esaurendo la sopportazione
della stoica Kiki; poco dopo anche Almo, sempre più alle prese con i dolori
allo stomaco, si trova costretto alla resa. Quanto a me, a parte il gran
freddo, sto bene e le gambe girano a meraviglia; segue un breve
conciliabolo a tre e, seppure un poco a malincuore, decido di continuare
la salita. Dopo aver ascoltato attentamente le raccomandazioni di Almo,
accettato molto volentieri le sue muffole di lana, il forte scambio di
una stretta di mano, l'augurio e l'abbraccio della Kiki dividono le
nostre strade; nella notte, ancora fonda, due luci s'incamminano così
verso il bivacco, mentre un'altra riprende a lottare con il vento ed il
freddo in direzione della cima. Decido
di salire, dopo aver calzato i ramponi, lungo un ripido scivolo di neve,
assai dura. La scelta mi permette di guadagnare quota rapidamente e
senza eccessiva fatica; alla mia sinistra la luce alogena della frontale
illumina la traccia della via normale che si snoda lungo un erto pendio
di finissima ghiaia e sabbia vulcanica. Penso alla gran fatica che il
pendio nevoso mi permette di risparmiare anche se la progressione m'impone
una certa concentrazione; dispongo infatti solo di
bastoncini da sci ed un'eventuale scivolata potrebbe rivelarsi
estremamente pericolosa; pongo perciò molta attenzione nella
progressione aggirando i tratti più ripidi e salendo frontalmente solo
dove la pendenza lo permette. Comincia
ad albeggiare; anche in quest'emisfero le ore che precedono il sorgere
del sole sono le più fredde e le dita delle mani e dei piedi sono le
prime ad avvertire l'ulteriore abbassamento della temperatura. La
sensibilità e la mobilità degli arti, già ridottasi nelle ore
precedenti, scema pressoché totalmente; solo a fatica riesco a muovere
le dita dentro agli scarponi, mentre le mani sono per metà insensibili
e dure come pezzi di ghiaccio. Quanto al corpo, pur protetto da un
abbigliamento d'alta quota, avverto come un senso di gelo che penetra
lentamente ma continuamente in ogni singola fibra. Non posso certo
annoverare nel mio carnet il numero di bivacchi effettuati dal mitico
Armando Aste, invernali estreme tipo la leggendaria via dei “Colibri”
alla Nord della Cima Grande di Lavaredo o altri exploit di tipo ‘glaciale’;
frequento però la montagna
in ogni stagione, spesso anche in condizioni atmosferiche avverse, ma ciò
nonostante è la prima volta che mi trovo in una situazione come questa.
Provo a riscaldarmi bevendo del the, mantenuto ancora ben caldo dal thermos, ma il tepore che inizialmente mi pervade dura solamente
pochi minuti. L'orologio segna le 5:30 quando raggiungo la prima spalla
posta a 6.400 metri, quota
confermata, decina di metri in più o in meno, anche dal mio altimetro.
Purtroppo lo scivolo di neve, che fin qui mi ha permesso di
progredire con un buon ritmo, termina sulla spalla lasciando il posto a
polverosi e faticosi pendii detritici. Mentre
tento di rosicchiare una barretta energetica che reputo tenera, perché
estratta dalla tasca interna del duvet, ma che il freddo ha invece
ugualmente reso più dura del ferro, sorge un pallido sole che presto inonda
di luce il panorama circostante. Sono contento di trovarmi qui in questo
fantastico momento; il sorgere del sole ha sempre rappresentato nel mio
alpinismo quell'attimo magico in cui percepisco totalmente l'atmosfera
che solo la natura integra sa emanare. In questi istanti perfetti l'ansia,
i disagi, i sacrifici e la fatica lasciano il posto a immagini di un
mondo, fortunatamente non ancora perduto, in cui anche noi, abitanti dei
paesi industrializzati, troviamo le radici e la misura della nostra
natura di uomini. Dopo
aver scattato diverse fotografie, inizio a risalire in diagonale il
lungo pendio che porta al bordo del cratere. La temperatura esterna si
è un po' alzata mentre quella del mio corpo non tende minimamente ad
aumentare; mi preoccupa soprattutto l'insensibilità alle dita dei piedi
e delle mani che cerco dolorosamente di tenere in movimento. Procedo
molto lentamente, un passo su e due giù, come succede lungo i nostri
dolomitici ghiaioni e la memoria non può che ritornare forzatamente
alla settimana prima quando, assieme ad Anna, risalivo faticosamente l'erta
canaleta che portava alla sommità del Licancabùr. Faceva
decisamente freddo anche in quella giornata, grazie all'opera dell'onnipresente
vento e nonostante la quota fosse più bassa di 500 metri circa, ma la
temperatura, rispetto all'attuale, poteva essere definita
tranquillamente ‘torrida’; inoltre i nostri arti non avevano mai
avvertito il benché minimo sintomo di insensibilità. Sono
le 6:30 quando controllando l'altimetro leggo che mi trovo a quota 6.480
metri; in un'ora ho guadagnato solo 80 metri. Procedo a
mio avviso troppo lentamente; provo perciò a calcolare il tempo
che ipoteticamente mi separa dalla vulcanica sommità e quello
necessario per la discesa; inoltre
valuto, con realismo e spirito di responsabilità, sia le condizioni
fisiche sia lo status da ‘solitario’ e la conseguente impossibilità
di qualsiasi aiuto in caso di necessità. Calcoli e valutazioni frullano
velocemente nella mia mente portandomi ad una drastica decisione: devo
scendere. Sono consapevole di avere fatto la scelta più giusta e non
provo tristezza; nel mio animo c'è
solo il rammarico per una resa
causata non dal classico ‘mal di quota’, cosa da considerare sempre
piuttosto probabile, in particolare modo su salite di questo tipo, ma
bensì dalle ‘sfigate’ condizioni ambientali della giornata. Un
ultimo sguardo alle nuvole che veloci corrono sulla sommità dell'Ojos
ed inizio la discesa. Ritornato alla spalla mi porto
nuovamente sul ripido pendio nevoso e i ramponi ricominciano a
mordere la dura neve permettendomi di perdere quota assai rapidamente.
Verso le ore 8:00 scorgo una macchia rossa che esce dal bivacco Tejos e
comincia a salire nella mia direzione. Poco dopo riconosco in lontananza
la familiare sagoma di Giancarlo che generosamente mi viene incontro;
sono le 8:30 quando rientriamo al bivacco. Kiki, Almo e Gianni hanno
tempestivamente preparato del the caldo e ci accolgono premurosamente:
una stretta di mano, uno sguardo e poche parole sono sufficienti
per esternare ciò che ognuno prova dentro di sé. Giuliano Bressan __________ Al trekking alpinistico che si è svolto dal 15 novembre al 5 dicembre ‘99 hanno partecipato: Gianni e Sandro Bavaresco, Anna e Giuliano Bressan, Kiki Happacher-Kiniger, Giancarlo Zella (Sezione Cai Padova); Fiorenza Dantone e Almo Giambisi (Sat Trento); Petronilla Olivato (Sezione Cai Rovigo); Marta Silbernagl (Sezione Cai Bolzano). Sono state salite dai vari partecipanti a
quest'interessante e bell'esperienza le seguenti cime: S. Pedro e
Paulo - 5.050 m;
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Gennaio 2000 | |
Giancarlo Zella - Giuliano Bressan
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BIBLIOGRAFIA ESSENZIALEJOHN BIGGAR, The High Andes - A guide for climbers, Castle Douglas 1996 (edizione aggiornata e riveduta: The Andes - A guide for climbers, 1999). SHANAKA L. DE SILVA - PETER W. FRANCIS, Volcanoes of the Central Andes, New York 1991. GIANCARLO ZELLA - GIULIANO BRESSAN, Atacama ‘99, in Notiziario del Club Alpino Italiano Sezione di Padova, N°1 - 2000. ----------------------------------------------------------------------------------------------------
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