Parete Sud!

 

di Stefano Pruccoli

 

Gruppo del Puez-Odle, Sass da Ciampac', Parete Sud: ripetizione "rovente" della via Adang (15 luglio 1998).

 

“No no, dai retta a me! Anche se più a valle c'è un comodo sentiero, è sempre meglio non perdere quota e tagliare sotto la parete, così ci troveremo all'attacco senza dovere risalire”.
Nereo non è convintissimo del mio ragionamento ma evidentemente devo avere un'aria molto sicura perché si fa a modo mio.
Lui è reduce da una difficile via di Comici: la Nord del Salame al Sassolungo, io sono reduce da 450 chilometri in autostrada con code di traffico da esodo biblico e temperature africane.
Ci siamo ritrovati alle sei di un ‘troppo radioso’ mattino di luglio al Passo Gardena e tagliare il pendio, costeggiando lungamente la parete Sud del Sass da Ciampac', per arrivare al punto d'inizio della via Adang è il mio piano, così mi inoltro tra i mughi inizialmente non troppo fitti, seguendo tracce che giudico evidentissime a conforto della mia scelta.
Dopo non molto i mughi assumono altezze preoccupanti, tanto che non è più possibile camminare sul terreno, adesso saltelliamo di ramo in ramo come due fringuelli; il mio ‘frullo d'ala’ impedito però dallo zaino, perde di colpo portanza aerodinamica e così frano in maniera rovinosa fra l'intrico dei rami. Mi ci vuole un po' per riordinare gli arti sparsi in maniera disarmonica, sono indeciso fra la risata ed il pianto a dirotto, alla fine propendo per un dignitoso quanto sommesso mugolio di dolore e bevendo senza risparmio dalla borraccia, concordo con Nereo che forse è meglio usare il sentiero.

Abbiamo perso come minimo un'ora per poche centinaia di metri e il sole adesso picchia in maniera decisa.
Per una stretta ed esposta cengia erbosa giungiamo finalmente all'attacco, dove troviamo impegnata una cordata di tedeschi: il primo si è già alzato di qualche metro e noi ci sediamo in attesa del nostro turno.
Avendo trovato altra gente sulla via, non ci preoccupiamo minimamente di identificare con certezza l'attacco: è evidente che deve essere proprio lì.
Il capo cordata teutonico è sparito alla fine di una fessura arcuata, ma da parecchio tempo la corda non si muove; noi siamo pronti già da un po' così cominciamo a fare pressione psicologica sul secondo tedesco: lo fissiamo poco amichevoli e con insistenza.
Lui deve sentirsi subito a disagio perché comincia a chiamare il compagno prima timidamente con un ‘Pit’, poi visto che non risponde insiste ancora ‘Piit’. Nessuna risposta ed inoltre la corda non dà segni di vita.
Gli indirizziamo sguardi sempre più torvi, passa il tempo e l'atmosfera sulla cengia si è fatta pesante nonostante l'idilliaco paesaggio.
L'alpinista tedesco adesso ripete i richiami incrementando via via il numero delle ‘i’, alla fine il richiamo risulta essere una serie lamentosa ed interminabile di ‘Piiiiiit’.

Pit deve essere un uomo di carattere, perché non risponderà mai! Finalmente con uno strattone alla corda ed una frase, per me incomprensibile, comunica al compagno che può partire: questo si volge verso di noi con un radioso sorriso di evidente sollievo e parte. Nel frattempo (sono le 10 del mattino) un sole feroce ci inchioda contro la parete, una ‘sud piena’, io ho praticamente già finito l'acqua e mi aspetta ancora una via di 500 metri. Parte Nereo, anche lui sparisce alla fine della fessura arcuata e, scena già vista, si ferma inspiegabilmente la corda. Aspetto un po' e mi viene voglia di chiamare ‘Piiiiiiit’, ma Nereo poco dopo mi grida: “Stefano, vieni su leggero!”; ripasso mentalmente tutti i comandi che disciplinano il procedere di una cordata ma ‘vieni su leggero’ non mi risulta da nessuna parte.
Per sicurezza gli ubbidisco e salgo con passo felpato. Alla fine della fessura arcuata mi si para davanti una parete mooolto articolata, nel senso pieno del termine, e cioè tutto si muove e in tutte le direzioni; mentalmente mi complimento con Pit e Nereo per essere riusciti a passare in un simile posto e senza nessuna protezione vista la friabilità della roccia. Il mio compagno è appollaiato dietro un pilastrino pericolosamente in bilico che assomiglia più ad un ometto segnavia e per giunta la sosta è costituita da una fettuccia girata attorno a quei sassi malamente affastellati.
Adesso comprendo il silenzio di Pit ed il ‘vieni su leggero!’: alla mia destra la cordata di tedeschi ha già preso la corretta via, non mi resta che imitarli e senza nemmeno raggiungere Nereo comincio a traversare osservato con apprensione dal tedesco che evidentemente si sente un po' responsabile di averci portati fuori strada, anche se la colpa è solo nostra.
L'insidioso traverso termina su di una solida placca dove con due chiodi attrezzo la sosta e ci riportiamo così sul percorso originale.

Il resto della giornata è un piacevole (?) susseguirsi di bei passaggi su roccia ottima, il colore del cielo è blu intenso mentre quello del mio viso, a parere di Nereo, comincia a virare dal rosso al fucsia, con l'aggiunta di eleganti sfumature violacee.
La borraccia da un pezzo penzola inutilmente vuota, ho la lingua ‘glossa’ (il termine esatto sarebbe ‘grossa’ ma dall'arsura non riesco più a pronunciare la lettera ‘r’), impietositosi l'amico mi offre una caramella alla menta che immediatamente mi si attacca come carta moschicida al palato polveroso: fatico a liberarmene.

In vetta ci concediamo riposo, qualche foto e niente acqua. Il sentiero di ritorno, nonostante la sua semplicità è molto lungo, ed il mio viso ha perso le sue belle tinte variegate da pesce tropicale che aveva questa mattina, ora si è stabilizzato sul colore tipico dei tramonti infuocati, delle cartoline che i turisti comprano nella tabaccheria di Canazei; un paio di occhi iniettati di sangue completano il quadro.
In queste condizioni irrompiamo nel bar sulla strada del Passo Gardena.
Da ore l'argomento di discussione verteva sulla qualità e quantità di quello che avremmo bevuto una volta giunti al Passo. Nonostante il tormento della sete però io sostenevo che mai e poi mai mi sarei adattato ad un rinomato reintegratone salino al gusto d'arancio: “Proprio non lo reggo!”.
Sarebbe persino superfluo raccontarlo, ma al bar naturalmente dispongono solamente di quel gusto: il primo mezzo litro di bevanda mi evapora letteralmente in gola senza che io ne avverta minimamente il sapore, il secondo riporta la mia sete a livelli accettabili, il terzo finalmente ripristina tutti i parametri psico-fisici e solo allora mi accorgo che gli avventori, tranquille famigliole, ci guardano attoniti e silenziosi.
Abbozzo un sorriso amichevole al più vicino, mi risponde timidamente ed un po' preoccupato.
Il mio aspetto non deve essere rassicurante, senza il casco il viso appare tutto reticolato; nelle zone protette dal sole dalle fettucce del sottogola, praticamente sembro una triglia ai ferri. E se la freschezza del pesce si giudica dallo stato dell'occhio, io puzzo decisamente.

La sera, in appartamento, mia moglie e mia figlia stentano a riconoscermi. Dopo il bagnetto mi mettono a letto con una febbre a 40 gradi dovuta agli effetti di un colpo di calore. Io esagero un po' così sono coccolato e servito di tutto punto. Mentre sorseggio un reintegratone salino, questa volta al limone, con la testa mollemente appoggiata su morbidi cuscini, guardo la mia immagine riflessa nello specchio e non posso fare a meno di esclamare: “Ah come è dura la lotta con l'alpe!”.

 

Autunno 1998

Stefano Pruccoli

 

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE

GINO BUSCAINI - SILVIA METZELTIN, Le Dolomiti Occidentali - Le 100 più belle ascensioni ed escursioni, Bologna 1988, pp. 164-165.

ANETTE KÖHLER - NORBERT MEMMEL, Dolomiti - Arrampicate classiche III-VI, Appiano 1994, pp. 38-39.

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