80 ore sulle Grandes Jorasses

 

di Piero Radin

 

Monte Bianco, Grandes Jorasses,  Sperone nord della Punta Walker:  avventuroso tentativo della via Cassin.

 

Domenica 12 agosto, alle ore 10, partiamo da Chamonix col trenino a cremagliera che attraverso bellissimi boschi porta ai piedi del ghiacciaio di Leschaux. Arrivati alla stazioncina vediamo sullo sfondo la parete imponente delle Grandes Jorasses, dove abbiamo l'intenzione di scalare la via Cassin allo Sperone Walker.
Con Giacomo Albiero avevo già fatto altri tentativi, ma, o per scarso allenamento o per le condizioni della parete, non eravamo mai riusciti nell'impresa. Il mio desiderio era di ritornare con Giacomo, che ci teneva moltissimo, ma sfortunatamente, pochi giorni prima della partenza, aveva avuto un incidente al braccio che lo costringeva al riposo.
Non volendo perdere l'occasione, poiché ero ben allenato e le condizioni della parete erano ottime, cercai un nuovo compagno. Trovai Roberto Gemmo, che sapevo molto forte e allenato.

Sono già le 11 quando, scesi dal treno, ci carichiamo gli zaini (in questi casi sempre molto pesanti) e lentamente c'incamminiamo lungo la morena e poi nel ghiacciaio. Ammiro davanti a noi la parete e sento che stavolta possiamo farcela. 
Impieghiamo cinque ore per arrivare all'attacco: il percorso è lungo e il dislivello è di 1200 metri. Fino a questo punto non è servita la corda, perché quest'anno il ghiacciaio non presenta molti crepacci; ora è venuto il momento di legarci, dobbiamo infatti superare un muro di ghiaccio di circa 20 metri per arrivare alle rocce dello zoccolo. Giunti sulle rocce, ci togliamo gli scarponi e infiliamo le scarpette da arrampicata. La prima parte non presenta grosse difficoltà, infatti non supera il 3° grado, però è insidiosa per le pietre instabili, causa di continue scariche. A circa 150 metri sopra di noi vediamo altre due cordate: questo potrebbe costituire un ulteriore pericolo. Decidiamo di arrampicare per questo tratto senza corda, che poco servirebbe data la scarsa presenza di chiodi. In questo modo l'arrampicata, pur non essendo veloce per il peso dello zaino, procede a ritmo costante. Riusciamo infatti a raggiungere le altre cordate e superarle prima delle vere difficoltà.
Giunti alla fine dello zoccolo, dove inizia la variante Rébuffat, ci leghiamo. Guardo con stupore il diedro dove è salito la prima volta Cassin: è impressionante. Non si può non pensare alla grinta e alla determinazione che deve aver accompagnato questi uomini, dato i mezzi che essi avevano nel lontano 1938. Ma le difficoltà mi riportano al presente: ecco infatti una placca strapiombante di 5° grado, che con lo zaino non è proprio facile. Poi la via supera una rampa inclinata verso destra con difficoltà di 4° grado che dopo due tiri di corda porta sotto la fessura Rébuffat, primo grosso problema.
Ormai si profila la necessità di trovare un posto per il bivacco; sappiamo dalla relazione che proprio ai piedi della fessura si dovrebbe trovare qualcosa. Infatti troviamo un buon posto. Ci fermiamo e depositiamo gli zaini, ma non essendo ancora buio decidiamo di salire un altro tiro. Roberto parte subito e, scarico dello zaino, lo vedo salire più sciolto e agile, sebbene questo tiro sia di 5° superiore e 6°. Dopo il tiro di 30 metri con gioia si accorge che c'è una piazzola. Decido di salire anch'io, gli faccio recuperare gli zaini e poi salgo a mia volta. L'arrampicata risulta difficile, ma anche per me l'assenza dello zaino la facilita di molto.

Finalmente, dopo una giornata intensa, possiamo riposare.
Indossiamo tutto quello che abbiamo perché fermandoci il freddo si fa sentire, accendiamo il fornello e cominciamo a sciogliere un po' di neve per fare il the. Intanto la cordata che ci seguiva ci raggiunge, e vorrebbe proseguire ma l'oscurità incombente li costringe a ritornare alla piazzola sotto di noi.
Dopo aver mangiato e bevuto un buon the caldo, ci sistemiamo per la notte, infilandosi Roberto nel sacco da bivacco ed io in un sacco di nylon, non avendo portati i sacchi a pelo perché troppo ingombranti. Ora, senza l'equipaggiamento da arrampicata e avvolto da un grande silenzio, interrotto solo dalle scariche dei seracchi sotto di noi, la mia mente lascia il corpo.
Il pensiero ritorna alla mia casa, ai miei bambini che in questo momento staranno andando a letto e chiederanno alla mamma dov'è il papà. Questi pensieri mi creano un senso di colpa, sento che non avrei diritto di mettere in pericolo la mia vita, lasciando la famiglia in ansia, però penso anche che dopo questi momenti vissuti in montagna, ritorno a casa fisicamente provato ma spiritualmente rinnovato e pieno di amore verso la famiglia e le semplici cose di tutti i giorni.

La notte passa abbastanza in fretta tra i dormiveglia e i pensieri che si accavallano. Alle prime luci dell'alba cominciano i preparativi: si prepara il the e un po' di colazione. Facciamo anche un po' di ginnastica perché il freddo a quest'ora è intenso e abbiamo il corpo ammaccato, il ‘letto’ non era dei più morbidi.
Parto per primo, la via continua con una traversata verso destra che dopo tre tiri di corda porta al diedro di 75 metri; questo è un altro punto chiave della salita. Per superarlo più facilmente il primo salirà senza zaino.
Lascio salire Roberto, lui è più giovane e forte. Il diedro presenta difficoltà di 5° e 5° superiore con qualche passaggio in A0, ma lo superiamo abbastanza velocemente. Ora proseguiamo in alternata, le difficoltà sono sempre sul 4° con tratti di 5°; raggiungiamo il pendolo: tutti questi passaggi impegnativi, la cui descrizione ho letto e riletto molte volte sulle guide, mi pare quasi impossibile trovarmeli di fronte. Nel pendolo c'è una corda fissa, che aiuta ad attraversare in discesa per riprendere la fessura strapiombante che porta alle placche nere, altro punto ‘mitico’. Le difficoltà che incontriamo sono sempre sull'ordine del 5° e 6° e ciò ci costringe ad un impegno continuo. Il tratto successivo continua con difficoltà meno forti fino alla Torre Grigia, dove c'è qualche passaggio più impegnativo.
Presi dall'arrampicata non abbiamo badato al cielo che, poco a poco si è coperto del tutto, e all'improvviso si scatena un temporale, mentre sto arrampicando per raggiungere Roberto in sosta. La parete in pochi minuti si copre di grandine, non riusciamo più a vedere gli appigli, le scarpette scivolano: in un modo o nell'altro arrivo alla sosta.
Il posto non è dei migliori, leviamo gli zaini, mettiamo le giacche a vento e il sacco di plastica, poi ci sistemiamo: io seduto in una specie di nicchia, Roberto un metro sotto di me, con le gambe nel vuoto. Speriamo che il temporale passi in fretta, sono le 4 del pomeriggio, abbiamo ancora quattro o cinque ore di luce...

Se il tempo avesse retto saremmo potuti uscire in vetta. Guardo l'altimetro: siamo a 3900 metri. I piedi con le sole scarpette sono freddi e bagnati, cerco allora di infilarmi gli scarponi ma devo stare molto attento che non mi cadano e dopo molti sforzi ci riesco.
Adesso la grandine si è trasformata in neve, accompagnata da vento gelido. La montagna nel giro di un'ora ha cambiato aspetto, da estiva e invitante a invernale e repulsiva.
Col passare del tempo l'eventualità di bivaccare in questo brutto posto aumenta. Abbiamo freddo e parecchia umidità addosso, tento di fare un po' di the; non sarà una cosa facile ma qualcosa di caldo ci farebbe molto bene. Metto il fornello tra le gambe e dentro il sacco di nylon per proteggere la fiamma dal vento: devo controllare ogni movimento per non far cadere il tutto, ma alla fine ci riesco. Mangiamo qualcosa e beviamo il the caldo, che in questi frangenti è una bevanda stupenda.
Col sopraggiungere del buio la montagna assume un aspetto ancora più ostile. Già da cinque ore siamo bloccati qui, il corpo è tutto un dolore a causa della scomoda posizione e non appare allettante trascorrervi pure la notte. Tutte queste cose fanno capire la grande differenza tra il vero alpinismo e l'arrampicata di palestra alla quale qualche volta viene paragonato; anche se ci sono passaggi di decimo grado, quando uno è stanco o il tempo cambia può tranquillamente smettere. Anche noi ora vorremo dire - basta, siamo stanchi, ci ritiriamo - ma la realtà ci dice che bisogna riuscire a salire o scendere, la posta in palio è la vita.

Ormai si avvicina l'alba e credo di non avere dormito affatto; la posizione scomoda e il freddo me l'hanno impedito, ogni tanto dovevo massaggiarmi il corpo per riscaldarmi un po'.
Il tempo sembra migliorato, ma la situazione non è delle migliori: siamo coperti di neve, durante la notte ne saranno scesi più di venti centimetri. Bisogna reagire. Decidiamo di salire, nella speranza che sopra questo tiro di corda, molto difficile per la neve, il terreno sia più facile.
Per primo sale Roberto; io non potrei perché la mia mano destra (reduce da un congelamento in Himalaya con amputazione delle prime falangi delle dita) fa paura a vederla, è gonfia, sanguinante e mi costringe a salire con i guanti: tutto ciò non aiuta certo moralmente.
Intanto guardo Roberto che sta compiendo dei veri prodigi per salire su quella placca, dove anche assicurarsi è difficile, tanto le fessure sono ostruite. Levata la neve dai piccoli appoggi per i piedi, rimane un sottile strato di ghiaccio; sto molto attento alle manovre, so che da un momento all'altro il mio compagno potrebbe scivolare. Ogni tanto lo vedo fermarsi per riscaldare le mani: arrampicare senza guanti con questo freddo non è semplice.
Al di là dello spigolo vedo il sole: fra poco dovrebbe arrivare, riscaldandoci un po'. Finalmente arriva ad un punto di sosta; avrà impiegato più di un'ora per fare questi trenta metri. Ora dovrò salire a mia volta e con i guanti non mi sento sicuro, ma dopo molti sforzi arrivo anch'io alla sosta. Sopra non sembra più facile e proviamo a mettere i ramponi; saliamo un altro tiro di corda: l'inclinazione diminuisce. Siamo forse su difficoltà minori? La realtà è diversa: sotto la neve è tutta una placca di granito, i ramponi non tengono e gli appigli sono scarsi. Venti metri sopra di me Roberto è fermo e non riesce più salire, scendere è altrettanto difficile... ad un tratto scivola, per fortuna riesco a bloccarlo quasi subito: questo ci fa capire la situazione in cui ci troviamo. Nel frattempo il cielo si è coperto di nuovo e ricomincia a nevicare.
Tutto è successo molto velocemente. E' già passato mezzogiorno; ci fermiamo e scaviamo una piazzola sulla neve sufficiente per sedersi e mangiamo qualcosa: ormai anche i viveri scarseggiano. Il vento aumenta; è proprio una bufera di neve che ci costringe ad infilarci nei sacchi, semplici strati di nylon che in questi casi diventano quasi una questione di vita o di morte.
Nelle ore successive non cambia niente, c'è la prospettiva di un altro bivacco, che sarebbe il terzo in questa ostile parete. Cerchiamo di tenerci alto il morale l'un l'altro e io penso ad altri bivacchi fatti in queste condizioni, in qualche salita invernale con Renato Casarotto da cui, se anche malconci, siamo usciti. Ricordo di aver letto che Desmaison è rimasto quindici giorni in questa parete, tentando una via invernale nuova, col compagno di cordata morto. Penso che non è poi tanto difficile morire, se non riesci a mantenere lo spirito alto... e poi io devo tornare a casa dalla mia famiglia, i bambini hanno bisogno di me; mi fisso quasi delle regole, ogni ora devo massaggiarmi il corpo per far circolare il sangue. Ci parliamo, ci chiediamo del nostro stato; dormire qui, oltre che faticoso, diventa anche pericoloso. Il vento a volte sembra volerci strappare dalla parete e resto molto rannicchiato per offrire meno resistenza, ma le gambe ogni tanto perdono la sensibilità e devo allungarle; non ci si può sdraiare, siamo seduti sopra gli zaini e le corde.

La situazione è al limite della tragedia, ma anche questa notte passa. L'alba è tutta ovattata, siamo coperti dalla nebbia, rotta solo da qualche schiarita che ci permette di vedere i camini finali; sono impressionanti, ricolmi di neve e ghiaccio. Ormai la salita risulta impossibile, almeno per le nostre forze.
Decidiamo di scendere, anche se non sarà facile: sotto di noi ci sono 900 metri di parete innevata, ma non abbiamo altra scelta. Per ora stabiliamo di scendere con una sola corda da 50 metri; faremo tratti più corti, però non avremo il problema che le corde s'impiglino nel recupero.
Le soste sono difficili da trovare, dobbiamo ricordare dove sono e liberarle dalla neve. Controllando tutte le manovre meticolosamente (uno sbaglio sarebbe fatale) mano a mano che scendiamo troviamo dei vecchi cordini usati per le discese in corda doppia: pensiamo a quante ritirate avrà visto questa parete.
Cominciamo a fare discese più lunghe usando tutt'e due le corde e, arrivati al pendolo, impossibilitati a risalirlo perché pieno di ghiaccio, scendiamo direttamente: passiamo su delle placche impressionanti sbarrate da grossi tetti... nel recuperare una ‘doppia’ la corda s'impiglia, sembra che non voglia venir via. Ancora angoscia: risalire qui, anche con l'aiuto della corda, sarebbe una fatica immensa. Siamo molto provati, il fisico è al limite, per fortuna tirando con forza tutti e due insieme, viene! Neanche la più grossa vincita alla lotteria ci avrebbe dato una gioia così grande!
Ormai siamo giunti alle facili rocce dello zoccolo e dobbiamo percorrere in diagonale uno scivolo di ghiaccio; ci siamo costretti, perché una discesa diretta sul ghiacciaio, spazzato proprio in quei momenti da grosse scariche, è proprio un'idea da non prendere in considerazione! Con una vecchia corda trovata lì abbandonata e ancora in buone condizioni scendiamo un pezzo dello scivolo. Quindi con un chiodo da ghiaccio, per fortuna portato con noi, arriviamo allo zoccolo. Qui non è nevicato molto e possiamo anche scendere un po' in arrampicata libera; un'ultima doppia ci deposita sul ghiacciaio di Leschaux.
Sono già le 9 di sera, non speravamo di farcela in giornata, siamo sfiniti ma contenti; vorremo arrivare al rifugio, ma c'è troppo buio e non riusciamo a trovare il sentiero in questo labirinto di seracchi e di sassi. Alla fine decidiamo di fermarci; è mezzanotte: solo poche ore ci separano dall'alba, ma siamo in salvo.

La giornata che si presenta, dopo la breve notte, è stupenda; sembra quasi una beffa: il sole riscalda e ci pare di ritornare in vita dopo il gelido inferno passato.
Giro lo sguardo ancora una volta e osservo la parete alle mie spalle, penso al progresso tecnologico che l'uomo ha raggiunto finora e che lo fa credere padrone del mondo. Stiamo dimenticando la nostra giusta dimensione. Ancora una volta la montagna mi ha fatto capire che siamo delle piccole formiche in agitazione, che possono essere schiacciate da un momento all'altro. Per me la conquista più grande è il ritornare a casa dalla mia famiglia e assaporare le piccole e ripetute cose di ogni giorno.

 

Novembre 1990

Piero Radin

 

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE

RICCARDO CASSIN, Cinquant'anni di alpinismo, Milano 1977, pp. 60-68.

FRANCOISE LABANDE, Guida Vallot - Monte Bianco (2), Roma 1988, pp. 50-51.

GIOVANNI BASSANINI, Monte bianco - Le moderne, Torino 1998, pp.98-99.

RENE' DESMAISON, 342 ore sulle Grandes Jorasses, Milano 1977.

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