“No
no, dai retta a me! Anche se più a valle c'è un comodo sentiero, è
sempre meglio non perdere quota e tagliare sotto la parete, così ci
troveremo all'attacco senza dovere risalire”.
Nereo non è convintissimo del mio ragionamento ma evidentemente devo
avere un'aria molto sicura perché si fa a modo mio.
Lui è reduce da una difficile via di Comici:
la Nord del Salame al Sassolungo, io sono reduce da 450
chilometri in autostrada con code di traffico da esodo biblico e
temperature africane.
Ci siamo ritrovati alle sei di un ‘troppo radioso’ mattino di luglio
al Passo Gardena e tagliare il pendio, costeggiando lungamente la parete
Sud del Sass da Ciampac', per arrivare al punto d'inizio della via Adang è
il mio piano, così mi inoltro tra i mughi inizialmente non troppo
fitti, seguendo tracce che giudico evidentissime a conforto della mia
scelta.
Dopo non molto i mughi assumono altezze preoccupanti, tanto che non è
più possibile camminare sul terreno, adesso saltelliamo di ramo in ramo
come due fringuelli; il mio ‘frullo d'ala’ impedito però dallo
zaino, perde di colpo portanza aerodinamica e così frano in maniera
rovinosa fra l'intrico dei rami. Mi ci vuole un po' per riordinare gli arti sparsi in maniera
disarmonica, sono indeciso fra la risata ed il pianto a dirotto, alla
fine propendo per un dignitoso quanto sommesso mugolio di dolore e
bevendo senza risparmio dalla borraccia, concordo con Nereo che forse è
meglio usare il sentiero.
Abbiamo
perso come minimo un'ora per poche centinaia di metri e il sole adesso
picchia in maniera decisa.
Per una stretta ed esposta cengia erbosa giungiamo finalmente all'attacco,
dove troviamo impegnata una cordata di tedeschi: il primo si è già
alzato di qualche metro e noi ci sediamo in attesa del nostro turno.
Avendo trovato altra gente sulla via, non ci preoccupiamo minimamente di
identificare con certezza l'attacco: è evidente che deve essere proprio
lì.
Il capo cordata teutonico è sparito alla fine di una fessura arcuata,
ma da parecchio tempo la corda non si muove; noi siamo pronti già da un
po' così cominciamo a fare pressione psicologica sul secondo tedesco:
lo fissiamo poco amichevoli e con insistenza.
Lui deve sentirsi subito a disagio perché comincia a chiamare il
compagno prima timidamente con un ‘Pit’, poi visto che non risponde
insiste ancora ‘Piit’. Nessuna risposta ed inoltre la corda non dà
segni di vita.
Gli indirizziamo sguardi sempre più torvi, passa il tempo e l'atmosfera
sulla cengia si è fatta pesante nonostante l'idilliaco paesaggio.
L'alpinista tedesco adesso ripete i richiami incrementando via via il
numero delle ‘i’, alla fine il richiamo risulta essere una serie
lamentosa ed interminabile di ‘Piiiiiit’.
Pit
deve essere un uomo di carattere, perché non risponderà mai!
Finalmente con uno strattone alla corda ed una frase, per me
incomprensibile, comunica al compagno che può partire: questo si volge
verso di noi con un radioso sorriso di evidente sollievo e parte. Nel
frattempo (sono le 10 del mattino) un sole feroce ci inchioda contro la
parete, una ‘sud piena’, io ho praticamente già finito l'acqua e mi
aspetta ancora una via di 500 metri. Parte Nereo, anche lui sparisce
alla fine della fessura arcuata e, scena già vista, si ferma
inspiegabilmente la corda. Aspetto un po' e mi viene voglia di chiamare
‘Piiiiiiit’, ma Nereo poco dopo mi grida: “Stefano, vieni su
leggero!”; ripasso mentalmente tutti i comandi che disciplinano il
procedere di una cordata ma ‘vieni su leggero’ non mi risulta da
nessuna parte.
Per sicurezza gli ubbidisco e salgo con passo felpato. Alla fine della
fessura arcuata mi si para davanti una parete mooolto articolata,
nel senso pieno del termine, e cioè tutto si muove e in tutte le
direzioni; mentalmente mi complimento con Pit e Nereo per essere
riusciti a passare in un simile posto e senza nessuna protezione vista
la friabilità della roccia. Il mio compagno è appollaiato dietro un
pilastrino pericolosamente in bilico che assomiglia più ad un ometto
segnavia e per giunta la sosta è costituita da una fettuccia girata
attorno a quei sassi malamente affastellati.
Adesso comprendo il silenzio di Pit ed il ‘vieni su leggero!’: alla
mia destra la cordata di tedeschi ha già preso la corretta via, non mi
resta che imitarli e senza nemmeno raggiungere Nereo comincio a
traversare osservato con apprensione dal tedesco che evidentemente si
sente un po' responsabile di averci portati fuori strada, anche se la
colpa è solo nostra.
L'insidioso traverso termina su di una solida placca dove con due chiodi
attrezzo la sosta e ci riportiamo così sul percorso originale.
Il
resto della giornata è un piacevole (?) susseguirsi di bei passaggi su
roccia ottima, il colore del cielo è blu intenso mentre quello del mio
viso, a parere di Nereo, comincia a virare dal rosso al fucsia, con l'aggiunta
di eleganti sfumature violacee.
La borraccia da un pezzo penzola inutilmente vuota, ho la lingua ‘glossa’
(il termine esatto sarebbe ‘grossa’ ma dall'arsura non riesco più a
pronunciare la lettera ‘r’), impietositosi l'amico mi offre una
caramella alla menta che immediatamente mi si attacca come carta
moschicida al palato polveroso: fatico a liberarmene.
In
vetta ci concediamo riposo, qualche foto e niente acqua. Il sentiero di
ritorno, nonostante la sua semplicità è molto lungo, ed il mio viso ha
perso le sue belle tinte variegate da pesce tropicale che aveva questa
mattina, ora si è stabilizzato sul colore tipico dei tramonti
infuocati, delle cartoline che i turisti comprano nella tabaccheria di
Canazei; un paio di occhi iniettati di sangue completano il quadro.
In queste condizioni irrompiamo nel bar sulla strada del Passo Gardena.
Da ore l'argomento di discussione verteva sulla qualità e quantità
di quello che avremmo bevuto una volta giunti al Passo. Nonostante il
tormento della sete però io sostenevo che mai e poi mai mi sarei
adattato ad un rinomato reintegratone salino al gusto d'arancio:
“Proprio non lo reggo!”.
Sarebbe persino superfluo raccontarlo, ma al bar naturalmente dispongono
solamente di quel gusto: il primo mezzo litro di bevanda mi evapora
letteralmente in gola senza che io ne avverta minimamente il sapore, il
secondo riporta la mia sete a livelli accettabili, il terzo finalmente
ripristina tutti i parametri psico-fisici e solo allora mi accorgo che
gli avventori, tranquille famigliole, ci guardano attoniti e silenziosi.
Abbozzo un sorriso amichevole al più vicino, mi risponde timidamente ed
un po' preoccupato.
Il mio aspetto non deve essere rassicurante,
senza il casco il viso appare tutto reticolato; nelle zone protette dal
sole dalle fettucce del sottogola, praticamente sembro una triglia ai
ferri. E se la freschezza del pesce si giudica dallo stato dell'occhio,
io puzzo decisamente.
La
sera, in appartamento, mia moglie e mia figlia stentano a riconoscermi. Dopo il bagnetto mi mettono a letto con una febbre a 40 gradi dovuta
agli effetti di un colpo di calore. Io esagero un po' così sono
coccolato e servito di tutto punto.
Mentre
sorseggio un reintegratone salino, questa volta al limone, con la testa
mollemente appoggiata su morbidi cuscini, guardo la mia immagine
riflessa nello specchio e non posso fare a meno di esclamare: “Ah come
è dura la lotta con l'alpe!”.