Domenica 12 agosto, alle ore 10, partiamo da
Chamonix col trenino a cremagliera che attraverso bellissimi boschi
porta ai piedi del ghiacciaio di Leschaux. Arrivati alla stazioncina
vediamo sullo sfondo la parete imponente delle Grandes Jorasses, dove
abbiamo l'intenzione di scalare la via Cassin allo Sperone Walker.
Con Giacomo Albiero avevo già fatto altri tentativi, ma, o per scarso
allenamento o per le condizioni della parete, non eravamo mai riusciti
nell'impresa. Il mio desiderio era di ritornare con Giacomo, che ci
teneva moltissimo, ma sfortunatamente, pochi giorni prima della
partenza, aveva avuto un incidente al braccio che lo costringeva al
riposo.
Non volendo perdere l'occasione, poiché ero ben allenato e le
condizioni della parete erano ottime, cercai un nuovo compagno. Trovai
Roberto Gemmo, che sapevo molto forte e allenato.
Sono
già le 11 quando, scesi dal treno, ci carichiamo gli zaini (in questi
casi sempre molto pesanti) e lentamente c'incamminiamo lungo la morena e
poi nel ghiacciaio. Ammiro davanti a noi la parete e sento che stavolta
possiamo farcela.
Impieghiamo cinque ore per arrivare all'attacco: il percorso è lungo e il
dislivello è di 1200 metri. Fino a questo punto non è servita la
corda, perché quest'anno il ghiacciaio non presenta molti crepacci; ora
è venuto il momento di legarci, dobbiamo infatti superare un muro di
ghiaccio di circa 20 metri per arrivare alle rocce dello zoccolo. Giunti
sulle rocce, ci togliamo gli scarponi e infiliamo le scarpette da
arrampicata. La prima parte non presenta grosse difficoltà, infatti non
supera il 3° grado, però è insidiosa per le pietre instabili, causa
di continue scariche. A circa 150 metri sopra di noi vediamo altre due
cordate: questo potrebbe costituire un ulteriore pericolo. Decidiamo di
arrampicare per questo tratto senza corda, che poco servirebbe data la
scarsa presenza di chiodi. In questo modo l'arrampicata, pur non essendo
veloce per il peso dello zaino, procede a ritmo costante. Riusciamo
infatti a raggiungere le altre cordate e superarle prima delle vere
difficoltà.
Giunti alla fine dello zoccolo, dove inizia la variante Rébuffat, ci
leghiamo. Guardo con stupore il diedro dove è salito la prima volta
Cassin: è impressionante. Non si può non pensare alla grinta e alla
determinazione che deve aver accompagnato questi uomini, dato i mezzi
che essi avevano nel lontano 1938. Ma le difficoltà mi riportano al
presente: ecco infatti una placca strapiombante di 5° grado, che con lo
zaino non è proprio facile. Poi la via supera una rampa inclinata verso
destra con difficoltà di 4° grado che dopo due tiri di corda porta
sotto la fessura Rébuffat, primo grosso problema.
Ormai si profila la necessità di trovare un posto per il bivacco;
sappiamo dalla relazione che proprio ai piedi della fessura si dovrebbe
trovare qualcosa. Infatti troviamo un buon posto. Ci fermiamo e
depositiamo gli zaini, ma non essendo ancora buio decidiamo di salire un
altro tiro. Roberto parte subito e, scarico dello zaino, lo vedo salire
più sciolto e agile, sebbene questo tiro sia di 5° superiore e 6°.
Dopo il tiro di 30 metri con gioia si accorge che c'è una piazzola.
Decido di salire anch'io, gli faccio recuperare gli zaini e poi salgo a
mia volta. L'arrampicata risulta difficile, ma anche per me l'assenza
dello zaino la facilita di molto.
Finalmente,
dopo una giornata intensa, possiamo riposare.
Indossiamo tutto quello che abbiamo perché fermandoci il freddo si fa
sentire, accendiamo il fornello e cominciamo a sciogliere un po' di neve
per fare il the. Intanto la cordata che ci seguiva ci raggiunge, e
vorrebbe proseguire ma l'oscurità incombente li costringe a ritornare
alla piazzola sotto di noi.
Dopo aver mangiato e bevuto un buon the caldo, ci sistemiamo per la
notte, infilandosi Roberto nel sacco da bivacco ed io in un sacco di
nylon, non avendo portati i sacchi a pelo perché troppo ingombranti.
Ora, senza l'equipaggiamento da arrampicata e avvolto da un grande
silenzio, interrotto solo dalle scariche dei seracchi sotto di noi, la
mia mente lascia il corpo.
Il pensiero ritorna alla mia casa, ai miei bambini che in questo momento
staranno andando a letto e chiederanno alla mamma dov'è il papà.
Questi pensieri mi creano un senso di colpa, sento che non avrei diritto
di mettere in pericolo la mia vita, lasciando la famiglia in ansia, però
penso anche che dopo questi momenti vissuti in montagna, ritorno a casa
fisicamente provato ma spiritualmente rinnovato e pieno di amore verso
la famiglia e le semplici cose di tutti i giorni.
La
notte passa abbastanza in fretta tra i dormiveglia e i pensieri che si
accavallano. Alle prime luci dell'alba cominciano i preparativi: si
prepara il the e un po' di colazione. Facciamo anche un po' di
ginnastica perché il freddo a quest'ora è intenso e abbiamo il corpo
ammaccato, il ‘letto’ non era dei più morbidi.
Parto per primo, la via continua con una traversata verso destra che
dopo tre tiri di corda porta al diedro di 75 metri; questo è un altro
punto chiave della salita. Per superarlo più facilmente il primo salirà
senza zaino.
Lascio salire Roberto, lui è più giovane e forte. Il diedro presenta
difficoltà di 5° e 5° superiore con qualche passaggio in A0, ma lo
superiamo abbastanza velocemente. Ora proseguiamo in alternata, le
difficoltà sono sempre sul 4° con tratti di 5°; raggiungiamo il
pendolo: tutti questi passaggi impegnativi, la cui descrizione ho letto
e riletto molte volte sulle guide, mi pare quasi impossibile trovarmeli
di fronte. Nel pendolo c'è una corda fissa, che aiuta ad attraversare
in discesa per riprendere la fessura strapiombante che porta alle
placche nere, altro punto ‘mitico’. Le difficoltà che incontriamo
sono sempre sull'ordine del 5° e 6° e ciò ci costringe ad un impegno
continuo. Il tratto successivo continua con difficoltà meno forti fino
alla Torre Grigia, dove c'è qualche passaggio più impegnativo.
Presi dall'arrampicata non abbiamo badato al cielo che, poco a poco si
è coperto del tutto, e all'improvviso si scatena un temporale, mentre sto
arrampicando per raggiungere Roberto in sosta. La parete in pochi minuti
si copre di grandine, non riusciamo più a vedere gli appigli, le
scarpette scivolano: in un modo o nell'altro arrivo alla sosta.
Il posto non è dei migliori, leviamo gli zaini, mettiamo le giacche a
vento e il sacco di plastica, poi ci sistemiamo: io seduto in una specie
di nicchia, Roberto un metro sotto di me, con le gambe nel vuoto.
Speriamo che il temporale passi in fretta, sono le 4 del
pomeriggio, abbiamo ancora quattro o cinque ore di luce...
Se
il tempo avesse retto saremmo potuti uscire in vetta. Guardo
l'altimetro: siamo a 3900 metri. I piedi con le sole scarpette sono
freddi e bagnati, cerco allora di infilarmi gli scarponi ma devo stare
molto attento che non mi cadano e dopo molti sforzi ci riesco.
Adesso la grandine si è trasformata in neve, accompagnata da vento
gelido. La montagna nel giro di un'ora ha cambiato aspetto, da estiva e
invitante a invernale e repulsiva.
Col passare del tempo l'eventualità di bivaccare in questo brutto posto
aumenta. Abbiamo freddo e parecchia umidità addosso, tento di fare un
po' di the; non sarà una cosa facile ma qualcosa di caldo ci farebbe
molto bene. Metto il fornello tra le gambe e dentro il sacco di nylon
per proteggere la fiamma dal vento: devo controllare ogni movimento per
non far cadere il tutto, ma alla fine ci riesco. Mangiamo qualcosa e
beviamo il the caldo, che in questi frangenti è una bevanda stupenda.
Col sopraggiungere del buio la montagna assume un aspetto ancora più
ostile. Già da cinque ore siamo bloccati qui, il corpo è tutto un
dolore a causa della scomoda posizione e non appare allettante
trascorrervi pure la notte. Tutte queste cose fanno capire la
grande differenza tra il vero alpinismo e l'arrampicata di palestra alla
quale qualche volta viene paragonato; anche se ci sono passaggi di decimo
grado, quando uno è stanco o il tempo cambia può tranquillamente
smettere. Anche noi ora vorremo dire - basta, siamo stanchi, ci
ritiriamo - ma la realtà ci dice che bisogna riuscire a salire o
scendere, la posta in palio è la vita.
Ormai
si avvicina l'alba e credo di non avere dormito affatto; la posizione
scomoda e il freddo me l'hanno impedito, ogni tanto dovevo massaggiarmi
il corpo per riscaldarmi un po'.
Il tempo sembra migliorato, ma la situazione non è delle migliori:
siamo coperti di neve, durante la notte ne saranno scesi più di venti
centimetri. Bisogna reagire. Decidiamo di salire, nella speranza che
sopra questo tiro di corda, molto difficile per la neve, il terreno
sia più facile.
Per primo sale Roberto; io non potrei perché la mia mano destra (reduce
da un congelamento in Himalaya con amputazione delle prime falangi delle
dita) fa paura a vederla, è gonfia, sanguinante e mi costringe a salire
con i guanti: tutto ciò non aiuta certo moralmente.
Intanto guardo Roberto che sta compiendo dei veri prodigi per salire su
quella placca, dove anche assicurarsi è difficile, tanto le fessure
sono ostruite. Levata la neve dai piccoli appoggi per i piedi, rimane un
sottile strato di ghiaccio; sto molto attento alle manovre, so che da un
momento all'altro il mio compagno potrebbe scivolare. Ogni tanto lo vedo
fermarsi per riscaldare le mani: arrampicare senza guanti con questo
freddo non è semplice.
Al di là dello spigolo vedo il sole: fra poco dovrebbe arrivare,
riscaldandoci un po'. Finalmente arriva ad un punto di sosta; avrà
impiegato più di un'ora per fare questi trenta metri. Ora dovrò salire
a mia volta e con i guanti non mi sento sicuro, ma dopo molti sforzi
arrivo anch'io alla sosta. Sopra non sembra più facile e proviamo a
mettere i ramponi; saliamo un altro tiro di corda: l'inclinazione
diminuisce. Siamo forse su difficoltà minori? La realtà è diversa:
sotto la neve è tutta una placca di granito, i ramponi non tengono e
gli appigli sono scarsi. Venti metri sopra di me Roberto è fermo e non
riesce più salire, scendere è altrettanto difficile... ad un tratto
scivola, per fortuna riesco a bloccarlo quasi subito: questo ci fa
capire la situazione in cui ci troviamo. Nel frattempo il cielo si è
coperto di nuovo e ricomincia a nevicare.
Tutto è successo molto velocemente. E' già passato mezzogiorno; ci
fermiamo e scaviamo una piazzola sulla neve sufficiente per sedersi e
mangiamo qualcosa: ormai anche i viveri scarseggiano. Il vento aumenta;
è proprio una bufera di neve che ci costringe ad infilarci nei sacchi,
semplici strati di nylon che in questi casi diventano quasi una
questione di vita o di morte.
Nelle ore successive non cambia niente, c'è la prospettiva di un altro
bivacco, che sarebbe il terzo in questa ostile parete. Cerchiamo di
tenerci alto il morale l'un l'altro e io penso ad altri bivacchi fatti
in queste condizioni, in qualche salita invernale con Renato Casarotto
da cui, se anche malconci, siamo usciti. Ricordo di aver letto che
Desmaison è rimasto quindici giorni in questa parete, tentando una via
invernale nuova, col compagno di cordata morto. Penso che non è poi
tanto difficile morire, se non riesci a mantenere lo spirito alto... e
poi io devo tornare a casa dalla mia famiglia, i bambini hanno bisogno
di me; mi fisso quasi delle regole, ogni ora devo massaggiarmi il corpo
per far circolare il sangue. Ci parliamo, ci chiediamo del nostro stato;
dormire qui, oltre che faticoso, diventa anche pericoloso. Il vento a volte sembra volerci strappare dalla parete e resto molto
rannicchiato per offrire meno resistenza, ma le gambe ogni tanto perdono
la sensibilità e devo allungarle; non ci si può sdraiare, siamo seduti
sopra gli zaini e le corde.
La
situazione è al limite della tragedia, ma anche questa notte passa. L'alba è tutta ovattata, siamo coperti dalla nebbia, rotta solo da
qualche schiarita che ci permette di vedere i camini finali; sono
impressionanti, ricolmi di neve e ghiaccio. Ormai la salita risulta
impossibile, almeno per le nostre forze.
Decidiamo di scendere, anche se non sarà facile: sotto di noi ci sono
900 metri di parete innevata, ma non abbiamo altra scelta. Per ora
stabiliamo di scendere con una sola corda da 50 metri; faremo tratti più
corti, però non avremo il problema che le corde s'impiglino nel
recupero.
Le soste sono difficili da trovare, dobbiamo ricordare dove sono e
liberarle dalla neve. Controllando tutte le manovre meticolosamente (uno
sbaglio sarebbe fatale) mano a mano che scendiamo troviamo dei vecchi
cordini usati per le discese in corda doppia: pensiamo a quante ritirate
avrà visto questa parete.
Cominciamo a fare discese più lunghe usando tutt'e due le corde e,
arrivati al pendolo, impossibilitati a risalirlo perché pieno di
ghiaccio, scendiamo direttamente: passiamo su delle placche
impressionanti sbarrate da grossi tetti... nel recuperare una
‘doppia’ la corda s'impiglia, sembra che non voglia venir via. Ancora
angoscia: risalire qui, anche con l'aiuto della corda, sarebbe una
fatica immensa. Siamo molto provati, il fisico è al limite, per fortuna
tirando con forza tutti e due insieme, viene! Neanche la più grossa
vincita alla lotteria ci avrebbe dato una gioia così grande!
Ormai siamo giunti alle facili rocce dello zoccolo e dobbiamo percorrere
in diagonale uno scivolo di ghiaccio; ci siamo costretti, perché una
discesa diretta sul ghiacciaio, spazzato proprio in quei momenti da
grosse scariche, è proprio un'idea da non prendere in considerazione!
Con una vecchia corda trovata lì abbandonata e ancora in buone
condizioni scendiamo un pezzo dello scivolo. Quindi con un chiodo da
ghiaccio, per fortuna portato con noi, arriviamo allo zoccolo. Qui non
è nevicato molto e possiamo anche scendere un po' in arrampicata libera;
un'ultima doppia ci deposita sul ghiacciaio di Leschaux.
Sono già le 9 di sera, non speravamo di farcela in giornata, siamo
sfiniti ma contenti; vorremo arrivare al rifugio, ma c'è troppo buio e
non riusciamo a trovare il sentiero in questo labirinto di seracchi e di
sassi. Alla fine decidiamo di fermarci; è mezzanotte: solo poche ore ci
separano dall'alba, ma siamo in salvo.
La
giornata che si presenta, dopo la breve notte, è stupenda; sembra quasi
una beffa: il sole riscalda e ci pare di ritornare in vita dopo il
gelido inferno passato.
Giro lo sguardo ancora una volta e osservo la parete alle mie spalle,
penso al progresso tecnologico che l'uomo ha raggiunto finora e che lo
fa credere padrone del mondo. Stiamo dimenticando la nostra giusta
dimensione. Ancora una volta la montagna mi ha fatto capire che siamo
delle piccole formiche in agitazione, che possono essere schiacciate da
un momento all'altro. Per me la conquista più grande è il ritornare a
casa dalla mia famiglia e assaporare le piccole e ripetute cose di ogni
giorno.